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Cultura

Il suono del Brasile

Giovedì 26 marzo 2026 ore 08:10 Fonte: Il Tascabile
Il suono del Brasile
Il Tascabile

I l Brasile è la terra di quelle parole bellissime sia nel suono che nel significato, ma di difficile traduzione in lingue e contesti diversi. Saudade è l’esempio più famoso, ma anche cafuné, cioè il gesto di passare le dita tra i capelli della persona amata, e gambiarra che riassume l’arte di arrangiarsi in maniera creativa, trovando soluzioni efficaci con i mezzi che si hanno a disposizione.

Personalmente credo che quest’ultima sia anche la risposta migliore alla domanda: che suono fa il Brasile oggi? Perché gambiarra, in senso figurato, significa anche dare nuova vita a qualcosa di già usato, ricreare gli oggetti, improvvisare qualcosa.

Ma per capirlo bene dobbiamo partire da lontano. Un soft power perduto?

Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo. Mentre le grandi potenze anglosassoni hanno costruito la propria influenza culturale attraverso l’industria dell’intrattenimento globale, il Brasile ha saputo imporre un suono proprio da una condizione di periferia.

Come suggerisce il critico e professore Lorenzo Mammì, profondo conoscitore del Brasile e della sua cultura, la triade composta negli anni Cinquanta e Sessanta da João Gilberto, Pelè e Oscar Niemeyer ‒ dunque bossa nova, calcio e architettura ‒ incarnava perfettamente una modernità fluida, leggera e allo stesso tempo complessa che lasciava intravedere una comunicazione affascinante del Paese verso il resto del mondo. Oggi, a distanza di tanti anni, cosa ne è di quel soft power?

Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo. In un articolo su Revista UBC la giornalista Kamille Viola, a proposito di questo tema fa notare che il Brasile è ancora oggi uno dei pochi Paesi a consumare più musica prodotta a livello nazionale rispetto a quella proveniente dagli Stati Uniti.

Segno di un profondo legame identitario ma anche di un potenziale verso il mercato estero ancora inespresso. Per il ricercatore musicale, antropologo e professore alla Pontificia Universidade Católica do Rio de Janeiro Miguel Jost, inoltre, questa peculiarità è insita nella cultura stessa del Paese più vasto del Sud America:

Quasi nessun Paese con una storia socioeconomica simile alla nostra è riuscito a creare tanti generi musicali rilevanti e producendo un enorme senso di appartenenza interna, la musica ha creato soprattutto una sorta di interfaccia del Brasile percepita dal mondo. Quando il mondo pensa al Brasile è chiaro che appaiono molti elementi come le feste popolari, il calcio, ma è stato nella musica che questa identità è stata definita in modo più preciso, continuo e con la capacità di generare un dialogo forte con il resto del mondo.

Dunque, se brani come Garota de Ipanema di Antônio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes sono diventati standard globali della musica del Ventesimo secolo e se, nonostante la repressione della dittatura militare degli anni Sessanta e Settanta, il movimento Tropicália ha avuto un impatto importante e duraturo sulla musica mondiale, consolidando il Brasile come laboratorio culturale globale, cosa ci racconta la scena musicale contemporanea? Tiny Desk Brasil Una delle immagini che ci aiuta a rispondere alla domanda è quella di un ufficio di Google a San Paolo trasformato in una sorta di confessionale acustico che porta la vecchia e la nuova scena musicale brasiliana su un palcoscenico mondiale.

Quando Tiny Desk ha aperto la sua filiale brasiliana a ottobre 2025, infatti, non ha semplicemente esportato il fortunato format della NPR (National Public Radio) creato da Bob Boilen e Stephen Thompson, ma ha certificato il Brasile come territorio musicale da ri-scoprire, dopo Giappone e Corea del Sud. La formula è identica: si suona live, in uno spazio ristretto tra scaffali e scrivania di un ufficio a prescindere dal numero di musicisti presenti.

La prima esibizione 2026 di Tiny Desk Brasil è stata tra le più significative finora, con Gilberto Gil e i suoi nipoti, Flor e Bento, in un incontro intimo e familiare che, attraverso classici come Tempo rei e Se eu quiser falar com Deus, ha aiutato a raccontare l’eredità artistica di Gil alle nuove generazioni. L’aspetto più meritorio della versione brasiliana è infatti proprio quello della continuità tra passato e presente, così accanto a nomi come Gil, Péricles, Alceu Valença, Ney Matogrosso, si sono esibiti artisti della scena contemporanea, dal neo samba-soul di Liniker, prima donna transgender a vincere un Latin Grammy, al piseiro di João Gomes fino all’intimo cantautorato di Tim Bernardes.

