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Il giornalismo che dimentica la scienza: analisi critica della puntata RAI sui collari antiparassitari
Sabato 13 dicembre 2025, alle 21:25, su Rai 3 è andata in onda una puntata di Indovina chi viene a cena, dal titolo “Bastardi senza gloria”, firmata da Sabrina Giannini. Al centro del servizio, il collare antiparassitario Seresto.
“Multinazionali che vendono prodotti per la ‘salute animale’ con importanti effetti collaterali e organi di vigilanza e controllo, politica, sanità e interessi privati che compongono un sistema che usa gli animali per trarne profitto, mentre dovrebbe averne cura”, si legge nella sinossi della puntata. L'inchiesta parte dalla class action negli Stati Uniti contro una nota multinazionale produttrice del collare antipulci che, si legge ancora nella sintesi di lancio del programma, “può causare effetti collaterali sul cane anche molto gravi, ma a lungo nascosti dalle autorità americane”.
Nel servizio si fa riferimento a un’inchiesta di USA Today del 2021 che parlava di circa 1.700 morti potenzialmente associate al prodotto e accusava l’EPA (l’Environmental Protection Agency, l’agenzia ambientale americana) di non aver diffuso avvertimenti adeguati. Pur essendo a conoscenza dei rischi da anni (all’EPA sarebbero state trasmesse oltre 100mila segnalazioni di eventi avversi), l’agenzia avrebbe tardato a intervenire o a informare correttamente il pubblico, si afferma nel corso della trasmissione.
La vicenda ha portato a interrogazioni e audizioni al Congresso e a una serie di class action, come detto, poi, concluse con un accordo transattivo da 15 milioni di dollari, senza ammissione di responsabilità. Il programma sottolinea anche il forte contrasto tra gli Stati Uniti, dove il caso è esploso mediaticamente e legalmente, e l’Europa (e l’Italia), dove la notizia è rimasta quasi sottaciuta, e afferma che in Italia è difficile per un privato segnalare sospetti effetti collaterali perché la procedura ufficiale è complessa e poco pubblicizzata, rendendo difficile tracciare la reale entità del fenomeno nel nostro paese.
Per questi motivi il collare continua a essere venduto regolarmente nei negozi e consigliato dai veterinari, molti dei quali potrebbero non essere al corrente dei dettagli della battaglia legale americana. Tutto chiaro, dunque?
E tutto risolto grazie a una pagina di buon giornalismo al servizio dei cittadini? Piuttosto ci troviamo di fronte a una pagina di giornalismo costruito a tesi con alcune omissioni e qualche sottinteso.
Il servizio poggia su una narrazione che costruisce un nesso tra alcuni casi clinici di cani con problemi di salute e l’utilizzo del collare, intrecciando queste storie individuali con il contenzioso statunitense sul prodotto. I ruoli sono delineati con chiarezza: da un lato le multinazionali multimilionarie e gli enti regolatori descritti come opachi o collusi; dall’altro gli animali malati e i proprietari disorientati.
Il messaggio è chiaro e l’abbiamo visto nella sintesi della puntata dove si parla di “un sistema che usa gli animali per trarne profitto, mentre dovrebbe averne cura”. Infatti nel servizio si afferma: «Ecco come si tutelano da possibili cause e dalle inchieste giornalistiche che possono ledere i loro affari milionari», promettendo di sollevare una presunta coltre di silenzio. «Da noi non si sa niente, quindi se succede qualcosa è difficile trovare colpevoli, veri o presunti».
Il tutto condito da “non si sa, ma se fosse così”, “sarà un caso”, a lasciare intendere senza dirlo fino in fondo. Premetto che sono un medico veterinario e, in quanto tale, ritengo di avere le competenze per analizzare criticamente quanto mostrato nel reportage, che commenterò punto per punto.
Non ho alcun conflitto di interessi: il prodotto in questione non rientra tra quelli commercializzati dalla corporate per cui lavoro, e non ho alcun rapporto con i titolari dell’autorizzazione. Inoltre, svolgendo da anni attività prevalentemente in pronto soccorso ed emergenza, non mi occupo da tempo di prescrizione di antiparassitari di routine.
Nell’Unione Europea, quando un medicinale, umano o veterinario, viene immesso in commercio, entra in un sistema rigidamente regolato di valutazione scientifica e di farmacovigilanza continua, coordinato dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Nel servizio si sostiene che le autorità regolatorie siano state distratte o, peggio, compiacenti.
Tuttavia, nel corso della trasmissione l’ente regolatore europeo non è stato interpellato. Allora l’ho fatto io.
La risposta è arrivata una settimana fa. Ho scelto di attendere il riscontro dell’EMA prima di pubblicare questo articolo.
