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Politica

Equità fiscale e testardaggine

Mercoledì 7 gennaio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Equità fiscale e testardaggine
Terzogiornale

Volendo essere testardamente qualcosa, per fare eco a uno slogan politico in voga, nel 2026 si potrebbe provare a essere testardamente coerenti con la richiesta di ricominciare a ragionare di equità fiscale. Per provare a riempire di contenuti il chiacchiericcio politichese sulle alleanze, la richiesta sarebbe da indirizzare alle forze politiche e sociali non allineate, o non del tutto allineate, alle varie destre maggioritarie – pur se con identità in qualche misura differenziate fra loro – in Italia e in Europa.

Qualche dato sempre utile in premessa: secondo le ultime statistiche pubblicate dal ministero dell’Economia e delle Finanze, nell’aprile scorso (riferite all’anno fiscale 2023), “i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’84% del reddito complessivo dichiarato” dai contribuenti italiani. Insomma, chi regge le casse dello Stato sono i soliti noti.

Ed è un dato di fatto oggettivo che negli ultimi decenni il sistema fiscale sia stato progressivamente rimodellato per ridurne il carattere redistributivo fissato in Costituzione con il mai abbastanza ricordato articolo 53, secondo comma: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Se negli anni Settanta del secolo scorso l’aliquota marginale Irpef più alta era al 72%, e si applicava ai redditi oltre i seicento milioni di lire (circa 310mila euro nominali ma in potere d’acquisto reale oltre cinque milioni di euro: sembra incredibile, ma con quella cifra all’epoca ci si comprava una dozzina di villette al mare), oggi è al 43% e si applica, indistintamente, ai redditi oltre i cinquantamila euro, senza contare i diversi trattamenti di favore che riguardano il lavoro autonomo con la flat tax o le rendite finanziarie, e tutto l’universo dell’elusione fiscale legalizzata attraverso labirinti societari e paradisi fiscali. La recente legge di Bilancio ha portato a qualche effimera polemica interna alla maggioranza su temi fiscali marginali (per esempio, a proposito della tassazione sugli affitti brevi), ma nessuna reale discussione sull’elefante nella stanza: un trentennio abbondante di attacco al principio costituzionale della progressività fiscale ha prodotto danni sia sul terreno della finanza pubblica sia su quello del benessere sociale di lavoratori, pensionati, famiglie.

Ci aveva provato il segretario della Cgil, Maurizio Landini (vedi qui), che aveva proposto qualche mese fa un “contributo di solidarietà” (quindi in teoria temporaneo) dell’1,3% sui patrimoni oltre i due milioni di euro: circa cinquecentomila italiani, attorno ai ventisei miliardi di euro, secondo la Cgil, il gettito aggiuntivo da destinare al finanziamento del welfare, dell’istruzione, dei trasporti pubblici. Una sorta di possibile raddoppio dell’entità della manovra finanziaria del governo Meloni.

Non risulta che su questo si sia concentrata la battaglia delle opposizioni parlamentari nel corso della sessione di bilancio. Alla radice della proposta di Landini, c’è la discussa idea dell’economista francese Gabriel Zucman, sostenuta da diversi Nobel per l’economia, come Paul Krugman e Joseph Stiglitz: 2% di tassa sul patrimonio di 1800 super-ricchi transalpini, con un patrimonio superiore ai cento milioni di euro; ipotesi concretizzata in una proposta legislativa affondata, manco a dirlo, dal parlamento francese.

Recentemente, intervistato dal quotidiano “Domani”, Zucman ha anche risposto alle obiezioni dei difensori dell’ortodossia liberista, che paventano il rischio di una fuga di capitali e di un esilio dei poveri milionari o miliardari presi di mira dal fisco: gli Stati Uniti, ha ricordato, tassano i propri cittadini fino alla morte, indipendentemente da dove vivano, “l’Italia potrebbe tassare i suoi ricchi ex residenti per cinque o dieci anni dopo la loro partenza dal Paese”. Sarebbe un colpo al giro di affari degli immobiliaristi del Principato di Monaco, ma potrebbe funzionare.

