Politica
Al mio segnale scatenate l’inferno, anzi no. Trump si ferma, ma quanto durerà?
ISTANBUL- Trump, con la sua arroganza apocalittica, dopo aver evocato scenari di annientamento, nella notte ha annunciato di aver deciso sospendere per due settimane la distruzione di una civiltà. Poco dopo ha pattuito con l’Iran un cessate il fuoco di due settimane.
L’accordo, mediato dal Pakistan, prevede che l’Iran ripristini il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz e che entrambe le parti osservino la tregua mentre si esplora una base negoziale più ampia. The Donald deve aver visto troppe volte The Gladiator: come Massimo Decimo Meridio contro i Marcomanni, ha pronunciato la sua minaccia di estinzione.
Poi, vestendo anche i panni di Commodo, ha alzato il pollice in su. Nel frattempo, oltre 200 militari statunitensi hanno presentato denunce formali alla Military Religious Freedom Foundation, sostenendo che al briefing sui preparativi per la guerra contro gli Infedeli, alcuni comandanti avrebbero usato retoriche religiose estreme: “la guerra fa parte del piano divino” e Trump sarebbe stato “unto da Gesù per accendere il segnale in Iran e causare l’Armageddon”.
Alle truppe è stato detto letteralmente che combattono per conto di Dio. Resistenza iraniana e dati umanitari L’Iran resiste, tratta, ma non si piega agli Stati Uniti e a Israele, gli unici veri cavernicoli di questa drammatica deriva da età della pietra.
E mentre si parla di negoziati e condizioni, resta un dato elementare che qualcuno dovrebbe ricordare a Trump, come alla maggior parte dei politici e dei nostri commentatori: lo Stretto di Hormuz era aperto prima che questa escalation criminale e demenziale avesse inizio e noi tutti ne pagassimo le spese. In Iran oltre 90 milioni di persone tirano il fiato ma restano sul filo del rasoio, mentre tre milioni di loro sono stati costretti ad abbandonare tutto e sfollare altrove.
Sono oltre 30 gli ospedali colpiti, così come ponti, centrali elettriche e infrastrutture civili. Il Ministero dell’Energia iraniano invita alla calma e dichiara di essere pronto agli “scenari peggiori”, mentre il personale tecnico e i persino i pensionati garantiscono l’operatività delle centrali.
La vita quotidiana è strategia di sopravvivenza. Milad Alavi, giornalista di Karaj, racconta code interminabili per acqua, pane, farina, cibo in scatola e candele:
“Nessuno sa quale destino ci attenda. Speriamo solo di essere vivi domani.” Famiglie pianificano blackout e razionamenti, caricando power bank e conservando acqua.
Una donna racconta che suo cugino e la famiglia hanno dovuto lasciare Mahshahr per il nord, dopo bombardamenti israeliani su hub petrolchimici. Sebbene la velocità dell’escalation superi quella della verifica, secondo il Ministero della Salute iraniano, dal 28 febbraio – notte in cui Israele e USA hanno attaccato illegalmente l’Iran – i morti accertati sono oltre 2.076 e i feriti 26.500.
È la “Dottrina Gaza” che si consolida, certificando il fallimento e la fine dell’intero effimero apparato messo in piedi dalla Seconda Guerra Mondiale. La distruzione non ha risparmiato nemmeno il patrimonio artistico e architettonico, tra cui il Palazzo Golestan a Teheran, patrimonio UNESCO, con la sua celebre Sala degli Specchi che ha subito danni gravissimi, e altri edifici e siti protetti.
Quegli specchi, di fattura veneziana, con la loro brillantezza simile a diamanti, non saranno mai più replicabili, perché mancano le materie prime e non c’è più nessuno che ha le capacità artigianali per riprodurli. Cina e Russia condividono un interesse: evitare un confronto diretto Pechino e Mosca hanno posto il veto all’ONU il 7 aprile 2026, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza, a una risoluzione per proteggere lo Stretto di Hormuz, considerata favorevole alle pressioni statunitensi e dei suoi alleati.
Spingono verso una soluzione diplomatica piuttosto che militare. Questo però non significa che Pechino sia automaticamente un “alleato in guerra” dell’Iran.