Di cosa parliamo in questo articolo: Partiamo dai principi attiviCaso 1:
Quick, il labrador con l’epilessia Il sistema di autorizzazione La farmacovigilanza Come funziona un farmaco, spiegato in maniera sempliceCaso 2: Il caso di Silva, una cagna anziana con un nodulo al cervello La questione americana Il problema del giornalismo a tema quando si parla di salute Partiamo dai principi attivi Come ogni buona ricetta televisiva, il servizio parte con gli “ingredienti”: un pezzo di plastica impregnato di “due pesticidi”.
Uno dei due, viene detto, “bandito in Europa nel 2018 perché tossico per il sistema nervoso delle api”. Il collare contiene due principi attivi: flumetrina e imidacloprid.
L’imidacloprid è presente in una quota rilevante degli ectoparassitari autorizzati nell’Unione Europea ed è ampiamente impiegato nelle formulazioni spot-on (le gocce che applichi sulla pelle) e nei collari, cioè nei prodotti applicati sulla cute dell’animale per il controllo di pulci, zecche e altri parassiti esterni. Il servizio afferma che “uno dei due principi attivi è stato bandito in Europa nel 2018” ma continuerebbe a essere applicato “sul collo di un animale domestico”, facendo intendere una contraddizione normativa.
È vero che nel 2018 l’Unione Europea ha vietato l’impiego dell’imidacloprid in agricoltura all’aperto, sulla base di una valutazione rischio-beneficio incentrata sull’impatto ambientale, in particolare sul rischio per gli insetti impollinatori. La misura riguarda l’uso fitosanitario su colture estensive, che comporta una dispersione su larga scala nell’ambiente e un’esposizione potenziale di suolo, acque e organismi non bersaglio.
L’uso veterinario risponde invece a un diverso contesto autorizzativo e a parametri di valutazione differenti: prevede un’applicazione topica su un singolo animale, con dosi definite, modalità controllate e un’esposizione ambientale incomparabilmente più limitata. Un’analoga distinzione vale per il fipronil: limitato in ambito agricolo outdoor per motivi ecotossicologici, ma ancora autorizzato in alcuni medicinali veterinari, dove l’esposizione è circoscritta e valutata secondo parametri diversi.
Un cane, d'altronde, non è un campo di colza. Negli Stati Uniti, l’EPA ha proposto di riapprovare l’Imidacloprid e, più in generale, l’uso di alcuni neonicotinoidi in agricoltura.
Questo non significa che una delle due parti “abbia torto”: significa che sistemi autorizzativi diversi applicano criteri, pesi e soglie di accettabilità differenti, soprattutto rispetto alla tutela ambientale, che sappiamo essere molto più stringente nell’Unione Europea. Caso 1:
Quick, il labrador con l’epilessia Per rafforzare la sua tesi, il servizio mostra il caso di Quick, un cane Labrador. Quick ha sei mesi quando gli mettono il collare antiparassitario.
La notte seguente ha avuto la sua prima crisi epilettica. Per un proprietario di cani, la scena delle convulsioni è scioccante.
Il fatto che Quick fosse destinato a diventare cane guida e che la scelta del collare fosse della scuola aggiunge un elemento emotivo potente: Vulnerabilità, ingiustizia, rabbia, colpe...
Dal punto di vista narrativo funziona molto bene. «Non era ricollegabile a nulla» dice la proprietaria. Non sappiamo se sia stato eseguito un iter diagnostico completo.
In genere si diagnostica l’epilessia idiopatica quando tutte le cause vengono escluse. Per definizione stessa non è ricollegabile a nulla, anche se si sospetta una base ereditaria, essendo molto frequente in alcune razze, come appunto il Labrador.
L’esordio tipico è tra i sei mesi e i cinque anni. Colpisce circa lo 0,5-2% dei cani, con alcune razze sovrarappresentate.
Questo significa che milioni di cani, nel corso della vita, avranno una prima crisi improvvisa. In termini assoluti significa che moltissimi cani, nel corso della vita, presenteranno una prima crisi improvvisa.
In una popolazione così ampia è inevitabile che, per pura coincidenza, alcuni abbiano effettuato il giorno prima un vaccino, applicato un antiparassitario o vissuto un altro cambiamento recente. Per questo la successione temporale, da sola, non dimostra un rapporto di causa.
Questo non significa minimizzare l’episodio né liquidare con superficialità la preoccupazione dei proprietari. Significa, al contrario, fare il passaggio metodologicamente corretto: trasformare il sospetto in un dato analizzabile: qui che entra in gioco la farmacovigilanza, il sistema che raccoglie, valuta e integra le segnalazioni per distinguere le coincidenze dai segnali reali di rischio.
