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Storia

La tragica fine dei cavalieri templari

Domenica 23 novembre 2025 ore 21:54 Fonte: Storica National Geographic
La tragica fine dei cavalieri templari
Storica National Geographic

All’alba di venerdì 13 ottobre del 1307 le porte della città vennero chiuse e non un solo templare sfuggì all’arresto». Questa frase di un anonimo cronista di Parigi, tanto lapidaria quanto brutale, segna l’inizio di uno degli episodi più sconcertanti della storia dell’Europa medievale.

L’ordine proveniva direttamente da Filippo IV, re di Francia. In una sola mattina, i frati dell’ordine templare furono catturati in tutto il regno in una retata senza precedenti.

Non ci fu alcun preavviso. Solo la forza di una decisione eseguita con un’efficacia che stupisce ancora oggi.

Le accuse erano tutt’altro che lievi: eresia, idolatria e sodomia. Ascesa e caduta dei templari L’ordine dei templari era nato all’inizio del XII secolo in una Gerusalemme appena conquistata dai crociati.

Lì, un piccolo gruppo di cavalieri guidati da Hugo de Payns si presentò nel 1120 al cospetto del re Baldovino II e del patriarca della città con una proposta: quella di offrire protezione ai pellegrini cristiani lungo i pericolosi cammini verso la Terra Santa. Furono ospiti del re, che li fece alloggiare in stanze annesse all’antica moschea di al-Aqsa, nel complesso che i crociati ritenevano essere il tempio di Salomone.

Da qui nacque il loro nome: ordine dei poveri cavalieri di Cristo e del tempio di Salomone, l’ordine del Tempio. I primi templari quasi non disponevano di risorse, ma il loro progetto attirò presto l’attenzione delle autorità ecclesiastiche.

Nel 1129 il concilio di Troyes ne riconobbe ufficialmente la regola di vita e la missione. La regola templare stabiliva un’esistenza austera e disciplinata, basata su obbedienza, castità, povertà e preghiera.

I cavalieri indossavano un semplice mantello bianco con una croce vermiglia, simbolo di purezza e sacrificio. Le loro giornate trascorrevano all’insegna della preghiera liturgica e dell’addestramento militare.

Erano una confraternita di liberi guerrieri, ai quali era permesso uccidere in nome della fede. Nel giro di appena un secolo quello che era nato come un piccolo gruppo di pii cavalieri divenne l’ordine più potente della cristianità.

I templari erano rispettati e temuti, conosciuti sia per il rigore spirituale sia per l’esperienza militare. Nei territori d’Oriente combatterono in prima linea; in Occidente, diventarono custodi di fortune, guardiani di cammini e signori di vasti possedimenti.

Finché, nel 1307, divennero improvvisamente prigionieri ed eretici. La retata contro di loro avvenne in un contesto particolare.

All’inizio del XIV secolo la Francia stava attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia. Le guerre nelle Fiandre avevano inflitto una profonda ferita alla Corona francese, le cui finanze erano ormai allo stremo per via della crescita inarrestabile dell’apparato statale.

Con più funzionari, più spese e meno risorse, la monarchia di Filippo IV si ritrovò intrappolata in un circolo vizioso che la portò a vivere ben oltre le proprie possibilità, senza alcun credito che la sostenesse. Di conseguenza, il re rivolse la propria attenzione ai templari, un ordine che possedeva proprio le ricchezze di cui egli aveva tanto bisogno.

I suoi cavalieri, inoltre, non rispondevano al re o alla Chiesa locale, ma direttamente al Papa, e questo faceva di loro una forza militare scomoda per un monarca deciso a controllare ogni angolo del proprio regno. L’attacco contro di loro non fu soltanto una questione di avidità – sebbene questa abbia avuto senza dubbio il suo peso –, ma soprattutto il tentativo di rafforzare la sovranità della Corona eliminando un potere intermedio difficile da integrare nel nuovo ordine dello stato.

