Politica
Ciao Carlo Ricchini, il caporedattore dell’Unità che inventò i grandi titoli durante l’agonia di Berlinguer
Lui e l’Unità sono stati per tanti anni una cosa sola. Le loro storie si erano talmente intrecciate lungo il Novecento che era difficile parlare dell’uno senza pensare all’altra e viceversa.
Carlo Ricchini, morto ieri a 95 anni, è stato per tanti di noi, allora giovani giornalisti, un vero maestro. A volte burbero, ma con lo sguardo sempre dolce e gentile.
Spesso frenetico, quando c’era da decidere che fare e come farlo. Sempre collaborativo, quando c’era da fare le ore piccole per confezionare un “bel giornale”.
Era come un padre o uno zio, che ti seguiva con gli occhi carichi di apprensione e non ti lasciava mai solo. Anche nei momenti più difficili quando c’era da scrivere articoli complicati, ingarbugliati, quelli che bisogna stare sul filo per evitare di combinare guai.
Carlo Ricchini Quando diceva: “Qui ci vuole un giornale” Il suo sguardo è rimasto lo stesso, uno sguardo buono, fino all’ultimo.
E quando si andava a trovarlo nella sua casa di Ponte Lanciani sprizzava energia. Ricordava perfettamente ogni passaggio della sua vita, ogni capitolo della lunga storia dell’Unità, ogni titolo importante.
Si incazzava perché avevano chiuso il giornale e nessuno pensava di farne nascere un altro. “Un giornale ci serve come l’aria, altrimenti come parliamo ai nostri?”, diceva.
E telefonava in giro per sapere quanto sarebbe costato e dove si potevano trovare le risorse. Per questo fu contento quando fondammo Strisciarossa che, pur non essendo il giornale vero che lui sognava – quello di carta, quello che odora di inchiostro – era pur sempre un modo per esserci.
La vita di Carlo è esemplare di che cosa sono stati i comunisti italiani e i giornalisti dell’Unità. Nasce il 16 maggio del 1930 in una famiglia povera che viveva in una zona abbastanza desolata di Spezia (lo scrivo così, senza il La, perché lui ci teneva che si pronunciasse così e tante volte mi ha corretto).
Una casa piccolissima, una sola camera: lui e la sorella costretti a dormire in corridoio. Il padre, operaio meccanico, è la prova vivente delle ingiustizie di un mondo sbagliato.
Esagerando un po’ mi ha raccontato per il libro “Care compagne e cari compagni” di essere diventato comunista a dieci anni osservando il padre, il duro lavoro che faceva, il modo come veniva trattato dai padroni, le sofferenze che subiva. E poi la guerra, è la guerra a fargli capire qual’era la parte sbagliata che portava dolori e rovine e perché bisogna stare dall’altra sponda.
Ricchini con Macaluso consegnano a Sandro Pertini il volume dell’Unità su Berlinguer. Con loro il presidente della società editrice Armando Sarti e il portavoce di Berlinguer Antonio Tatò La famiglia povera, il padre operaio e l’incontro con il Pci Dopo la Liberazione Carlo rischia di perdersi.
Frequenta brutte compagnie, passa il tempo al bar a giocare a carte. “Ero instradato alla delinquenza”, mi ha raccontato.
Poi però lentamente la svolta della sua vita. Si iscrive alle scuole serali, conosce uomini che avevano fatto i partigiani.
Incontra il Pci e si iscrive nel 1949, a diciannove anni, dopo la dura sconfitta alle elezioni del ’48 e i giorni drammatici dell’attentato a Palmiro Togliatti. Ha sempre pensato che il partito lo avesse salvato e lo avesse aiutato a crescere.
Ed è il destino di molti della sua generazione (e forse non solo di quella sua) che dentro le sezioni comuniste hanno studiato, hanno capito il mondo, hanno acquisito una “coscienza rivoluzionaria”, come si diceva allora, che li ha spinti a combattere per il riscatto dei più deboli. L’incontro con l’Unità nasce per caso da questo retroterra.
Prima si fa le ossa al “Lavoro nuovo” di Genova, fondato da Sandro Pertini. Poi, adocchiato dai compagni della federazione del Pci, nelle pagine cittadine del giornale comunista.
Alla fine degli anni Cinquanta, dopo la chiusura delle edizioni locali, arriva a Roma convinto da Luigi Pintor, che allora era il vicedirettore. Comincia nelle stanze di via dei Taurini 19, quartiere San Lorenzo, il lungo percorso di Carlo Ricchini.
