Cultura
Dalla parte del torto
Ho insegnato per dieci anni al liceo, negli anni Novanta del secolo scorso. Era il periodo in cui, su dipartimenti impegnati a pareggiare il quadrato della progettazione con il cerchio della classe, era calata, imprevista e sgradita, la check list efficientista del Progetto Qualità, con la sua etica della trasparenza e della rendicontazione.
Insomma: sono entrato nel corpo docenti proprio negli anni in cui alla scuola si chiedeva un salto di qualità importante, che aveva il suo perno nell’idea che tutto (o il più possibile) di ciò che passava nel dialogo educativo dovesse avere la sua logica, e che questa logica dovesse essere condivisa tra gli attori del processo. Ci credevo allora, e ci credo ancora.
Fermamente. Anche se… Il confronto con i patti educativi che le scuole stringono con studenti e famigliari; le griglie valutative che quotano la minuteria didattica; la personalizzazione dei curricoli; la vigilanza pervasiva di registri elettronici e classi virtuali; l’autocontrollo imposto da una buona educazione istituzionale… segni tangibili del progresso cui ho dato un contributo convinto, mi paiono sempre più le maglie di una rete stretta intorno allo studente per costringerlo a condividere il metodo, ad accettare il giudizio, a espungere l’errore… Quando io ero studente avevo un rapporto con la scuola naturalmente conflittuale: senza necessariamente essere dei rivoluzionari, noi studenti eravamo noi, e ci sentivamo ontologicamente e orgogliosamente diversi dai loro che incarnavano l’istituzione.
In aula e nei corridoi, nelle interrogazioni e nelle chiacchiere, nei temi in classe come nelle arringhe assembleari, affermavamo con convinzione le nostre idee e le nostre conoscenze. I giudizi che ci investivano, sul rendimento come sulla condotta, ci apparivano (e spesso erano) talmente aleatori e arbitrari da non richiedere la nostra complicità.
C’erano i margini, insomma, per rimpallarci la responsabilità dell’errore e noi ne approfittavamo per rivendicare orgogliosamente il diritto a stare “dalla parte del torto”. L’errore – anche l’errore – in qualche modo ci definiva.
Oggi quei margini mi paiono estremamente sottili. L’ipernormatività scolastica (di cui parla bene Vigilante nel numero), amplificata dalla pervasività tecnologica e giustificata da implacabili griglie docimologiche, sembra non lasciare spazio al dissenso.
Obbligati da una logica ferrea a condividere una visione del mondo, mi sembra che ai miei figli e ai loro coetanei non resti che un’unica alternativa: accettare in blocco l’idea di realtà che proponiamo o ribaltare il tavolo. Così, non mi sorprende il fatto che la fragilità e l’ansia sembrino il tratto distintivo di queste generazioni.
Mi preoccupa semmai la prospettiva della loro prossima evoluzione in rabbia. Perché non succeda, sarà sufficiente che i miei figli accettino il rischio di fare la cosa sbagliata.
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