Imprigionati e interrogati Totalmente all’oscuro di queste considerazioni, il 13 ottobre del 1307, quando iniziarono gli arresti in tutto il regno, i templari erano tranquillamente impegnati nelle loro faccende quotidiane: alcuni pregavano, altri svolgevano i compiti abituali. Quando arrivarono i soldati del re, la sorpresa fu assoluta.

I templari vennero trattenuti senza troppe spiegazioni, separati e messi in isolamento. In pochi istanti le mura che li avevano difesi si tramutarono nel loro carcere.

I documenti giudiziari parlano di 1.135 cavalieri che testimoniarono davanti ai tribunali. Nelle prime settimane 138 furono interrogati nella torre del Tempio a Parigi e poi distribuiti nelle fortezze reali come Chinon, Gisors, Loches e Roche-Poulain; nelle prigioni episcopali (Sens, Tours, Poitiers, Orléans, Senlis e Troyes) e in alcuni conventi adibiti a prigioni, come SaintAntoine a Parigi.

Gli interrogatori furono lunghi, tesi e violenti. Le testimonianze che si sono conservate parlano di torture fisiche, pressioni psicologiche, isolamento e minacce.

I cavalieri erano accusati di sputare sulla croce, di rinnegare Cristo, di adorare idoli grotteschi e praticare atti sessuali aberranti. Molti di questi faticavano persino a capire da dove provenissero tali accuse.

Alcuni confessavano, spezzati dal dolore, dalla pressione o dalla disperazione. Altri, invece, cercavano di resistere.

La vita in prigione era dura. Il cibo scarseggiava, quasi non si dormiva e non si sapeva mai se il giorno dopo sarebbero stati giustiziati, torturati o semplicemente dimenticati.

Alcuni cercavano di rifugiarsi nella preghiera; altri nei ricordi del passato o nella speranza di una giustizia divina. C’era perfino chi continuava a credere che presto sarebbe giunto l’aiuto del papa.

Altri, più scettici o forse semplicemente più realistici, si limitavano a fissare per ore le pareti di pietra, sapendo di essere soli. Il potere della tortura I templari vennero sottoposti a terribili tormenti.

A Parigi, frate Gaucher de la Varenne affermò di essere stato costretto a inginocchiarsi su dei ciottoli mentre due guardie gli stringevano una corda intorno alla fronte. Dopo mezz’ora, «vide delle scintille sotto la pelle» e confessò di aver rinnegato Cristo.

A Rouen, Jean de Cernay raccontò di essere stato legato a faccia in giù: gli versarono su per il naso più acqua «di quanta un uomo possa bere in un giorno intero». Raoul de Gizy, dal canto suo, ammise che, mentre era appeso per i polsi, le guardie lo strattonarono con violenza fino a slogargli le spalle.

Poi gli strofinarono i piedi con il sego ‒ grasso animale ‒ e gli avvicinarono un carbone vivo: «Non sapevo se il fumo venisse da me o dall’inferno», raccontò. Le torture più frequenti consistevano nell’appendere il prigioniero per le braccia.

Pierre de Bologne raccontò che, a Poitiers, gli agganciarono ai polsi dei pesi di ferro fino a fargli perdere conoscenza. Una sorte simile toccò a Frère Aymon de Barbone, che fu appeso tre volte e nutrito per nove settimane a pane e acqua; quando il supplizio ebbe fine, rifiutò di testimoniare «né a favore né contro», dicendo di aver sofferto troppo.

Il metodo più crudele era il cosiddetto tratto di corda, o strappata: al reo venivano legate le mani dietro la schiena, prima di essere sollevato con una carrucola e lasciato andare di colpo, arrestandone la caduta poco prima che toccasse terra. In questo modo gli venivano slogate le braccia.

Frère Hugues de Pairaud sopravvisse alla strappata tre volte di seguito, fino a quando le braccia gli pendettero «come corde di stracci». Almeno trentasei templari morirono a Parigi durante i primi interrogatori.

