Cultura
Franco Battiato e l'impossibilità di stare in due ore
Sono andato al cinema a vedere Franco Battiato – Il lungo viaggio, in sala solo il 3, 4 e 5 febbraio, con un sentimento misto di curiosità e gratitudine. La gratitudine viene prima di tutto, perché Franco Battiato non è stato soltanto un musicista, e ogni tentativo di raccontarlo nasce già da un atto di rispetto.
La curiosità, invece, riguarda sempre il rischio: cosa resta di una vita così vasta quando si prova a contenerla in due ore? Franco Battiato, il lungo viaggio Il film, va detto subito, è bruttino.
Irrisolto, a metà. Un’occasione sprecata, insomma.
E lo dico senza spirito da critico cinematografico, ruolo che non mi appartiene e che, sinceramente, non mi interessa. Le recensioni negative mi sembrano spesso inutili: basta il passaparola, basta non andare.
Fine. Ma qui il punto non è se il film funzioni o meno.
Il problema è che Battiato è stato troppo. Troppo grande, troppo complesso, troppo stratificato per essere ridotto — anche involontariamente — a una specie di uomo-sentenza, a un dispensatore di aforismi.
In due ore di film assistiamo a interi videoclip delle canzoni (cinque, sei, forse di più), come se la musica dovesse riempire i vuoti lasciati dal racconto, invece di essere attraversata, spiegata, problematizzata. Si recita male, quasi sempre.
Con due eccezioni importanti: il protagonista e la madre. Il loro rapporto è la parte più vera del film.
Lì, finalmente, qualcosa vibra. Perché Battiato non nasce mistico, lo diventa passando attraverso l’intimità, l’origine, la ferita dolce delle relazioni.
Ma, di nuovo, non è questo il punto. Il punto è che Franco Battiato non è riducibile.
Non alla durata di un film, non a un linguaggio solo, non a un’epoca. E forse nemmeno a un pubblico.
Se qualcuno non lo ascolta, è un problema suo. Battiato non ha mai chiesto adesioni, ha sempre chiesto attenzione.
Quello che dovremmo portarci via — dal film, dai dischi, dalle interviste, dai silenzi — non è l’opera, ma il modo in cui quest’uomo è stato al mondo. Battiato ha scelto, per tutta la vita, di migliorare sé stesso.
Ma non nel senso contemporaneo, impoverito, del “lavorare su di sé”. Non sviluppo personale.
Non ottimizzazione. Non performance Spiritualità.
Fatta di studio, di ascolto, di disciplina, di silenzio. Una spiritualità che non fugge il mondo, ma lo attraversa con maggiore precisione.
Con maggiore responsabilità. Con maggiore nobiltà.
Battiato ha avuto uno sguardo lucido sulla grandezza dell’essere umano e, allo stesso tempo, su tutto ciò che lo rende distratto, superficiale, poco attento al valore del tempo che gli è stato dato. La sua arte non nasceva per intrattenere, ma per riportare l’essere umano a una verticalità possibile, anche minima, anche imperfetta.
E questo vale per tutti, ascoltatori e non. Ci ha insegnato che il nostro passaggio sulla terra ha valore solo se proviamo ogni giorno a costruire una versione di noi stessi un po’ più attenta, un po’ più consapevole, un po’ più silenziosa.
E che questa attenzione va messa in tutto ciò che facciamo. Ancora di più nell’arte.
Ma vale anche per il lavoro, per le relazioni, per il modo in cui abitiamo il mondo. Il film passa.
Battiato resta. E va bene così.
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