Cronista, caposervizio, redattore capo centrale, ha attraversato ogni settore del giornale. Sempre con la stessa passione, con lo stesso attaccamento a quella comunità di donne e di uomini che in redazione e in tipografia costruivano ogni giorno il giornale fondato da Antonio Gramsci.
Ha visto passare tanti direttori, con molti si è trovato bene (Reichlin sicuramente che lo volle caporedattore, Tortorella con il quale era in sintonia), con altri ha faticato un po’ (“Pajetta era un disastro”, mi ha confidato). Ricchini in tipografia a via dei Taurini.
Accanto a lui Romano Ledda Quei titoli su Berlinguer in coma che ci fecero piangere Ci sono due momenti della vita professionale di Carlo che lo descrivono meglio. Il primo è dell’inizio degli anni Settanta, quando lui era direttore responsabile del giornale.
L’Unità, insieme al Manifesto, aveva pubblicato un documento che accusava Giorgio Almirante, capo del Movimento sociale, di essere stato un “fucilatore di partigiani”. Durante la Repubblica di Salò aveva infatti firmato un manifesto con il quale metteva al bando i partigiani intimando loro di consegnarsi altrimenti sarebbero stati catturati e “fucilati alla schiena”.
E questo avveniva nelle zone toscane del grossetano dove poi ci furono diverse stragi nazifasciste. Almirante querelò l’Unità e il Manifesto e si andò a processo che durò molti anni.
Alla fine il giornale riuscì a dimostrare, rintracciando l’originale di quel manifesto, che effettivamente Almirante era un servo dei nazisti e vinse. Il segretario neofascista fu condannato a pagare le spese legali e a risarcire il quotidiano.
Che però rifiutò. Carlo quando mi raccontò questa storia aggiunse con orgoglio e gli occhi che gli brillavano:
“Nemmeno una lira da un fucilatore di partigiani”. La seconda vicenda è ancora dentro i nostri cuori e ognuno di noi ricorda quei momenti come fossero avvenuti ieri.
Quando morì Enrico Berlinguer toccò a Carlo guidare la squadra di giornalisti che si occupò delle tante edizioni straordinarie che segnarono quei drammatici giorni di giugno del 1984 e che misero a dura prova la redazione del giornale. Toccò anche a me, giovane cronista di Roma, spedito a Civitavecchia a raccontare l’arrivo delle navi dalla Sardegna nel giorno dei funerali.
“Mi raccomando, un pezzo vero e soprattutto fai presto”, mi disse facendomi tremare e mettendomi un’ansia indicibile. Furono giorni drammatici, difficili.
Riuscire a fare il nostro lavoro dentro quel dramma umano che ci coinvolgeva non fu semplice. Da quel sentimento, fatto di dolore e di speranza, che vennero fuori i titoli che Carlo mandò in tipografia attraverso i bossoli della posta pneumatica.
Sono titoli entrati nel nostro immaginario. Chi di voi non li ricorda?
“Berlinguer gravissimo” ci fece sobbalzare. “Ti vogliamo bene Enrico” ci fece sentire liberi di esprimere i sentimenti.
“Addio”, a caratteri cubitali rossi con una bellissima foto di Berlinguer, ci fece piangere. “Tutti”, ci fece sperare che quella morte drammatica non significasse la fine di una storia.
Dentro quei titoli c’era tutta la passione umana e giornalistica di Carlo. Il quale guardava ai fatti con gli occhi di chi sa di essere parte di una storia.
Di chi crede che solo il “noi”, la forza di un collettivo, il coraggio di una identità chiara possono far cambiare il corso delle cose e farci sentire orgogliosi del nostro lavoro. Carlo ha percorso i corridoi e le stanze dell’Unità con questi sentimenti.
Lo ha fatto da caporedattore e poi anche da responsabile delle iniziative speciali, inventando Il Salvagente, gli inserti di storia, le collane dei libri. Dovunque si sia fermato ha accolto gli altri con il sorriso.
E con il sorriso vogliamo ricordarlo mentre, con maglietta e bretelle, ci chiama dal fondo del corridoio del terzo piano di via dei Taurini per dirci di correre lì dove un fatto è accaduto e aspetta di farsi raccontare. Soprattutto di farsi capire per farlo capire, con il nostro sguardo di giornalisti comunisti, ai nostri lettori.
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