Il sistema di autorizzazione Prima di parlare di farmacovigilanza bisogna chiarire un punto preliminare: nell’Unione Europea un medicinale non viene immesso in commercio “sulla fiducia”, come viene fatto intendere nel servizio quando si afferma che le multinazionali «fanno quello che vogliono» e «mettono sul mercato qualcosa autorizzato da enti di controllo che si fidano». Le informazioni sui possibili rischi e tutto ciò che compare nel foglietto illustrativo nell’Unione Europea non nascono dell'inchiesta giornalistica di USA Today, né dipendono dalla maggiore o minore visibilità dei dati dell’EPA.
Negli Stati Uniti Seresto è regolato come pesticida: l’informazione ufficiale è quindi principalmente la EPA label, cioè un documento legale di etichettatura per un biocida, redatto secondo criteri propri di quella normativa. In Europa, invece, il Seresto è classificato e regolato come medicinale veterinario.
L’Unione Europea dispone di un proprio sistema autorizzativo e di sorveglianza post-marketing per farmaci veterinari e umani. L’autorizzazione all’immissione in commercio è subordinata alla presentazione e alla valutazione di un dossier completo, secondo il Regolamento (UE) 2019/6.
L’autorità competente può concederla solo se sono dimostrate qualità, sicurezza ed efficacia e se il rapporto beneficio-rischio è giudicato favorevole. Il primo pilastro è la qualità.
Il dossier deve contenere dati completi sulla composizione, sulla fabbricazione e sui controlli del medicinale. Vengono esaminati il principio attivo, gli eccipienti, il processo produttivo, la riproducibilità tra lotti, la stabilità e le specifiche di controllo qualità.
Per formulazioni a rilascio controllato, come i collari antiparassitari, è necessario dimostrare che il rilascio del principio attivo sia costante, prevedibile e conforme alle caratteristiche dichiarate per tutta la durata d’uso. La domanda regolatoria è strutturale: il prodotto è fabbricabile in modo standardizzato e conforme alle Good Manufacturing Practices?
Il secondo pilastro è la sicurezza. Devono essere presentati dati tossicologici e studi sulla specie target, inclusi gli effetti indesiderati osservati, la loro frequenza e gravità.
La valutazione non si limita all’animale trattato, ma comprende anche la sicurezza per l’utilizzatore e, ove pertinente, la valutazione del rischio ambientale. L’obiettivo è definire un profilo di sicurezza basato su dati sperimentali e condizioni d’uso realistiche.
Il terzo pilastro è l’efficacia. Il richiedente deve dimostrare con studi controllati e studi di campo che il medicinale produce l’effetto terapeutico o profilattico dichiarato.
Non è sufficiente documentare un’attività farmacologica in vitro: è richiesto un beneficio clinico dimostrabile nelle condizioni d’impiego proposte. Questi tre elementi confluiscono nella valutazione complessiva del rapporto beneficio-rischio, che rappresenta il criterio decisivo per il rilascio dell’autorizzazione.
L’autorità competente deve accertare che, nelle condizioni d’uso previste, i benefici superino i rischi identificati. La valutazione può essere condotta nell’ambito di una procedura centralizzata coordinata dall’Agenzia europea per i medicinali (l’EMA) oppure da un’autorità nazionale competente nelle procedure decentrate di mutuo riconoscimento o puramente nazionali.
In ogni caso, l’autorizzazione non è un atto fiduciario, ma l’esito di un processo tecnico, documentale e comparativo fondato su criteri armonizzati a livello dell’Unione. La farmacovigilanza Quando un medicinale veterinario ottiene l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione Europea, non viene “abbandonato al mercato”.
Anche se è dispensabile senza prescrizione, non esce dall’orbita regolatoria e non diventa terreno libero per decisioni arbitrarie dell’azienda titolare. Al contrario, entra in una fase di monitoraggio permanente chiamata farmacovigilanza.
Il motivo è prima di tutto scientifico. Gli studi pre-autorizzativi, pur rigorosi, hanno limiti inevitabili: coinvolgono un numero definito di animali, durano un tempo circoscritto e si svolgono in condizioni controllate.
Spesso escludono soggetti geriatrici, animali con comorbidità o in politerapia. Inoltre, eventi molto rari possono emergere solo quando il prodotto viene usato su larga scala, in popolazioni eterogenee e nella pratica clinica reale.
Come funziona, concretamente, la farmacovigilanza? Immaginiamo che una proprietaria riferisca: «Quick ha avuto una crisi epilettica dopo che gli hanno messo il collare Seresto».
La veterinaria, la proprietaria stessa, il farmacista o un allevatore possono segnalare l’evento all’autorità competente nazionale e/o all’azienda titolare dell’autorizzazione, seguendo le indicazioni riportate nel foglietto illustrativo, come previsto dal Regolamento (UE) 2019/6. Questa è una segnalazione spontanea: il racconto di un evento avvenuto dopo l’uso di un medicinale.
