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Politica

Manchester, nella roccaforte labour Starmer sconfitto dai verdi

Sabato 28 febbraio 2026 ore 07:37 Fonte: Strisciarossa
Manchester, nella roccaforte labour Starmer sconfitto dai verdi
Strisciarossa

Un giovedì di febbraio che finirà sui libri di storia. Per la prima volta in un secolo il Labour perde il seggio della costituency di Gorton e Denton, nella periferia sud-est di Manchester.

Gorton quartiere più affluente, Denton cittadina inurbata più operaia, cambia poco, il Labour perde una valanga di voti in entrambi i quartieri da sempre tra le sue roccaforti elettorali, come tutta l’area di Greater Manchester, dove ci sono i seggi più sicuri a livello nazionale. Perdere a Manchester per il Labour equivale a come si sentirebbe la sinistra italiana (ed è successo) a perdere Bologna.

Ma a vincere non è l’estrema destra di Farage, che nel seggio metropolitano schierava un pezzo da novanta, l’ex accademico Matt Goodwin divenuto famoso per le sue dissezioni analitiche della working class pro-Brexit finito per sposarne la voglia di fermare a qualunque costo l’immigrazione presente e passata (flirtando con l’idea di remigrazione) e lanciare una newsletter epicentro della nuova estrema destra anglosassone molto letta anche nel mondo Maga dall’altra parte dell’oceano. La novità della vittoria dei verdi di Polanski A vincere sono invece verdi di Zack Polanski e la sua candidata Hannah Spencer, una giovane e determinata idraulica con un messaggio di uguaglianza sociale e giustizia ambientale, pungente nella denuncia delle complicità laburiste col genocidio di Gaza, denuncia particolarmente efficace tra l’elettorato musulmano che ha abbandonato in massa il Labour in uno dei seggi più multiculturali del paese.

I verdi conquistano il loro quinto seggio a Westminster, livello più alto mai raggiunto, con la percentuale più alta in una elezione suppletiva, oltre il 40%. Non raggiungono il 5% dei voti e quindi perdono il deposito (si pagano £500 a candidato) i liberaldemocratici (mai particolarmente forti a Manchester) e i Tories, che ottengono il peggior risultato in una elezione suppletiva della loro storia secolare.

Non era invece presente il candidato di Your Party, il nuovo soggetto politico di Corbyn e Sultan, che avevano dato indicazione di votare per i verdi. Si trattava della suppletiva più importante della premiership di Starmer per diverse ragioni, la prima delle quali il fatto che fosse il primo significativo test elettorale per il nuovo corso dei verdi inglesi, dei quali abbiamo parlato su Strisciarossa.

Dipinti come poco più che una congrega di estremisti da una vergognosa campagna social del Labour che per un paio di settimane ha provato ad accostarli alla droga e al degrado per via delle loro sacrosante politiche antiproibizioniste, i verdi hanno sostanzialmente saccheggiato il tradizionale elettorato Labour, giovani, donne, lavoratori, con la metà secca dell’elettorato del 2024 – l’anno delle elezioni vinte con pochi voti da Starmer – transitato dal Labour ai Greens, circa 9mila voti, in una suppletiva dall’affluenza relativamente alta al 48%, essenzialmente identica a quella delle elezioni generali, a riprova del grande significato politico generale della contesa. Il responso delle urne è invece umiliante per Starmer.

Il suo partito laburista non solo dilapida una maggioranza strabordante ma finisce addirittura terzo. È il peggiore risultato possibile per Starmer, peggio persino della vittoria di Farage di cui avrebbe senz’altro provato ad incolpare il partito ecologista.

Si tratta veramente di un colpo durissimo per la sua premiership perché smonta in modo radicale la sua narrativa con la quale sostiene che solo il Labour può fermare Farage. Nello stesso tempo sconfessa la sua scelta di bloccare la candidatura del sindaco di Manchester Andy Burnham.

Già, perché la suppletiva si teneva sì per via delle dimissioni di un deputato colto ad insultare i suoi elettori su whatsapp, ma anche perché voleva servire da trampolino per le ambizioni di leadership di Burnham, che, uso a criticare Starmer da Nord, era visto con simpatia da larga parte di quel che resta della sinistra Labour. Starmer si è preso la responsabilità di impedire la discesa in campo di Burnham, candidato che sicuramente avrebbe avuto un peso maggiore, ed ha dunque messo il suo stampino sulla disfatta.

Ci sono allora tre conseguenze immediate, tutte di enorme significato storico e politico. Keir Starmer   Il futuro segnato per il premier laburista Se circa metà degli elettori che lo hanno messo a Downing Street non ne vuole più sapere, Starmer ha davvero le settimane contate.

Se anche oggi ha provato a minimizzare la suppletiva a fisiologica sconfitta da mid term, tutti i suoi detrattori nel partito stanno semplicemente aspettando la nuova disfatta elettorale di maggio, quando si vota per i parlamenti devoluti di Scozia e Galles e per un’importante tornata di amministrative in Inghilterra (che Starmer ha incredibilmente provato a rimandare, costretto poi a desistere dai pareri legali). Mentre Starmer aspetta ancora la pubblicazione dei documenti più compromettenti su quanto sapesse dei legami con Epstein prima di avere nominato Mandelson ambasciatore negli stati Uniti, già adesso tutti i sondaggi prevedono risultati esiziali e nel partito sono in fase avanzatissima le manovre dei probabili sfidanti Angela Rayner e Wes Streeting.

Ma non sarà per nulla facile per chi verrà dopo Starmer. Il significato profondo della suppletiva è che esiste una forte alternativa di sinistra al Labour anche in Inghilterra.

Questo non è mai successo negli ultimi 100 anni, ovvero da quando, all’inizio del ‘900, con l’estensione del suffragio universale, il Labour soppiantò i liberali come principale alternativa ai Tories. Il rischio, con molti sondaggi che vedono i verdi davanti al Labour, è che una dinamica analoga si riproponga ora, con gli ecologisti dichiaratamente pronti a rimpiazzare quello che appena pochi anni fa, sotto la leadership di Jeremy Corbyn, era il partito socialista più grande d’Europa.

Con il sistema elettorale uninominale, il rischio che il Labour venga pasokizzato è tutt’altro che remoto, soprattutto se il cambio di leadership non si traduca anche in un fortissimo cambio di rotta. Alzando lo sguardo dalla sinistra inglese a tutto il paese è possibile scorgere un ulteriore trend.

La disaffezione verso i partiti tradizionali, Labour e Tories (che nella suppletiva non arrivavano al 30% in due), esprime un più generale rigetto dell’establishment e delle sue istituzioni, a partire da Westminster e Buckingham Palace. E infatti sia i verdi che reform esprimono opzioni di riforma radicale della forma dello stato, puntando a democratizzarlo in senso repubblicano ed europeo per i primi, centralizzandolo e spingendolo verso gli USA e in una direzione autoritaria per i secondi.

Noi scommettiamo allora che l’ago della bilancia di questa grande crisi delle istituzioni londinesi sarà nelle nazioni devolute, che saranno strutturalmente alleate all’Inghilterra europeista e antifascista. Di sicuro c’è che non sarà Starmer a guidare la Gran Bretagna progressista alle prossime elezioni politiche.

E se in Scozia e Galles saranno gli indipendentisti a guidare la resistenza all’estrema destra, grazie ai verdi l’Inghilterra vede rinascere una forte alternativa di sinistra, ecosocialista ed europeista. Di fronte alla deriva autoritaria globale, un segnale in controtendenza di cui c’era un gran bisogno.

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