L’effetto complessivo è quello di un immaginario variegato ma compatto, in cui l’attenzione all’estetica e alle sonorità retrò, soprattutto degli anni Settanta, non si traduce in una nostalgia passatista, ma in un linguaggio maturo, affascinante, aperto al mondo e allo stesso tempo orgogliosamente nazionale. Antropofagia digitale Ma possiamo ancora parlare di soft power in questo caso?

La musica brasiliana riesce ancora oggi a creare ‒ e vendere ‒ un immaginario a livello mondiale come ha fatto la Corea del Sud con il K-pop, ad esempio? Per il pop latino gli ultimi anni sono stati di grande fermento e ridiscussione identitaria, se pensiamo al fenomeno globale del portoricano Bad Bunny che ha saputo trasformare un genere “innocuo” come il reggaeton in un gesto politico, o quello degli argentini Ca7riel e Paco Amoroso che si sono imposti come perfetto tramite tra la musica latina, il jazz e l’elettronica.

Oggi il cuore pulsante della scena brasiliana non batte più sulla spiaggia di Ipanema, ma nelle metropoli, partendo dalle stesse radici della bossa nova per arrivare a risultati diversi. Se quest’ultima, ibridando samba e jazz, aveva costruito un suono e un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto il mondo, oggi il mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso le piattaforme digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma connesso.

È l’antropofagia di Oswald de Andrade che si fa digitale: si mangia “l’altro” per assorbirne la forza e restituire una sintesi che del passato mantiene l’anima, ma del presente comanda il ritmo e racconta le tante identità di un Paese in fermento. Ma è soprattutto l’approccio gambiarra che, dal basso, lega tutto.

Se la bossa nova, ibridando samba e jazz, aveva costruito un suono e un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto il mondo, oggi il mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso le piattaforme digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma connesso. Prendiamo l’esempio del baile funk brasiliano, ritmo derivativo del samba nato negli anni Settanta dai baile, feste popolari che animavano diverse favelas e zone periferiche di Rio de Janeiro, organizzate con mezzi di fortuna, speaker malandati, attrezzature prese in prestito.

Un approccio creativo, che sopperiva alle mancanze strutturali, ma che ha anche creato un suono caratteristico, sporco, metallico, molto ritmato, con melodie asciutte che tanto deve all’influenza della musica di Afrika Bambaataa e del Miami Bass in particolare. La riduzione del funk originario all’accostamento del ritmo dei bassi e di una base cantata ‒ o parlata ‒ da parte del MC, insieme all’utilizzo di una strumentazione molto semplice, ha permesso ai giovani delle favelas di creare e far circolare facilmente brani propri negli eventi funk diffusi in città.

Negli anni il baile funk è diventato espressione della vita delle favelas, ma anche terreno di rivalsa di molte artiste donne come Mc Carol o Tati Quebra Barraco che, tramite lo sfoggio di testi spinti e consapevoli tipici del funk sensual, hanno potuto mandare un messaggio di emancipazione dal modello maschile, di accettazione e rivendicazione del proprio corpo, di ribellione alle violenze. Da fenomeno della periferia, poi, il baile funk e la sua estetica sono diventati un ingrediente importante del pop brasiliano a livello globale, se pensiamo a un’artista come Anitta che nei suoi video mostra spesso un Brasile grottesco, sporco, ma allo stesso tempo sensuale e colorato, puntando su quella estetica della favela che attraverso TikTok sta cambiando anche la percezione dei turisti su zone delle metropoli da sempre considerate off limits, come vedremo tra poco.

Secondo un report di Splice, piattaforma per musicisti e produttori che offre una vasta libreria di sample, al di fuori di San Paolo, i download più alti di funk brasiliano si trovano a Brooklyn, Parigi, Berlino, Sydney, Istanbul, Los Angeles, Montreal, Barcellona, Colonia e Queens. Negli ultimi tre anni, le ricerche per il genere sulla piattaforma sono aumentate in media del 15% ogni mese, e la sua crescita non si è ancora rallentata.

Discorso molto diverso, ma che rientra nello stesso tema, è quello del phonk, anch’esso di origine americana ‒ nasce a Memphis negli anni Novanta ‒ ed esploso, nella sua versione “drift”, nell’Est Europa, che proprio in Brasile, opportunamente “mangiato” e “digerito” secondo l’idea dell’antropofagia, è diventato un fenomeno a sé, conquistando anche l’Italia con artisti come MC Staff e trainando la Gen Z verso ritmi di San Paolo attraverso TikTok. Un genere diventato sinonimo di viralità, facendo enormi numeri su piattaforme di streaming e social media.

