Politica
Quella disperata voglia di entrare alla corte di Trump, l’ultimo affronto di Meloni all’Europa
L’Italia vuole “disperatamente” entrare nel mio Board of Peace, ma per il momento non può perché prima Giorgia Meloni deve “tornare nella sua assemblea legislativa” per liberarsi da certe grane burocratiche, e lo stesso vale per la Polonia. Parole (quasi testuali) di Donald Trump pronunciate sull’Air Force One in volo verso casa dopo la “fantastica”, “incredibile”, “mai vista al mondo” cerimonia di insediamento dell’ultimo parto della sua pirotecnica fantapolitica internazionale.
Dall’albanese al vietnamita, in ordine alfabetico, tutti i più solerti e non sempre (anzi, quasi mai) commendevoli vassalli dell’imperatore di Washington: venti in tutto che si sono davvero presentati a Davos dei trenta che avevano accettato l’invito inviato dal presidente in persona a cinquanta personalità eminenti, a gusto suo, della politica planetaria. Due soli erano assenti giustificati:
Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, che se avessero messo piede in Svizzera sarebbero stati ammanettati in ottemperanza agli ordini di cattura della Corte penale internazionale. “Disperatamente” è una parola forte anche per un personaggio notoriamente propenso alle iperboli, in genere del tutto spropositate, come l’attuale capo della Casa Bianca e poiché l’interessato l’ha pronunciata dopo una telefonata di persona e senza interpreti con l’interlocutrice a Roma (o forse a Bruxelles dove lei si trovava per il Consiglio europeo) vale la pena di indagare sulla sua portata politica.
La “disperazione” dev’essere cominciata quando Giorgia Meloni ha fatto sapere che non si sarebbe recata a Davos nonostante che tutto fosse stato preparato dai suoi uffici per la trasferta e si è vista rifiutare anche la richiesta di un tête-á- tête con il Gran Capo. Per niente scoraggiata, la presidente del Consiglio italiana ha fatto sapere che sarà proprio lei l’anno prossimo, a candidare il suo grande amico al premio Nobel, che quest’anno gli è stato negato dai perfidi giurati di Oslo.
Meloni, insomma, si è comportata come come la signora Machado che si è coperta di ridicolo regalando al Tycoon il premio che era stato conferito a lei, indebitamente dato l’uso che poi ne ha fatto. L’aspetto grottesco di questa nuova sparata meloniana è pari solo all’umiliazione di vedere la massima autorità politica del nostro paese ingarellarsi in una sconcertante gara di servilismo.
Che a questo punto rischia pure di vincere. Tornando all’attegiamento verso l’iniziztiva trumpiana, va detto che comunque molti hanno presa per buona la sua versione dei fatti sull’adesione al Board of Peace da lei stessa presentata nello studio di un Bruno Vespa più sorridente e prono di sempre come “un’ottima iniziativa” alla quale – ha detto – sono “aperta”, anche se l’articolo 11 della Costituzione italiana mi impedisce di accettare l’invito visto che consente l’adesione dell’Italia a ordinamenti prevedano limitazioni di sovranità solo “a condizioni di parità” con gli altri stati.
Condizione che nel marchingegno trumpiano, in cui comanda solo lui, evidentemente manca del tutto. Benissimo, ma se le cose stavano così come si spiega la telefonata con Trump, nella quale – come si desume dalla ricostruzione dell’americano – sarebbe stata indicata proprio una strada per superare l’ostacolo opposto da quella disgrazia di Costituzione con un “ritorno” al Parlamento che permetterebbe il soddisfacimento di quel “disperato” bisogno di entrare nel Board?
È stato lui che, come spesso gli capita, non ha capito, oppure è stata lei a evocare l’ipotesi di un superamento dell’impedimento costituzionale? E in questo secondo caso, come?
Giacché è impensabile che la spregiudicatezza politica della leader della destra italiana si spinga fino a ipotizzare una legge di riforma costituzionale dell’articolo 11 (almeno nelle condizioni politiche date e finché al Quirinale ci sarà Sergio Mattarella, perché quello che ci riserva il futuro non lo sappiamo), l’unica possibilità è di operare sull’altro fronte, ipotizzando qualche modifica del Board of Peace che renda possibile, magari forzando un po’, un aggiramento del dettato costituzionale italiano. Scorrendo il testo, molto abborracciato, fatto firmare ai venti a Davos non è difficile trovare disposizioni che potrebbero essere sottoposte a qualche modifica poco più che formale, per esempio sul mantenimento di certe prerogative di sovranità agli stati rappresentati nell’organismo o sul ruolo ad personam e per sempre del presidente dell’organismo (Trump finché vive), da sottoporre poi ai parlamenti nazionali – dove esistono e hanno qualche potere – contando sul fatto che in quello italiano, che tanto tempo fa votò pure il riconoscimento della nipote di Mubarak, la maggioranza governativa l’approverebbe senza far tante storie.
Illazioni? Forse non del tutto fondate in aria considerando il ruolo che Giorgia Meloni sta scrivendo da settimane e da mesi per sé nel romanzo dei rapporti della sua Italia con l’America di Donald Trump e più in generale con la galassia di estrema destra che ormai anche in Europa tende a dominare il discorso pubblico.
Certi scivolamenti che un tempo potavano sembrare impossibili avvengono con frequenza crescente: dal giudizio sulla “legittimità” del blitz in Venezuela alla partecipazione all’endorsement collettivo della destra europea più estrema (altro che “conservatori”…) a favore della campagna elettorale di Viktor Orbán all’atteggiamento tenuto sulle minacce alla Groenlandia in cui il vassallaggio nei confronti del capo di Washington si è spinto fino al limite in cui se Meloni non avesse notificato obtortu collo la sua contrarietà all’aggressione americana manu militari, nella fondata speranza che non si arrivasse a tanto, la rottura con gli altri governi europei sarebbe diventata del tutto ingestibile. A dispetto di chi si illude ancora sull’europeismo “di necessità” di Giorgia Meloni e porta a conforto di questa illusione, per esempio, l’intesa sbandierata in queste ore con il cancelliere tedesco Friedrich Merz per mettere mano alla pretesa “lotta ai dazi interni” nell’Unione europea, ovvero le incompiutezze del mercato unico e le burocrazie degli apparati comunitari che, come denunciato dai rapporti Di Mario Draghi e Enrico Letta, frenano la competitività dell’economia europea, sarà bene ricordare che nello stesso tempo la presidente del Consiglio italiana è tetragona nel rifiuto di abolire l’obbligo dell’unanimità del voto nei consigli dell’Unione, ovvero l’unico strumento che consentirebbe davvero le riforme che dice di volere insieme con il tedesco.
Per tornare alla questione del Board of Peace sembra proprio di poter dire che lo spirito con cui Meloni si rapporta alla questione che, almeno formalmente, è al fondamento dell’iniziativa trumpiana per la “pace” in Medio Oriente è molto più vicino a quello delle immagini che girano in queste ore con i grattacieli in stile Dubai sulla costa di Gaza e al profumo di affari immobiliari che par di sentire guardandoli che al destino dei palestinesi e al sogno dei due stati. Chiacchiere, che nel nero su bianco del progetto americano, cui la capa del governo di Roma non vede l’ora di partecipare, non hanno nemmeno il diritto di una riga.
L'articolo Quella disperata voglia di entrare alla corte di Trump, l’ultimo affronto di Meloni all’Europa proviene da Strisciarossa.