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“Dipende dalla classe”. Un manuale per svelare il “cavo” delle disuguaglianze nella scuola

Martedì 9 dicembre 2025 ore 07:51 Fonte: Altreconomia
“Dipende dalla classe”. Un manuale per svelare il “cavo” delle disuguaglianze nella scuola
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“Insegnare è un lavoro meraviglioso ma dipende dalla classe”. Dietro questa frase apparentemente innocua si nascondono gli effetti delle diseguaglianze economiche e sociali (di classe, appunto) e come queste influiscano sul percorso scolastico in ogni suo passaggio fino a determinare in modo importante possibile esito.

Ne parla Michele Arena, impegnato come educatore da vent’anni, nel suolo libro “Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista”, pubblicato nell'ottobre di quest'anno da Erikson.

Arena, in che cosa consistono le differenze di classe e come si esprimono all’interno del sistema scolastico? MA Lavoro come educatore e sono in contatto con adolescenti che vengono etichettati come difficili o problematici da oltre venti anni.

E un tratto comune nelle loro vite nella stragrande maggioranza dei casi è sempre stato quello della povertà economica, abitativa o comunque materiale. Ma la questione della classe sociale passa spesso in secondo piano quando analizziamo i percorsi di vita degli studenti, perché viviamo in una società e in una scuola in cui la parola privilegio ha assunto altri significati come “merito” e “impegno”.

Le statistiche ci dicono che le probabilità che uno studente ha di laurearsi variano a seconda della classe sociale, della ricchezza o dall’avere o meno la cittadinanza italiana. Quest’ultimo fattore non è di per sé discriminante ma nel nostro Paese la maggioranza di chi non possiede la cittadinanza italiana proviene da un percorso migratorio spesso difficile e quindi l’elemento della cittadinanza unito a quello della classe sociale diventa spesso un ostacolo insormontabile.

I dati ci dicono che gli studenti senza cittadinanza italiana in percentuale si laureano molto meno. Quindi di fatto le disuguaglianze nel percorso scolastico non derivano dall’impegno individuale ma dalla possibilità di avere un curriculum di risorse e competenze che già dalle prime classi diventa determinante.

Un esempio è il titolo di studio dei genitori. L’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche (Inapp) ci dice che avere i genitori laureati ci dà il 75% di possibilità conseguire una laurea a nostra volta mentre avere dei genitori con la licenza di terza media ce ne dà appena il 12%.

La scuola trasforma questa distanza in “impegno e merito”. Racconta che chi arriva in fondo con risultati migliori non lo ha fatto perché partito da una posizione di vantaggio ma solo grazie al suo impegno.

Chi non ce l’ha fatta, anche se aveva più di 60 punti percentuale in meno di possibilità, semplicemente non si è impegnato abbastanza. Viene detto che il sistema scolastico ha lo scopo proprio di eliminare queste differenze, tanto che il Governo Meloni ha aggiunto il termine “merito” al ministero dell’Istruzione.

È vero questo? MA La scuola riesce a tenere dentro di sé contemporaneamente sia l'ideologia dominante sia un principio di lotta e resistenza.

Se uno si ferma ai dati, il sistema scolastico appare né più né meno che un replicatore di disuguaglianze poiché i percorsi degli studenti seguono degli orientamenti che sono fissati per genere, provenienza e classe sociale. E l’attuale governo di destra sta cercando di rendere ancora più strutturali queste disparità, ad esempio, tramite la riforma degli istituti professionali o attraverso la proposta di rendere l’accesso al bonus cultura subordinato al merito (a partire dal 2027 sarà richiesto il conseguimento del diploma superiore o di un titolo equivalente entro il 19esimmo anno di età, ndr).

Però allo stesso tempo la scuola è anche un luogo dove entriamo tutti e che ci mette tutti davanti a un percorso potenzialmente uguale. In questa dicotomia quello che cambia, dal mio punto di vista, e se nel nostro percorso incontriamo insegnanti e metodi che si avvicinano di più a quel principio di lotta e resistenza o all'ideologia dominante.

Il ruolo degli educatori non è tanto rimuovere gli ostacoli di ordine socioeconomico ma metterli in luce e rendere più consapevoli gli studenti e le studentesse del loro percorso di vita e anche eventualmente delle fatiche e dei fallimenti che stanno incontrando e attraversando. Perché altrimenti il rischio anche del docente è quello di ritrovarsi a essere la persona che certifica la disparità, cioè che trasforma il privilegio in merito attraverso i voti, le bocciature e le valutazioni.

Stare cioè dalla parte dell’ideologia dominante che discrimina una parte degli studenti e ne favorisce un’altra. Lei descrive lo svantaggio sociale come un cavo che rallenta gli studenti i quali rimangono sempre più indietro nel loro percorso educativo.

