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Sesso e morte: il celebre delitto Casati Stampa diventa un film noir

Venerdì 3 aprile 2026 ore 17:06 Fonte: Strisciarossa
Sesso e morte: il celebre delitto Casati Stampa diventa un film noir
Strisciarossa

“Gli occhi degli altri”, compunto noir erotico liberamente ispirato al celebre delitto Casati Stampa, anno 1970, col marchese voyeur assassino a fucilate della disinvolta moglie Anna Fallarino, del giovane suo amante Massimo Minorenti e di se stesso, è un elegante esercizio di stile fuori tempo massimo, nonostante il tentativo attualizzante con l’elezione della ex aspirante attrice a simbolo delle donne oggettivizzate e vittime dell’occhio maschile. Lo firma Andrea De Sica, figlio del musicista Manuel, nipote del sommo Vittorio e cugino di Brando, figlio di Christian, a sua volta regista.

E scusate il rompicapo. Attivo pure in tv, ha in carniere diversi lungometraggi, dall’esordio abbastanza deboluccio con “I figli della notte” al recente “Non mi uccidere”, fiaba adolescenzial-horror spremuta dall’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo.

Stavolta si è immerso negli arrembanti anni del boom economico ispirandosi a tanto cinema dell’epoca puntato su borghesi grandi e medi preda di implacabile ennui, un disincanto tedioso, pensiamo a “La noia” di Damiani, a “I delfini” di Citto Maselli, dove, per dirla con Umberto Bossi, nel vivaio dei ricchi “figli di” sguazzano soprattutto trote a volte impegnate in giochi pericolosi. Filippo Timi e Jasmine Trinca in “Gli occhi degli altri” Non c’è nulla di male a citare film d’antan, il postmoderno vive di riciclaggi culturali, il problema è l’efficacia narrativa, legge marmorea di cui “Gli occhi degli altri” tiene relativamente conto nonostante più d’una belluria visiva e due corpi attoriali di vaglia.

Filippo Timi è il truce e neofeudale marchese Lelio, la dolce Jasmine Trinca, svestita con grazia dal costumista Massimo Cantini Parrini, è la torbida Elena, nomi dei protagonisti cambiati a evitare questioni legali, nei titoli di testa con sublime ipocrisia il disclaimer esclude riferimenti a persone o fatti etc etc. Come in un quadro del racconto “Divini Mondani” di Ottiero Ottieri, giusto dieci anni prima della tragedia annunciata una barca gremita di ospiti attracca al molo nell’isola privata del marchese (il film è stato girato vicino a Orbetello e sull’isola di Ponza), la servitù ha già portato lassù, nella villona sulla scogliera, un piccolo esercito di aragoste e delizie varie, sovrintende il maggiordomo Silverio (Gennaro Apicella).

La brigata è varia, blasé e allenata ai motti sagaci, spiccano Nicoletta (Rita Abela) formosa bonne vivante e Sandrone (Roberto De Francesco), spezia essenziale, in quanto gay, delle serate in villa, dove si è troppo in alto per avere vedute ristrette. Nella stessa notte il marchese, erede facoltoso di nobili lombi, si affiderà agli sguardi d’intesa scambiati con Elena, lì giunta in compagnia di un marito presto allettato dalla febbre, e copuleranno di gusto in una dépendance  piena di trofei di caccia (ehm) attigua al faro.

Location elitaria, il fascino del potere, la donna cade nella rete e sorride birichinamente – nuda e posseduta da Lelio – al fedele fattore Enzo (Giuseppe Sanfelice) che li spia. Il tema dello sguardo si colloca subito nel cuore del film e si eleva al quadrato quando il marchese, una volta diventato legittimo consorte, approfondisce il morboso legame con l’affascinante bruna, complice fin da subito nella parafilia, una forma di soddisfazione sessuale perversa ed eterodossa.

Lelio alza la posta del gioco e prende a filmare con una super8 la “sua” donna impegnata a dilettarsi con giovani manzi assoldati all’uopo, pure tre alla volta e crepi l’avarizia. Lieto che lei partecipi alle battute di caccia indossando una vestina a rete con maglie abbastanza larghe da non lasciare coperte le zone nevralgiche o si tuffi in acqua ignuda e in giovane compagnia.