O ancora, l’operazione fatta da alcuni MC brasiliani con il grime britannico, fondendolo con i ritmi più caldi del baile funk per creare un ibrido improbabile ma con una sua identità molto forte, che molti chiamano brime o grime-funk proprio per distinguerlo dall’originale. Nel suo documentario COMO VOCÊ, Jesse Bernard racconta proprio le radici non solo musicali, ma anche politiche e sociali, che formano i legami tra queste due scene all’apparenza lontanissime.

L’estetica della favela Il concetto di gambiarra si può anche applicare al fenomeno piuttosto recente di estetizzazione della favela. I generi musicali nati in seno a queste realtà come il baile funk, hanno dato anche vita a una certa poetica della favela come luogo autentico e folcloristico.

La popstar Anitta nel suo EP Funk Generation: A Favela Story, accompagnato da alcuni video che descrivono la vita a Rio, ha sdoganato questo immaginario anche oltre i confini nazionali.

Nel video di Girl from Rio l’iconografia classica di Garota de Ipanema viene divorata e risputata mostrando la Piscina de Ramos (una laguna artificiale di acqua salata nella favela di Maré, a Rio de Janeiro) e la sua varia umanità. Siamo di fronte a una nuova forma di iconofagia, tema affrontato molto bene dal sociologo brasiliano Norval Baitello Junior: il Brasile non subisce più l’immagine che il mondo proietta su di esso, ma divora i linguaggi della tecnica globale per imporre una propria egemonia del gusto.

Si è sviluppata un’arte di arrangiarsi che si mescola con il concetto di iconofagia, distruggendo l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per imporre una realtà suburbana che sta diventando un nuovo canone estetico globale. Un processo che passa anche attraverso i social, Tik Tok e Instagram in testa, con influencer che mostrano un volto amichevole e pittoresco della favela ‒ come la brasiliana Ingrid Ohara che ha promosso la sua collaborazione con Shein in un video con drone nellafaveladi Rocinha a Rio de Janeiro ‒ e un turismo che si è adeguato di conseguenza.

Sono nate agenzie turistiche che organizzano visite guidate come Na Favela Turismo, che nel 2025 ha ricevuto 41.000 visitatori a Rocinha e nel vicino quartiere di Vidigal. Se da un lato questo aiuta a creare un’economia pulita in contesti dove la criminalità ha tassi ancora molto alti, dall’altro rischia di appiattire la complessità di quelle stesse realtà.

Un’arte di arrangiarsi che si mescola con il concetto di iconofagia, distruggendo l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per imporre una realtà suburbana che sta diventando un nuovo canone estetico globale. Verocai e il campionamento emotivo Esiste, infine, un momento preciso in cui il soft power smette di essere una strategia più o meno intenzionale e inizia a operare per vie traverse, secondo modalità molto meno lineari, e coincide con la riscoperta di Arthur Verocai da parte della scena hip hop americana all’inizio degli anni Duemila.

Ingegnere civile prestato alla composizione, nato a Rio nel 1945, Verocai aveva inciso nel 1972 un bellissimo album omonimo che in patria venne ignorato per un insieme di motivi: l’atmosfera repressiva della dittatura militare di quel periodo, le musiche che tentavano di ibridare la grande tradizione orchestrale con le asperità del funk e del pop, considerate troppo complicate per l’epoca, il carattere schivo del compositore. Quarant’anni dopo, quel disco “sbagliato” viene scovato dai crate diggers della scena hip hop americana, e geni del campionamento come MF DOOM, Madlib o Ludacris iniziano a isolare i loop di Verocai per innestarli nelle loro metriche, compiendo non tanto un’operazione nostalgia, ma un atto di campionamento emotivo.

I suoi archi cinematici e i suoi tempi dispari forniscono un codice di eleganza malinconica, quella saudade urbana e meticcia, alla musica del nuovo millennio. Oggi quell’album è considerato una pietra miliare del genere, e Verocai ha ricominciato a fare musica da diversi anni collaborando con gruppi della nuova scena jazz mondiale come i canadesi Badbadnotgood e gli australiani Hiatus Kaiyote, portando la sua musica su palchi importanti fuori dal Brasile come il festival We Out Here e, nel 2020, sulle passerelle dell’ultima collezione disegnata da Virgil Abloh per Louis Vuitton, grazie al lavoro di Tyler, the Creator e della Chineke!

Orchestra sotto la direzione del maestro venezuelano Gustavo Dudamel. È la prova che la cultura brasiliana possiede una forza di gravità propria, e anche se non passa per le radio, riesce a scorrere sottopelle prima nei campionamenti e poi nelle collaborazioni con artisti internazionali.

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