Politica
Pucci a Sanremo? Sì, avrebbe dimostrato la pochezza della Rai meloniana
Tra i custodi autonominati del politically correct, si fiuta aria da autogol. Perché oggi lo stand-up comedian milanese Andrea Pucci, “l’unico comico di destra” per sua stessa ammissione, è diventato un piccolo martire.
Dell’intolleranza “comunista”, dicono i meloniani, dopo le sue dimissioni da prossimo co-conduttore di una serata sanremese. Come se Pd, Avs e Cinquestelle avessero un effettivo potere di interdizione su cosa deve o non deve andare in onda su questa Rai.
Il forfait è stato deciso in coda a una diffusa rivolta via social: Pucci è sessista, razzista, fa body shaming (anche sulla Schlein, ipse dixit:
“In un momento di follia ho fatto una battuta sull’aspetto di Elly Schlein… Rifarei la battuta”), non può salire sul palco dell’Ariston. Queste le accuse, piuttosto motivate in linea di massima, vedi un suo pezzo in cui racconta di un battibecco con la moglie ecologista che lo costringe a tenere al fresco i cibi non nel frigo ma sul terrazzino, e già, dice Pucci, “così chi abita al piano terra apre la finestra al mattino e ci sono due ecuadoregni che gli mangiano il prosciutto”.
Il comico Andrea Pucci Le battute qualunquiste e i teatri pieni E però… Pucci spara battute a vasto raggio, da portavoce (talvolta) dell’uomo medio e (più spesso) della cosiddetta maggioranza silenziosa. Il suo personaggio galleggia su paranoie metropolitane e familiari, ha l’occhio attento ai tic moderni, sa costruire le battute e riscuote simpatia.
Insomma, ha un suo pubblico. Qualunquista?
Di sicuro ama provocare, rilancia l’uscita di Berlusconi su Rosy Bindi: “Sei più bella che intelligente”, prende di mira i gay e le donne, da schietto rappresentante dell’eterno fascismo italiano, che oggi e sempre è intriso più di indifferenza e comodo relativismo che di avanguardisti patriottici.
Però riempie i teatri e in platea non ci sono militanti di Casa Pound, ci sono gli stessi che adoravano i cinepanettoni con aerofagie incorporate di Boldi. Un pubblico che ama riconoscersi e si rassicura pensando di essere lontano da certi voli rasoterra.
A Pucci non hanno mai interrotto uno spettacolo per vilipendio, diffamazione o simili e all’Ariston avrebbe senz’altro mitigato e frenato la lingua, nel caso migliore l’avrebbero convinto a spendere una battutina innocua sul governo e una sulla sinistra in mezzo alle classiche gag. Cloroformio.
Al di là delle censure preventive, che sono sempre un segno di debolezza, quale occasione migliore per confermare l’esiguità culturale e immaginativa di una Rai infeudata al governo? O quantomeno per fare confronti con altri satiri-comici di ben più alta levatura che si sono esibiti a Sanremo, da Beppe Grillo al trio Marchesini-Solenghi-Lopez, da Fiorello a Nino Frassica?
Davvero Andrea Pucci a Sanremo equivaleva a un comizio di Vannacci? Siamo seri.
Un Pucci qualsiasi ben accetto ai dirigenti della tv pubblica colonizzata cui la premier non deve neanche dare ordini per risultare allineati e coperti, avrebbe costituito al massimo un bis eclatante e illuminante dopo la meschina figura del direttore di Raisport Paolo Petrecca, generoso vassallo meloniano che sta alla telecronaca sportiva come il mitico Gennariello Sangiuliano al senso dello Stato. Si stanno facendo del male da soli, ottimo, si poteva pensare.