L’impettito marchese oltre a quello noto, ha anche il vizio dell’onnipotenza, in virtù di blasone e fondi illimitati. E prende a esercitarla in modi sempre più assillanti verso Elena, bambola di piacere, moglie-amante, soggiogata al male gaze del marito che mentre crede di essere la metà di una sola anima, è uno sfruttatore, di fatto, del suo corpo (a margine: il Casati Stampa autentico aveva costretto Anna Fallarino a una mastoplastica additiva con protesi al silicone).

Il gioco cementato dall’alleanza di voyeurismo ed esibizionismo l’ha logorata e cade in depressione. A nulla vale l’osceno gesto di Lelio che, reggendo in mano una coppa di champagne (coppa, mica una flûte da parvenu) propone alla moglie incinta del maggiordomo di vendergli il nascituro per arredare la bella e nobile famigliola.

La somma di due probabili aridità infelici svanisce, l’oppressa Elena si innamora di Cesare (Matteo Olivetti, lo ricordiamo in “Felicità”, discreto esordio registico di Micaela Ramazzotti) e rientra nei ranghi della monogamia dettata da un sentimento tenacemente banale. De Sica, soggettista con Gianni Romoli, insieme pure in sceneggiatura con l’aggiunta di Silvana Tamma, trasforma il Massimo Minorenti della vicenda reale, uno dei tanti boys arruolati dal marchese diventato però grande amore della “marchesa”, in un serio giovanotto ben lontano dall’idea di accoppiarsi in bella vista.

Davanti a un diavoletto ci vuole un angelo. All’esito luttuoso finale, fotocopia di quello autentico, con Lelio affossato dall’odio e frustrato durante il capodanno del 1970 sull’isola, si arriva dopo una scena forzatamente festosa che vorrebbe essere un’istantanea  della fatuità molto kitsch di un gruppo di riccastri ma risulta davvero cinematograficamente kitsch, con gli invitati travestiti da umani del futuro secondo un’iconografia a mezzo tra “Balle spaziali” di Mel Brooks e “Barbarella” di Vadim, tutine argentee, latex, caschetti, antenne, plastiche trasparenti.

“Amici” molto particolari, visto che quando il marchese, completamente fuso, proietta, presente Elena, un filmino con lei sulla spiaggia impegnata da due maschiotti, tutti si mettono a ridere. Ma quando mai?

Vedere Anna Ferzetti dolente (interpreta Rossella, uno dei pochi esseri pensanti del lotto) in abiti traslucidi è imbarazzante tanto quanto la legnosa, farlocca coreografia della festa, una scena che fa il paio con l’intervento della guaritrice Pasqualina (Carmen Pommella) al capezzale della depressa Elena, capigliatura gonfiata alla Moira Orfei, dotata di aspersorio con acqua sedicente santa, ringhia come un orso durante le sue benedizioni. Aridatece Sorrentino, che queste cose, suore nane comprese, le sa fare da dio.

Molto più convincente era stato l’incipit dell’ora e mezza di film, l’accensione erotica tra i due protagonisti innescata sullo sfondo di un mare eterno aveva forza, metteva due esistenze di fronte al Fato, il sole abbacinante prometteva ombre. Timi e Trinca (rapinosi i suoi sguardi in camera) vanno assolti con formula piena, non è colpa loro se Lelio e Elena, soprattutto il primo, non possiedono profondità e passano da uno stato d’animo all’altro in modo meccanico e incomprensibile.

Se i silenzi non parlano, il difetto sta nel manico. Non hanno pecche, per contro, la fotografia di Gogò Bianchi e il montaggio di Esmeralda Calabria.

Emotivamente azzeccate le musiche del pianista Andrea Farri – sua la colonna sonora di “Io capitano” di Matteo Garrone – eseguite con l’accompagnamento della London Contemporary Orchestra. Producono Vivo Film, Wildside, Sky Italia e Vision Distribution che manda in sala.

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