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Politica

Un declino dopo l’altro? Riflessioni a margine della sconfitta della nazionale

Mercoledì 1 aprile 2026 ore 19:19 Fonte: Strisciarossa
Un declino dopo l’altro? Riflessioni a margine della sconfitta della nazionale
Strisciarossa

In una giornata di lutto nazionale, mi pare il caso di non prendersela troppo. C’è di peggio.

Chiedetelo a quelli di Gaza o della Cisgiordania. Demagogia?

Almeno cercherei di lasciare a Cesare quel che è di Cesare e al calcio quel che è del calcio. Cioè una partita, ventidue più l’arbitro in campo (adesso si dovrebbero aggiungere il var e i “varisti”, neologismo non ancora introdotto nel vocabolario ufficiale della lingua italiana).

Attorno, oltre reti e transenne, il pubblico, come quello, ottomila spettatori in tutto, che si stringeva e assisteva, sgolandosi per incitare la propria squadra, sugli spalti dello stadio di Zenica, una città di cento ventimila abitanti a un’ora da Sarajevo. Italia-Bosnia, foto di Armin Durgut/PIXSELL Lo stadio pareva quello di una qualsiasi squadra italiana di serie C o meno ancora, un catino che visto in tv pareva pure malmesso, ma con il suo curioso fascino delle case attorno dalle cui finestre gli inquilini si godevano gratis lo spettacolo, forse non un grande spettacolo, con un tifo caldissimo che a malapena però eguagliava quello dei nostri accorati telecronisti e commentatori, sempre sull’onda dell’entusiasmo alle stelle, qualsiasi pallone toccassero gli “azzurri”, salvo poi precipitare nella disperazione più cupa, quando i nostri eroi di rigori ne hanno sbagliati due su tre.

Somma offesa: non li hanno neppure lasciati tirare gli altri, perché i giochi erano chiusi, niente va più. Immagino i trionfali cori se il risultato fosse stato l’opposto.

Simpatia per i bosniaci A costo di sentirmi rimbrottare dalla Meloni, con l’accusa di disfattismo, confesso d’aver nutrito sentite simpatie per i bosniaci. In altri tempi, nelle nostre terre del confine orientale, “bosniaco”, come “croato”, come in generale “slavo”, erano insulti che giravano contro chiunque, italianissimo, avesse fama di scansafatiche, lazzarone, furbastro e, magari, un po’ ladruncolo.

Dobbiamo chiedere scusa. I bosniaci non hanno rubato nulla.

Sono stati più bravi. Sono uno di quei quattro o cinque compatrioti, che non temono di riconoscere di non capire nulla di calcio: forse per questo mi è sembrato che fossero loro a meritare la trasferta oltreoceano.

Anche un amico, che si dà arie di competente, lo ha però riconosciuto. Spiegando: gli italiani sono brocchi.

Con qualche eccezione: Tonali e Donnarumma.

Quelli dell’Inter sono scoppiati. In effetti il fallo di Bastoni sarebbe da scoppiatone, alla disperata ricerca di un salvataggio.

Il rigore di Pio Esposito, al cui ingresso i nostri telecronisti hanno levato nubi di incenso, è stato una scarpata verso il cielo bosniaco. Ma subito è volata la spiegazione: è giovane, si è emozionato.

Ricordando Gianni Brera Italia Bosnia, Benjamin Tahirovic, Gianluca Mancini. Foto di Antonio Balic /Fotogramma Lamine Yamal ha diciotto anni, Camavinga ventitrè come Musiala, Vinicius è il più vecchio, venticinque anni.

Poi c’è quel bosniaco, mi pare Alajbegovic, diciotto anni, che il rigore non l’ha sbagliato. Nel mio cuore c’è sempre Gianni Rivera, l’abatino di Gianni Brera oppure il golden boy, diciassette anni per l’esordio in serie A. Adesso prendiamo lezioni dai bosniaci e da altri in Europa: vedi la sparizione dalla Champions delle nostre squadre.

Il migliore in Italia è un croato di quarant’anni. Si chiama Luka Modric e giocherà ai mondiali.

Declino del calcio, declino di una nazione? Non azzardo risposte: troppo complicato tenere assieme questioni tanto diverse.

Però un declino potrebbe risultare lo specchio dell’altro. Mai mi verrebbe da pensare che sia tutta colpa della Meloni, anche se sotto sotto la tentazione l’avrei.

Immagino che Giorgia ambirebbe a diventare il nuovo Gattuso oppure ancora di presentarsi come capocannoniere che azzera ogni nemico. Oppure ancora di impossessarsi di una coppa e di alzarla come capitò a Pertini.

No: almeno di questo fallimento non incolpiamo Giorgia, che di fallimenti ne conta molti altri. Però Delmastro, Santanché, Bartolozzi, Lollobrigida, Piantedosi, Nordio e compagnia bella non ci liberano dal capriccio della metafora: una difesa e un centrocampo degni di un’infima categoria pallonara.

Tra immobiliare e finanza internazionale Lo sconforto di Leonardo Spinazzola e Marco Palestra. Foto di Emmanuele Mastrodonato / IPA Sport / IPA Le colpe dell’esilio dalle vette del calcio (siamo alla terza cacciata) potrebbero essere di una dirigenza subalterna ai club, di club che non coltivano i cosiddetti vivai e cercano l’affare comperando all’estero, imbottendo il campionato di stranieri, di allenatori pavidi che hanno timore a puntare sui ragazzi della periferia, di una periferia che non esiste più perché non si può giocare in strada come una volta… persino della concorrenza di altre discipline: l’Italia vince nel tennis, nello sci, persino nell’automobilismo, persino nel rugby, altri modelli per i giovani d’oggi.

Vero è che siamo nelle mani di una finanza internazionale, che cerca risultati immediati, perché i risultati portano soldi. Non che i padroni di una volta fossero più buoni, ma Agnelli, Moratti, Rizzoli, Viola, Pellegrini e persino Berlusconi (leggenda vuole che prima di impadronirsi del Milan, avesse tentato la scalata all’Inter, respinto da Ivanoe Friazzoli) alla maglia ci tenevano.

Non credo che lo stesso valga oggi: le mire sono altre, il pallone è solo un ramo d’azienda e la vicenda immobiliare dello stadio Meazza a Milano potrebbe esserne la riprova. L’unica soluzione che si è data dai nostri commentatori, pochi secondi dopo l’eliminazione, accantonato l’insensato vittimismo (peraltro secondo il costume di certa politica) per un rigore non dato, per un presunto fallo di mani, per un pestone non tradotto in espulsione, è stata cacciare Gattuso, perché non ha messo dentro questo, perché ha fatto giocare quest’altro in una posizione sbagliata, Bastoni centrale non si può fare.

Loro ci capiscono. Che responsabilità si possano attribuire al bravo Ivan Gennaro Gattuso, generoso motore del miglior Milan, non si capisce: anche lui è stato costretto a pescare nel poco che c’è, forse persino meno fortunato di quanti lo hanno preceduto, Ventura, Mancini, Spalletti… In questi casi si dice: ricerca del capro espiatorio.

Altro sport nazionale, di cui si fa di frequente pratica, in cui si eccelle. Come, pochi giorni fa, ci è parso di capire anche per il referendum, qualcosa che dovrebbe contare un po’ di più.

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