Invece Giorgia Meloni si è trovata fra le mani un’arma da sfruttare, perché rispondere alle domande dei giornalisti è una barba e lei ha altro per la capa, ma fare chicchirichì sui social con dichiarazioni motu proprio (come il Pontefice) è indispensabile quando si sentono scricchiolii e c’è il sospetto che prendersela con la Cassazione puntualizzante sul referendum funzioni meno che dichiarare nemico dell’Italia chi è contro le Olimpiadi, questa sì una buona battuta nel segno del surrealismo, non ci fossero di mezzo i soliti anarchici, i sabotatori di linee ferroviarie e altre tipologie di kamikaze del buonsenso, agitatori che sembrano messi lì apposta per titillare reazioni d’ordine (piccolo inciso: ministro Piantedosi, ci scusi, quando riuscirà a beccare un black bloc, uno, per favore, invece di applaudire i tutori della legge che sparano fumogeni ad alzo zero e scambiare manifestanti vittime in complici?). Quando su “Cuore” la gobba di Andreotti nascondeva una piovra mafiosa E funziona altrettanto bene per Giorgia Meloni una autostracciatina al tailleur-pantalone rosa palazzo col Corriere della Sera prendendo spunto da alcune vignette di Natangelo sul Fatto, in una delle quali, tanto per rendere l’idea, Meloni schiocca, in occasione di un rendez-vous istituzionale, un bacetto sulla chiappa sinistra di Trump, che sollecita analogo riguardo alla chiappa destra, “sennò che bilaterale è?”.
Non il massimo dell’eleganza ma è satira non vilipendio o diffamazione, trattandosi chiaramente della paradossale traduzione di un allineamento quasi totale al mitico Donald da parte della leader dell’esecutivo. Meloni, in nome di una anacronistica e stizzita lesa maestà si risente e commenta:
“Non sopporto il doppiopesismo. È davvero la cifra della sinistra, la usano sempre.
E non ci sto. Queste sono cose che disegnano o dicono su di me: questo si può fare?
Parlano di sessismo e io che dovrei dire? Mi facciano capire, quando attaccano me è satira, quando attaccano la Schlein è sessismo?”.
Sì, si può fare secondo le leggi vigenti della Repubblica perché la vignetta non prende di mira qualcuno per l’aspetto fisico ma satireggia da comune cittadino su un potente. A proposito di body shaming:
Andreotti veniva ritratto con gobba e orecchie a pipistrello, però i tratti somatici andavano a corredo di battute, vedi quella di Marco Scalia uscita su Cuore con la gobba che in realtà nascondeva una sorniona piovra mafiosa o quella di Vauro con Andreotti di spalle che proiettava un’ombra nera su una serie di lapidi, da Piazza Fontana a Ustica e, sotto la scritta “Luce sulle stragi”, il fumetto con le parole di Andreotti: “Dormite, dormite, che è sempre notte!”.
Qualcuno si ricorda la vignetta dell’aprile 2023, sempre di Natangelo e sempre sul Fatto, raffigurante la sorella di Giorgia, Arianna, compagna del ministro Lollobrigida, a letto con un uomo di colore? Il convivente (oggi ex) di Arianna, il ministro dell’Agricoltura e visir della Bresaola Francesco Lollobrigida (sì, quello di “Il vino?
Anche l’abuso di acqua può portare alla morte”) aveva tuonato poco tempo prima: “Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica” nel corso di un convegno sulla denatalità.
Nella vignetta del Fatto il nero a letto con Arianna chiedeva: “E tuo marito?”, ottenendo in risposta:
“Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica”. Misoginia?
Vulnus vigliacco alla vita familiare Meloni-Lollobrigida? Oppure satira a contrappasso e ovviamente paradossale?
Era partita la querela. Con Pucci è scattata la censura preventiva via social.
Ma – pur se un cefalo non può diventare di colpo un’aragosta – non è sempre meglio giudicare nel merito (di un’esibizione) e soprattutto dopo, mai prima, a prescindere? Altrimenti si rischia di assomigliare al peggio di chi si pretenderebbe di combattere culturalmente e politicamente.
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