Descrive cosa è successo, quando, in quale contesto e dopo quanto tempo dalla somministrazione. Non è una prova di causalità: è un sospetto che merita di essere registrato e valutato.
Nel sistema europeo tutti gli eventi sospetti devono essere segnalati e presi in considerazione. Le segnalazioni confluiscono in un archivio centrale, la Union Pharmacovigilance Database, gestita dall’EMA, dove vengono raccolti i dati provenienti da tutti gli Stati membri.
Un singolo caso non basta per parlare di rischio. Ma se più segnalazioni mostrano uno schema ricorrente, stesso problema, stesso prodotto, intervallo temporale simile, può emergere un pattern.
Quando questo pattern suggerisce un possibile effetto indesiderato nuovo, più frequente del previsto, più grave o una mancanza di efficacia, si parla di segnale di sicurezza. Il sistema di farmacovigilanza raccoglie tutto ciò che può indicare un possibile problema legato a un medicinale.
Non solo le possibili reazioni avverse, ma anche mancanza di efficacia, incidenti ambientali, esposizione accidentale di persone per contatto o ingestione, residui negli alimenti sopra i limiti di legge dopo i tempi di sospensione, sospetta trasmissione di un agente infettivo attraverso il prodotto, difetti di qualità del prodotto, uso fuori indicazione, errori terapeutici o casi di misuso. Tutto viene registrato, classificato e valutato.
Oltre alle segnalazioni spontanee, vengono considerate anche quelle provenienti dai centri antiveleni e dai servizi veterinari regionali. Se uno studio scientifico pubblicato in letteratura descrive un possibile effetto avverso, anche quel dato entra nel processo di valutazione.
Le aziende titolari dell’autorizzazione hanno l’obbligo di monitorare regolarmente i propri canali ufficiali, inclusi sito web e pagine social, e di registrare nel sistema eventuali segnalazioni rilevanti. Possono essere prese in considerazione anche informazioni provenienti da altre fonti, purché contengano dati sufficienti per una valutazione.
Le autorità competenti possono effettuare ispezioni per verificare che il sistema di farmacovigilanza aziendale funzioni correttamente, che tutte le segnalazioni vengano raccolte e analizzate e che nessuna informazione rilevante venga omessa. Cosa accade quando abbiamo un segnale di sicurezza?
Le autorità europee non guardano al singolo caso isolato, ma all’insieme delle segnalazioni raccolte nella banca dati europea. Controllano che non ci siano doppioni, che le informazioni siano complete, che non manchino dettagli importanti.
Poi si chiedono se esistono altre spiegazioni: l’animale aveva altre malattie? Stava assumendo altri farmaci?
Il prodotto è stato usato correttamente? È stato somministrato alla dose giusta?
Inoltre si valuta se, dal punto di vista biologico, è plausibile che quel medicinale possa provocare proprio quel tipo di problema. In altre parole: il meccanismo ha senso oppure no?
Alla luce delle nuove informazioni, il bilancio tra ciò che il farmaco fa di utile e i rischi che comporta è cambiato? Quando emerge un sospetto più strutturato, le autorità possono richiedere studi post-autorizzativi o ulteriori elementi tecnici per approfondire la questione e chiarire l’eventuale impatto sul rapporto beneficio-rischio.
Alla fine della verifica possono accadere cose diverse. Se il segnale non viene confermato, il monitoraggio continua senza modifiche.
Se invece il rischio è reale ma gestibile, si possono aggiornare le informazioni di sicurezza: anche se un effetto indesiderato è già noto, nuove segnalazioni possono cambiare la stima di quanto spesso accade. E questo può portare a modifiche nelle informazioni di sicurezza, per esempio aggiungere avvertenze nel foglietto illustrativo o limitare l’uso a determinate condizioni.
Nei casi più gravi, se il rapporto tra benefici e rischi non è più favorevole, la normativa europea consente di sospendere o revocare l’autorizzazione. Come funziona un farmaco, spiegato in maniera semplice Partiamo da un punto semplice: una molecola non è “buona” o “cattiva” in base alla sua origine.
È attiva solo se si lega a un bersaglio biologico e produce un effetto. Se non interagisce con alcun bersaglio, o se la concentrazione è troppo bassa, non funziona.
Questo vale allo stesso modo per una sostanza estratta da una pianta e per una sintetizzata in laboratorio. La farmacologia moderna nasce proprio dall’osservazione delle piante medicinali.
Per secoli si è visto che alcune avevano effetti su di noi. Poi si sono isolate le molecole responsabili, si è stabilita la dose efficace, la dose tossica, il meccanismo d’azione.