In che modo? MA Questo cavo continuerà a funzionare sempre fino a che l'istituzione scuola e noi insegnanti e educatori continueremo a mantenerlo invisibile.

La sua forza sta proprio nel non essere notato. Uno studente che vede il suo compagno di banco passare facilmente le prove, ottenere buoni voti e fare un percorso scolastico di successo mentre lui prende voti peggiori facendo il triplo della fatica non ha chiaro il perché.

Se lo studente in difficoltà non riesce ad associare questo fenomeno a un qualcosa che non si limiti solo alla sua responsabilità è ovvio che la forza di questo cavo diventa invincibile, perché il processo di colpevolizzazione individuale diventa più forte di tutto il resto. E l’invisibilità del cavo è data anche dal suo essere fatto di tante cose diverse.

Se uno studente cresce a contatto con opportunità e con un accesso facilitato alla cultura cioè se ha già in partenza una sorta di corrispondenza con quello che a scuola è considerato funzionale e vincente, è ovvio che per lui studiare sarà probabilmente meno faticoso. Il cavo è fatto di una lingua giusta, dall’abitare in una zona di città dove l'arte è presente, dal passare le estati in modo funzionale allo studio, di avere qualcuno che ti può aiutare con i compiti o pagare le ripetizioni e tante altre cose così.

I soldi ti fanno accedere a tutta una serie di privilegi e di punti di partenza favorevoli. Chi invece parla una lingua diversa e ha poche opportunità di accedere a una cultura allineata a quella scolastica si trova chiaramente in svantaggio.

Ma ripeto, molta della forza del cavo sta nel mantenere questa diversità di privilegi nascosta e invisibile. [caption id="attachment_231760" align="aligncenter" width="951"] Michele Arena alla presentazione del suo libro "Dipende dalla classe" © Giulia Madiai[/caption] Un ruolo importante, quindi, è giocato dagli insegnanti che possono essere sia vittime sia strumenti di questo sistema. MA Noi entriamo a scuola con l'idea che sia un luogo democratico dove abbiamo tutti le stesse opportunità ma poi ma mano che cresciamo capiamo che non è così.

Ed è ovvio che il rapporto con questo sistema a due facce, che rappresenta sia la repressione sia la resistenza, possa portare nei ragazzi e nelle ragazze un costo emotivo elevato. È una sorta di tradimento da cui è difficile difendersi proprio perché ha questa natura ambigua.

E penso che questo non abbia un impatto emotivo solo sugli studenti ma anche sui docenti. Un professore che crede nel suo lavoro e nel tempo che dedica ai suoi studenti si rende conto di non riuscire a invertire in nessun modo le statistiche.

Anzi a volte, che lo comprenda razionalmente o no, sente che con i voti e le bocciature sta modificando delle traiettorie di vita in modo negativo. Perché sappiamo benissimo che bassi voti significano bassi stipendi.

E che bassi stipendi significano pochi diritti. Trovarsi dentro a un’istituzione che rafforza le diseguaglianze e che crea corsie a doppia e triple velocità credo abbia dei costi psicologici ed emotivi per tutti.

Che cosa si dovrebbe fare allora se non si può sconfiggere almeno per indovinare questi meccanismi? MA Penso che la scuola abbia il compito di guardare alle storie dei ragazzi non come singoli individui ma come persone che stanno all'interno di forze e di narrazioni che hanno natura sistemica, sociale e storica.

Vedere questo aspetto può permettere di leggere gli insuccessi o successi di uno studente in modo molto diverso. Conoscere questi aspetti dovrebbe essere elemento fondamentale della formazione di noi docenti e educatori.

Non è possibile costruire improvvisamente una scuola anticlassista però se cominciamo a portare il tema del privilegio e del merito all'interno delle nostre classi e a decostruirlo insieme allora magari daremo alla prossima generazione qualche strumento in più per poter lavorare su questo tema. Magari proprio a chi farà lavori di relazione come il medico o l'insegnante o l'educatore.

Su alcuni aspetti c’è un progresso abbastanza evidente ma sul tema della povertà economica stiamo avanzando in modo molto più lento perché l'idea che se uno è povero è perché in fondo se lo è meritato continua a essere dominante anche tra le classi più istruite. Invece c'è bisogno di costruire opportunità vere per cominciare a elaborarlo questo trauma, che è un trauma generazionale iscritto nelle famiglie e nei corpi di molti ragazzi e ragazze che abitano le nostre classi. © riproduzione riservata L'articolo “Dipende dalla classe”.

Un manuale per svelare il “cavo” delle disuguaglianze nella scuola proviene da Altreconomia.

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