Un’altra ipotesi suggestiva l’ha lanciata recentemente Massimo Pasquini, esperto di politiche per la casa, sul sito “Diogene notizie”: tassare al 10% esclusivamente i 79 miliardari italiani identificati dalla rivista “Forbes” (erano 74 ad aprile 2025, ma a qualcuno, a quanto pare, le cose vanno benone) titolari, secondo le stime, di un patrimonio superiore ai trecentocinquanta miliardi di dollari. Per chi fosse curioso, il primato assoluto lo detiene Giovanni Ferrero, valutato oltre i quarantuno miliardi di euro, ma secondo il Bloomberg Billionaire Index, che lo piazza al trentesimo posto della classifica mondiale dei super-ricchi, insieme alla sua famiglia, vale oltre cinquantacinque miliardi di dollari.

Potenza della Nutella. Se le proposte di tassazione patrimoniale di tanto in tanto riaffiorano, pur se con scarso successo, alla superficie del dibattito pubblico nazionale ed europeo, c’è un tema forse ancora più tabù che andrebbe rimesso al centro dell’azione di chi si batte – o dice di battersi – per contrastare le crescenti disuguaglianze sociali prodotte dal capitalismo moderno.

È quello della tassazione sulle eredità. Lo affrontano Giacomo Gabbuti e Salvatore Morelli nel recente lavoro collettivo Non è giusta: l’Italia delle disuguaglianze (Laterza, 2025, con il sostegno della Fondazione per la critica sociale), ricordandoci l’ostacolo rappresentato dal consolidamento nel tempo dei patrimoni, fenomeno che limita “la mobilità sociale e intergenerazionale”, e pone “potenziali rischi anche per il funzionamento delle nostre democrazie liberali”.

Per esempio, trovarsi in politica il figlio o la figlia di un noto miliardario, che ha già segnato la storia recente dell’Italia: ogni tanto se ne parla, potrebbe accadere. In effetti – osservano i coautori del volume – “l’accumulazione di ricchezza al top può risultare anche accumulazione di potere: si pensi, per guardare solo agli aspetti più visibili, alle fondazioni, anche caritatevoli, con le quali personalità e famiglie affluenti istituzionalizzano la propria ricchezza, conferendo per generazioni ruolo, status e influenza alla propria discendenza”.

La proposta? In generale, spostare “il peso della fiscalità dai salari e dal lavoro alla ricchezza e alla rendita”, ma anche riportare, come proposto tra gli altri dal Forum Disuguaglianze e diversità, “l’imposta di successione a livelli e progressività adeguate”.

E cosa propone (fin dal 2019) il Forum? Una nuova imposta “sulla somma di tutte le grandi eredità e donazioni ricevute nell’arco della vita” (l’imposta sarebbe nulla al di sotto dei cinquecentomila euro) finalizzata al finanziamento di una “eredità universale”, cioè a “trasferire a ogni ragazza o ragazzo, al compimento dei 18 anni, un’eredità pari a quindicimila euro”, per un totale di 580mila ragazzi circa ai quali destinare otto-nove miliardi di euro l’anno, da accompagnare con un percorso di formazione a supporto delle scelte che ciascun destinatario del lascito “statale” potrebbe compiere.

Fantascienza, per lo stato del discorso pubblico attuale. Ma chi non desidera traghettare docilmente l’attuale maggioranza parlamentare di destra-centro verso una tranquilla riconferma in occasione delle prossime elezioni politiche, farebbe bene, probabilmente, a guardare meno ai sondaggi e al puzzle delle intese fra ceti politici, e a rimettere al centro del suo lavoro programmatico il tema delle ricchezze, delle disuguaglianze e dei possibili strumenti per combatterle, quelli citati e altri che si possono ipotizzare.

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