Si è studiato a quali recettori o enzimi si legassero e con quale affinità. Infine si è standardizzata la dose, per ridurre la variabilità delle preparazioni tradizionali.
In diversi casi le molecole naturali sono state modificate per renderle più stabili o più selettive. Un esempio è proprio la flumetrina, un piretroide sintetico ispirato alle piretrine naturali estratte dal crisantemo.
In tutti gli esseri viventi esistono strutture che fanno funzionare le cellule. Una molecola funziona solo se ha la forma e le caratteristiche chimiche adatte per legarsi a una di queste strutture, chiamiamoli per comodità “ingranaggi”.
Questo legame si chiama affinità: più è alta, più facilmente la molecola si lega, anche in piccole quantità. Dopo essersi legata, la molecola può attivare o bloccare questo ingranaggio.
È da qui che nasce l’effetto. Negli antiparassitari l’obiettivo desiderato è molto chiaro: altissima affinità per ingranaggi presenti nei parassiti, bassissima o nulla affinità per quelli dei mammiferi.
L’imidacloprid e la flumetrina contenuti nel Seresto agiscono sul sistema nervoso dei parassiti. Funzionano perché interferiscono con il modo in cui le cellule nervose trasmettono i segnali.
L’imidacloprid appartiene alla classe dei neonicotinoidi. Sono molecole che si legano a specifici ingranaggi presenti nel sistema nervoso degli insetti, chiamati recettori nicotinici dell’acetilcolina.
L’acetilcolina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza che consente ai neuroni di comunicare tra loro. L’imidacloprid è un agonista di questi recettori: significa che li attiva, come farebbe l’acetilcolina naturale.
La differenza è che, negli insetti, questa attivazione è persistente: il risultato è una stimolazione continua del sistema nervoso, con ipereccitazione, paralisi e infine morte dell’insetto. Nei mammiferi la situazione è diversa.
I recettori nicotinici hanno una struttura leggermente differente, quindi l’imidacloprid ha un’affinità molto più bassa. La quantità che entra nel circolo sistemico alle dosi indicate è molto ridotta e la quota che raggiunge il sistema nervoso centrale è minima perché difficilmente questa molecola attraversa la barriera emato-encefalica.
La flumetrina agisce con un meccanismo diverso. È un piretroide e interferisce con i canali del sodio voltaggio-dipendenti delle cellule nervose.
Questi canali possono essere immaginati come minuscole “porte” che si aprono e si chiudono rapidamente per permettere il passaggio degli ioni sodio, un passaggio essenziale per la propagazione dell’impulso nervoso. La flumetrina ritarda la chiusura di queste porte nei parassiti: il segnale elettrico resta attivo più a lungo del normale, il sistema nervoso entra in uno stato di disorganizzazione funzionale e l’insetto va incontro a paralisi e morte.
La sicurezza di un prodotto come questo dipende da più fattori che si sommano: differenze strutturali negli ingranaggi tra insetti e mammiferi, e, alle dosi autorizzate, scarsa capacità di raggiungere il sistema nervoso centrale dei mammiferi. Il cervello dei mammiferi non è “a contatto diretto” con ciò che circola nel sangue.
È separato da una barriera biologica molto efficiente che funziona come una frontiera con controlli severissimi, che si chiama barriera ematoencefalica. Detto questo, non significa che il rischio sia zero.
In biologia lo zero semplicemente non esiste. Qualunque molecola che abbia un effetto biologico può, in determinate condizioni, produrre effetti indesiderati.
La tossicologia lo ripete dai tempi di Paracelso: è la dose che fa il veleno. A questo si aggiunge la variabilità individuale: esistono animali con sensibilità particolari di carattere ereditario, condizioni neurologiche latenti, possibili alterazioni della barriera ematoencefalica, a questo possono sommarsi errori di applicazione o esposizioni accidentali a quantità superiori a quelle previste.
In questi scenari possono comparire segni neurologici funzionali come tremori, atassia, agitazione e, nei casi più gravi, convulsioni, per cui è ravvisabile rimuovere il collare e rivolgersi a un veterinario. Queste informazioni non costituiscono rivelazioni emerse a posteriori dall’inchiesta di USA Today.
Erano già note al momento dell’autorizzazione europea del medicinale e sono riportate nei documenti ufficiali, compreso il foglietto illustrativo, che è liberamente consultabile online, senza necessità di acquistare il prodotto. Il servizio, tuttavia, afferma che i veterinari “potrebbero affiggere questo libretto di istruzioni nei loro studi” perché, a suo dire, il contenuto sarebbe leggibile soltanto dopo aver speso 50 euro “per un pezzo di plastica e due pesticidi”.