Due anni dopo un consiglio provinciale condannò al rogo cinquantaquattro frati recidivi i quali, dopo aver ritrattato le proprie confessioni, insistettero sull’innocenza dell’ordine. Si verificarono decessi anche a Caen e Rouen, ma il numero esatto delle vittime resta a oggi sconosciuto.

La vita nelle celle Dalle testimonianze emergono le torture, ma anche una lenta agonia emotiva. Sulle prime prevaleva la sorpresa per essere stati accusati dei delitti che avevano giurato di combattere.

Poi subentrava la vergogna: la paura che il mondo credesse a quelle storie torbide. Infine, un misto di rassegnazione e rabbia, la consapevolezza che la dignità era sempre più un miraggio.

Tra un interrogatorio e l’altro le ore trascorrevano in un limbo senza tempo. Alcuni prigionieri tracciavano delle linee sul muro: una per ogni alba che vedevano tra le sbarre.

Altri ripassavano mentalmente i salmi. Quando la guardia portava una crosta di pane, la voce più anziana intonava un rauco Benedicite; gli altri annuivano.

Non potevano dimenticare la propria identità. Diversi prigionieri descrissero un suono che rimase per sempre impresso nella loro memoria: lo scricchiolio della carrucola che sollevava un fratello verso la trave.

Gli altri, legati nella stessa stanza, udivano il primo grido e sapevano che forse presto sarebbe toccato a loro. Non era solo una questione di dolore fisico, ma di assistere alla distruzione della volontà altrui.

Martiri della verità In mezzo a tanta oscurità, vi furono gesti di dignità indelebili. Alcuni fratelli, pur sapendo cosa li aspettava, si rifiutarono di firmare false confessioni strappate loro con la violenza.

Guillaume de Chambonnet, precettore dell’Alvernia, resistette a dieci mesi di prigionia, due sessioni di tortura sul cavalletto – una sorta di lettiga su cui il prigioniero veniva disteso per essere sottoposto alla trazione degli arti che provocava la slogatura delle articolazioni – e una finta esecuzione sul rogo. Non riuscirono a strappargli nemmeno una confessione.

Lo scrutatore, ovvero l’uomo incaricato d’interrogare ed esaminare le risposte dei prigionieri, registrò le sue ultime parole: «Quanto non è successo, non lo macchi la mia lingua per salvare il mio corpo». Guillaume morì nella sua cella la settimana successiva; il responso del medico del re fu «debolezza cardiaca».

I fratelli lo celebrarono come un trionfo postumo: meglio morire senza firma che vivere con il peso della menzogna. Analoga sorte toccò a Hugues de Pairaud e Geoffroi de Gonneville.

Altri, dopo aver ceduto sotto tortura, ritrattarono la loro versione in tribunale e dichiararono a gran voce l’innocenza dell’ordine. Fra questi, Jacques de Molay, l’ultimo maestro.

Si sarebbe potuto salvare, ma preferì morire che tradire ciò in cui credeva. Insieme a lui, altri templari fecero lo stesso, sapendo che avrebbero pagato con la vita.

I cavalieri templari che furono liberati tornarono a un’esistenza senza ordine, senza missione, senza una direzione chiara. Alcuni si unirono ad altri ordini, altri tornarono alla vita civile.

Eppure nessuno di loro avrebbe mai potuto dimenticare quanto avevano vissuto. Perché, al di là della caduta istituzionale dei templari, era venuto meno un modo di vivere, una comunità di fede e di lotta che d’un tratto fu cancellata come se non fosse mai esistita.

Per saperne di più SAGGI. I templari.

Storia di monaci in armi (1120-1312) Jacopo Mordenti. Carocci Editore, Roma, 2022.

I templari. La spettacolare ascesa e la drammatica caduta dei cavalieri di Dio Dan Jones.

HOEPLI. Milano, 2018.

I templari Barbara Frale. Il Mulino, Bologna, 2007.

Questo articolo appartiene al numero 202 della rivista Storica National Geographic.

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