Politica
Il paradosso della guerra all’Iran: potrebbe far bene alla “rivoluzione verde”
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Il paradosso della guerra all’Iran: potrebbe far bene alla “rivoluzione verde”" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
In un ambiente – quello terrestre – già sconfortato dalla considerazione, sempre più verosimile, che il clima sta mutando in peggio senza freni, si aggiunge la diffusione di guerre sempre più gravi in Ucraina, a Gaza, in Iran… che si aggiungono a quelle endemiche Ma paradossalmente, l’ultima di queste, Stati Uniti e Israele contro Iran, può dare una mano a Parigi 2015. Cioè al raggiungimento di almeno alcuni degli obiettivi che dieci e poco più anni fa i 196 Paesi partecipanti a quella Cop 21 si proposero di realizzare per contenere in non più di un paio di gradi centigradi l’aumento delle temperature sulla Terra.
Si tratta della cosiddetta decarbonizzazione, cioè del progressivo abbandono dell’uso di energie fossili considerate le maggiori responsabili dell’emissioni di gas serra in atmosfera. Ma questa, a ben vedere, non è proprio una novità.
È sempre stato così: ogni evento che ha contrastato l’uso economico di combustibili fossili ha provocato il ricorso o la tendenza al ricorso di fonti di energia alternative: con il blocco del canale di Suez nel 1956, con la guerra del Kippur del 1973, e ora con il blocco dello stretto di Hormuz attraverso il quale passa il 20 per cento del petrolio e del gas naturale “globale”. Il grande rischio della dipendenza dal petrolio Nel primo caso, in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez da parte dell’Egitto guidato da Gamāl ʿAbd al-Nāṣer, vi fu l’occupazione militare del Canale da parte di Francia, Gran Bretagna e Israele che terminò solo con la minaccia di un intervento da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica.
Tutto si risolse in pochi mesi che furono sufficienti, però a dimostrare quanto rischiosa fosse la dipendenza dal petrolio. E quanto lo fosse soprattutto per quei Paesi (l’Italia fra questi) che, privi delle fonti di energia necessarie par essere parte attiva della “rivoluzione industriale”, (carbon fossile e idrocarburi) avevano sposato la causa del petrolio pagato a pochi centesimi di dollaro al barile ai Paesi produttori del cui passaggio Suez era la via più rapida ed economica in alternativa al periplo dell’Africa e all’ingresso nel Mediterraneo attraverso Gibilterra.
Questa lapalissiana scoperta che significava il rischio di rimanere senza “carburante” ogni volta che si fossero deteriorati i rapporti politici con i Paesi produttori, produsse un incremento della ricerca di fonti alternative. Prima fra tutte fu potenziata l’energia nucleare.
E l’Italia ne fu parte integrante con la costruzione di tre centrali: a Latina, a Sessa Aurunca, a Trino Vercellese. Tre impianti i quali, a prescindere da altre considerazioni (quelle, peraltro, che tramite il referendum del 1987 portarono alla abolizione del ricorso a questa fonte di energia in Italia) a prescindere, dicevo, dal loro impatto ambientale, davano un contributo praticamente nullo: l’uno per cento dell’energia consumata in Italia.
Pari, cioè, ad un milione di tonnellate di petrolio rispetto alle cento che costituivano il fabbisogno del Paese. La situazione non si risolse e si continuò a dipendere dal petrolio che si continuava ad ottenere in grande quantità e a basso costo.
Basso costo che fu messo gravemente in discussione alla fine del 1973 e anni successivi in seguito all’attacco da parte di alcuni Paesi arabi guidati da Egitto e Siria, allo Stato di Israele preso di sorpresa nel giorno festivo per gli israeliani dello Yom Kippur. I combattimenti durarono dal 6 al 25 ottobre e terminarono, anche questa volta, per l’intervento di Stati Uniti e Russia.
L’Italia è ancora priva di un Piano Energetico Nazionale Ma quello che più conta ai fini di quanto sto cercando di dimostrare è che la guerra ebbe pesanti conseguenze nell’economia e nella politica di molti Paesi a causa della decisione dei paesi arabi associati all’OPEC (organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) di aumentare di molto il prezzo del barile soprattutto nei confronti dei paesi dichiaratamente filoisraeliani. In questo modo dal 1974 e per gran parte degli anni Settanta l’economia fu caratterizzata dalle conseguenze della più grave crisi internazionale delle fonti di energia.
L’Italia ne fu colpita più degli altri. Perché gli altri Paesi industrializzati come Gran Bretagna e Germania, ancorché legati all’uso economicamente più conveniente del petrolio, avevano, comunque, abbondanti riserve di carbon fossile cui far ricorso, l’Italia no.
E, quindi, soprattutto in Italia si ipotizzò la realizzazione di un Piano Energetico Nazionale che si liberasse il più possibile dalla dipendenza del petrolio. Come?
È facile detto, quanto irrealizzabile e, mi sia consentito, stupidamente proponibile: con un piano basato sulla costruzione di venti centrali nucleari. Poi il 26 aprile del 1986 il disastro di Cernobyl e il referendum dell’8 novembre del 1987 misero la parola fine alla possibilità di nuclearizzare l’Italia.
Dunque non se ne fece niente, ma la crisi economica fu lunga e pesante e l’Italia è tuttora priva di un Piano Energetico Nazionale. Tuttavia c’è stata la Cop di Parigi che a dicembre del 2015 ha deciso che il mutamento climatico in atto può essere rallentato e bloccato soprattutto riducendo sino all’abolizione l’uso di combustibili fossili.
Ma “fra il dire e il fare”…E quella riduzione è abbastanza lontana da venire. I combustibili fossili alimentano il rischio di guerre E qui nasce quel paradosso dal quale sono partito.
Che è un paradosso doppio: non solo perché è dimostrabile che “l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran ha confermato che i combustibili fossili alimentano violenza e distruzione” e che “l’espansione delle rinnovabili è l’opportunità concreta per inaugurare una nuova era”; ma è anche dimostrabile che il “merito” di tutto questo va anche a quel Donald Trump che è il maggiore persecutore degli accordi di Parigi. E così come scrive Rebecca Solnit (“Nuove energie per la pace”, da “Internazionale” 1658, 26 marzo 2026) “la guerra e il blocco dello stretto di Hormuz stanno spingendo sempre più persone a comprendere che l’uso dei combustibili fossili è deleterio dal punto di vista politico oltre che da quello ambientale.”.
È, più o meno, ma molto più grave e sanguinosa, la situazione che si era prodotta a Suez nel 1956. E che le cose stiano realisticamente così ci aiuta a sostenerlo anche “New Scientist” sempre da “Internazionale” (26 marzo 2026) nel quale ci si chiede:
“La guerra può accelerare la transizione verde?” E si prevede che la crisi nel Medio Oriente porterà molti paesi a rafforzare gli investimenti in forme di energia più sicure e più pulite. Perché “nonostante i continui affondi contro le politiche per il clima e il motto “drill, baby, drill” (“trivella, baby, trivella”) il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato un enorme impulso alla rivoluzione verde attaccando l’Iran.” Non solo.
Mi permetto di aggiungere un terzo paradosso. Ed è che appena se ne accorgerà Trump accelererà la pace.
Ma sarà troppo tardi per lui e per i suoi sodali petrolieri perchè la transizione verde sarà già cominciata. E così sia.
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