L’affermazione è fuorviante: le informazioni di sicurezza e le avvertenze sono pubbliche e accessibili prima dell’acquisto online, in linea con quanto previsto dal Regolamento (UE) 2019/6. Se si insinua pure che la dicitura “raro” sia un’etichetta comoda inventata da chi guadagna miliardi, si sta spostando il discorso di nuovo su un piano narrativo: la frequenza delle reazioni avverse nei testi approvati non è una scelta discrezionale dell’azienda, ma rientra in categorie definite per legge e viene accettata solo dopo valutazione e approvazione dell’autorità competente.
Per quello che ho visto nella pratica clinica di emergenza, gli eventi neurologici con molecole come l’imidacloprid sono effettivamente molto rari. Caso 2:
Il caso di Silva, una cagna anziana con un nodulo al cervello La seconda storia raccontata è quella di Silva, una cagna anziana con un nodulo intracranico. Il proprietario racconta alla giornalista che le era stato proposto un collare per una categoria di peso superiore e che, poco dopo l’applicazione, aveva mostrato disorientamento.
Gli accertamenti diagnostici hanno poi evidenziato una nodulo cerebrale, descritto genericamente come tumore maligno. Da quel momento il proprietario ha iniziato a cercare informazioni online, arrivando alle class action statunitensi e ipotizzando un collegamento tra il collare e i sintomi.
Di fronte a un evento grave è umano ripercorrere mentalmente ciò che è accaduto nei giorni o nelle settimane precedenti, alla ricerca di un possibile fattore scatenante. Si procede per associazione temporale: si individua l’elemento più recente o emotivamente rilevante e lo si trasforma in causa.
Dal punto di vista clinico nei cani anziani le neoplasie sono purtroppo frequenti. L’età rappresenta uno dei principali fattori di rischio oncologico: nel tempo si accumulano mutazioni cellulari, errori di replicazione, alterazioni dei sistemi che regolano la crescita.
I tumori cerebrali, primari o secondari, non si formano in pochi giorni. Si sviluppano progressivamente, spesso in modo silente.
I sintomi compaiono solo quando la massa raggiunge dimensioni tali da comprimere i tessuti circostanti, aumentando la pressione intracranica o interferendo con aree funzionalmente critiche del cervello. In quel momento possono manifestarsi convulsioni, disorientamento, alterazioni del comportamento o dell’equilibrio.
Se i segni clinici emergono poco dopo l’applicazione di un collare, la semplice sequenza temporale non è compatibile con la formazione ex novo di una neoplasia. È molto più plausibile che la massa fosse già presente e che abbia superato in quel momento la soglia clinica.
Che un proprietario, travolto dalla paura, cerchi una spiegazione immediata è comprensibile. Meno comprensibile da parte di una giornalista è costruire un servizio insinuando un rapporto causa effetto tra collare e tumore senza interpellare oncologi veterinari, tossicologi, neurologi, autorità regolatorie o esperti di farmacovigilanza.
La questione americana Il servizio non ritiene necessario spiegare come il prodotto è regolato e sorvegliato nel mercato in cui viene usato dai cittadini a cui sta parlando. Il percorso scelto è un altro: prendere un aereo e andare negli Stati Uniti, come se lì si potesse “scoprire la verità” che in Europa sarebbe nascosta o taciuta.
Ma quello che viene esplorato è un’architettura regolatoria completamente diversa. Negli Stati Uniti, come abbiamo spiegato, il prodotto è registrato come pesticida presso l’EPA dal 2012.
Nel tempo sono arrivate decine di migliaia di incident reports. Nel 2021 un’inchiesta di USA Today ha portato la questione all’attenzione politica, seguita da un’indagine della House Oversight che ha criticato la gestione dei segnali da parte dell’EPA.
I numeri citati sono noti: oltre 75.000 segnalazioni e 1.698 decessi riportati nei documenti EPA fino al 2020. Ma un incident report non è una morte accertata causata dal prodotto.
È come la segnalazione volontaria in cui il collare viene menzionato nel contesto di un evento sanitario, dovrebbe essere il un punto di partenza per un’analisi, non il suo esito. Lo stesso salto che si potrebbe compiere nell’Unione Europea se qualcuno chiedesse l’accesso alle segnalazioni spontanee dell’Unione Europea e dichiarasse che “causa ed effetto sono provati” sulla base del solo numero di segnalazioni spontanee.
Le e-mail interne ottenute via FOIA mostrano discussioni e tensioni su come interpretare quei segnali. Si tratta di confronti tecnici che rientrano nella fisiologia dei processi di valutazione regolatoria, soprattutto quando si analizzano segnalazioni spontanee o dati preliminari che richiedono approfondimenti metodologici.
Inoltre, queste dinamiche devono essere lette alla luce del diverso impianto normativo dell’EPA rispetto a quello europeo, che ha criteri di evidenza, soglie di intervento e pesi attribuiti al principio di precauzione diversi. Sul piano giudiziario viene spesso citato il settlement: venti class action riunite in un accordo da 15 milioni di dollari.
È importante chiarire cosa significa. Un settlement negli Stati Uniti non è una sentenza sul merito.
Nell’ordine di approvazione finale il giudice precisa che la certificazione della class action è stata concessa “for settlement purposes only”, cioè solo ai fini dell’accordo. Questo significa che non c’è stato un accertamento processuale definitivo sulla fondatezza scientifica delle accuse né una decisione che stabilisca un nesso causale tra il prodotto e decessi o tumori.
Una transazione serve a chiudere un contenzioso riducendo costi, tempi e rischi legali. Non equivale a una prova di colpevolezza.
D’altronde EPA non ha ritirato il prodotto dal mercato né ha concluso formalmente che esistesse un nesso causale accertato tra collare e decessi. Ha però introdotto e richiesto alcune misure di rafforzamento della gestione del rischio e della comunicazione.
Nel sistema civile americano, soprattutto nelle cause di product liability, incidono fattori strutturali molto rilevanti. C’è il rischio del jury trial", cioè di una decisione affidata a una giuria popolare composta da cittadini non tecnici, con un grado di imprevedibilità molto elevato.
Inoltre esiste il meccanismo delle contingency fee, per cui gli avvocati vengono pagati con una percentuale sul risarcimento ottenuto, sistema che in Italia sarebbe illegale. Per una grande azienda, il rischio combinato di danni elevati, spese legali e impatto reputazionale può rendere economicamente più razionale chiudere con un accordo, anche senza ammettere responsabilità, piuttosto che affrontare anni di processo con esito incerto.
Il problema è che citare gli Stati Uniti senza spiegare le differenze può essere fuorviante. Lì il sistema di autorizzazione è diverso, l’autorità regolatoria è diversa, così come sono diverse le dinamiche legali e il modo in cui si gestiscono le cause collettive.
Se si saltano queste differenze e si usano solo i numeri americani e alcuni casi italiani, senza consultare nessun esperto, si rischia di far passare un messaggio sbagliato: che segnalazioni spontanee più un accordo economico in tribunale equivalgono a una colpevolezza provata. Il problema del giornalismo a tema quando si parla di salute Il giornalismo a tema funziona così: si parte da una tesi forte, emotivamente potente, e si selezionano casi, numeri e testimonianze che la rafforzano.
Il caso drammatico diventa simbolo,un numero diventa prova, il documento interno diventa confessione. Tutto è narrativamente efficace.
Quello che manca è il confronto strutturato con tutti coloro che lavorano ogni giorno su questi temi: veterinari,tossicologi, parassitologi, epidemiologi, esperti di farmacovigilanza, autorità di controllo. Nessuno viene chiamato a spiegare le patologie mostrate nel servizio, come funzionano le molecole, come si valuta un segnale di sicurezza, quali patologie si stanno prevenendo, quale sia il contesto epidemiologico reale.
Quando si parla di prevenzione dei parassiti nei cani e nei gatti non si parla solo di evitare pulci o zecche fastidiose. Si parla anche di ridurre il rischio di malattie che possono colpire gli animali e, in alcuni casi, anche le persone.
Per questo il veterinario raccomanda o prescrive un antiparassitario valutando tre aspetti: la situazione epidemiologica della zona, la storia clinica e le condizioni del singolo animale, e l’obiettivo concreto della prevenzione. Un esempio importante è la leishmaniosi.
È una malattia trasmessa da un piccolo insetto simile a una zanzara, il flebotomo, diffuso in molte aree del Mediterraneo. Nlla maggior parte dei casi il parassita non viene eliminato per questo il cane è considerato il principale serbatoio domestico dell’infezione, con implicazioni anche per la salute pubblica.
Un’altra malattia nota è la malattia di Lyme, trasmessa dalle zecche, che può colpire sia il cane sia l’uomo. Le zecche possono inoltre trasmettere altre infezioni come anaplasmosi, ehrlichiosi e alcune rickettsiosi, tra cui la febbre bottonosa.
In alcune zone europee e in alcune regioni italiane è presente anche l’encefalite da zecca. Le pulci, possono trasmettere un verme intestinale chiamato Dipylidium caninum.
L’infezione nell’uomo è rara, ma può verificarsi soprattutto nei bambini se ingeriscono accidentalmente una pulce infetta. La prevenzione antiparassitaria, quindi, non riguarda solo il benessere del singolo animale, ma rientra in un quadro più ampio di tutela della salute collettiva.
In questo senso, proteggere un animale dai parassiti significa anche ridurre il rischio di circolazione di queste malattie. Nell’Unione Europea gli antiparassitari registrati non finiscono in commercio “sulla fiducia”.
Sono valutati come medicinali veterinari. Questo significa che, prima di essere autorizzati, devono dimostrare tre cose: che funzionino, che sono di qualità costante e che il loro rapporto tra benefici e rischi sia favorevole.
Diverso è il discorso per prodotti definiti “naturali”, miscele fatte in casa o preparazioni artigianali. Questi di norma non sono sottoposti a studi controllati che ne dimostrino l’efficacia e non devono presentare alcun dossier alle autorità sanitarie competenti.
Questo significa che non abbiamo le prove sulla loro capacità reale di prevenire le infestazioni. Quando si parla di salute, la comunicazione non è mai neutra.
Un’inchiesta può e deve essere critica, ma per essere completa dovrebbe coinvolgere gli esperti del settore, presentare dati comparativi, spiegare qual è la situazione reale delle malattie e chiarire come funzionano i controlli e le autorizzazioni. Senza questi elementi, il quadro resta parziale.
Se poi il messaggio che arriva al pubblico è che “le autorità sono conniventi” o che i prodotti sono lasciati sul mercato senza controlli, alcune persone possono semplicemente decidere di interrompere la profilassi senza adottare alternative davvero efficaci. Le conseguenze possono tradursi in più casi di malattie trasmesse da parassiti, più terapie per curare infezioni ormai sviluppate, con costi veterinari più alti e un rischio maggiore per la salute umana.
Bibliografia essenziale Regolamento europeo di riferimento: Unione europea.
Regolamento (UE) 2019/6 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2018 relativo ai medicinali veterinari e che abroga la direttiva 2001/82/CE. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 4, 7 gennaio 2019, pp. 43–167.Disponibile su: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32019R0006&from=EN European Medicines Agency (EMA).
Marketing authorisation (veterinary medicines). EMA, aggiornato 13 dicembre 2024.
Disponibile: https://www.ema.europa.eu/en/veterinary-regulatory-overview/marketing-authorisation-veterinary-medicines#in-this-section-63052 Final Approval Order and Judgment, MDL No. 3009 (N.D. Ill. [2025]), Order granting class certification “for settlement purposes only”. https://angeion-public.s3.amazonaws.com/www.fleaandtickcollarsettlement.com/docs/2025.10.11%20204%20Seresto%20MDL%20-%20Final%20Approval%20Order.pdf Environmental Protection Agency (EPA) (2023) Seresto Pet Collar Review:
EPA Evaluation of Incident Reports and Registration Review Process. Washington, DC:
U.S. EPA. Disponibile: https://www.epa.gov/pets/seresto-pet-collar-review European database of suspected adverse drug reaction reports, https://www.adrreports.eu/vet/ European Medicines Agency, Veterinary good pharmacovigilance practices (VGVP), disponibile su https://www.ema.europa.eu/en/veterinary-regulatory-overview/post-authorisation-veterinary-medicines/pharmacovigilance-veterinary-medicines/veterinary-good-pharmacovigilance-practices-vgvp European Medicines Agency, Seresto and its associated name Foresto - referral, disponibile su https://www.ema.europa.eu/en/medicines/veterinary/referrals/seresto-its-associated-name-foresto Link della class action: https://www.classaction.org/media/house-staff-report-seresto-collars.pdf documento politico-legislativo redatto da funzionari dello Commissione per la vigilanza e la riforma della Camera per riassumere i risultati https://oversightdemocrats.house.gov/sites/evo-subsites/democrats-oversight.house.gov/files/2022.06.15%20ECP%20Seresto%20Staff%20Report%20FINAL.pdf L’articolo di Gibson, B. (2021) ‘Seresto flea and tick collars linked to thousands of pet deaths, EPA records show’, USA Today, 2 March. https://eu.usatoday.com/story/news/investigations/2021/03/02/seresto-dog-cat-collars-found-harm-pets-humans-epa-records-show/4574753001/ Alcuni articoli sul sistema giudiziario americano:
Rosenberg, D. and Shavell, S. (1985) A Model in Which Suits Are Brought for Their Nuisance Value. International Review of Law and Economics, 5, pp.3–13. https://doi.org/10.1016/0144-8188(85)90014-6 Shavell, S. (2004) Foundations of Economic Analysis of Law.
Cambridge, MA: Harvard University Press.
I capitoli dedicati al contenzioso e alle transazioni giudiziali forniscono una modellizzazione economica formale del motivo per cui convenuti razionali scelgono di patteggiare, al fine di minimizzare la perdita attesa e l’esposizione alla varianza del rischio.