Inoltre, la Russia non è soltanto la somma delle ossessioni occidentali su Putin, che ormai rasentano la patologia, quando non la cieca tifoseria da stadio. La Russia è l’erede di una catena storica che parte dalla Rus’ di Kiev, passa attraverso l’Impero bizantino, si plasma nell’ortodossia cristiana e nella nozione di “Terza Roma”.
Laddove la seconda è Istanbul. Questa profondità di civiltà fa sì che Mosca non si comporti come una potenza transitoria, ma come un attore che rivendica lecitamente un ruolo di primo piano nell’equilibrio dell’Eurasia.
Pakistan: nuovo protagonista sulla scena Il Pakistan, potenza nucleare, lavora alla diplomazia, con la Cina che vigila, strategica e silenziosa come un Mazzarino del Terzo millennio: Pechino non può permettersi che lo Stretto di Hormuz salti, la sua economia è intrecciata a quella della regione.
La Cina ha chiesto moderazione e de-escalation, opponendosi all’uso della forza e insistendo sui negoziati. La relazione Cina–Iran non è una alleanza militare vincolante: è cooperazione economica, commerciale e diplomatica.
È il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif che ha chiesto a Washington di estendere il termine e a Teheran di riaprire lo Stretto di Hormuz. I negoziati, dice Islamabad, “stanno progredendo sensibilmente”.
Ma mentre la parola “dialogo” circola, la guerra continua a muoversi altrove: Libano, Iraq, Golfo.
In questo slittamento continuo, la minaccia non scompare, viene solo rimandata. Una ‘roulette’, più che russa statunitense, in cui il colpo non parte ma il dito resta sul grilletto.
Turchia come mediatore discreto Mentre i giochi di potere globali si intrecciano, diversi articoli internazionali e rapporti indicano che la Turchia è stata coinvolta nei colloqui dietro le quinte tra Washington e Teheran. Secondo Reuters, trasmetterebbe messaggi tra Stati Uniti e Iran per favorire la de-escalation e i negoziati.
Rapporti più ampi evidenziano la crescente importanza dei mediatori regionali — Pakistan, Egitto e Turchia — segnalando un allontanamento dalla diplomazia tradizionale verso una rete più ampia di attori attivi nella ricerca di soluzioni negoziali. Storicamente non amici, oggi Turchia e Iran hanno relazioni pragmatiche e strategiche molto più solide di quanto credano gli osservatori occidentali.
Vale la pena aggiungere che i turchi sono un caso unico in tutta la regione: hanno sempre conquistato, mai subìto una vera occupazione straniera, tranne brevi episodi marginali. L’unica volta in cui rischiarono di finire sotto il controllo degli occidentali, come accadde ai brandelli dell’Impero ottomano, oggi dilaniati dal caos seminato ad arte da Israele, Mustafa Kemal Atatürk cristallizzò l’indipendenza della nazione, impedendo che il collasso dell’Impero Ottomano si traducesse in dominazione straniera.
Ancora oggi il suo volto è ovunque, simbolo di sovranità e orgoglio nazionale. Fronti simultanei:
Israele colpisce ovunque Israele, nel frattempo, continua la sua opera di distruzione, occupazione e morte: a Gaza, in Cisgiordania, in Libano. È questo il punto che sfugge alla narrazione ufficiale: la simultaneità, questa perversa vocazione a negoziare e colpire nello stesso tempo, a sospendere un fronte mentre gli altri restano aperti.
Nelle ultime 24 ore, nella Striscia di Gaza raid aerei hanno provocato almeno 10 morti e numerosi feriti, colpendo civili, bambini e operatori umanitari, anche fuori da centri scolastici adibiti a rifugio per sfollati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sospeso le evacuazioni mediche dal confine di Rafah dopo l’uccisione di un operatore ONU, freddato dai cecchini israeliani, mentre le autorità sanitarie denunciano che migliaia di operatori sanitari sono stati uccisi dall’inizio del conflitto.
In Cisgiordania, gli scontri, quelle che chiamano “operazioni militari” e che invece sono vere e proprie azioni terroristiche, e gli attacchi di bande di coloni armati continuano a mietere vittime, mostrando come la violenza non si limiti a Gaza ma avvolga ormai tutti i Territori palestinesi. Nel Libano meridionale e in aree urbane come Beirut, bombardamenti e raid israeliani hanno già ucciso 1.500 persone e costretto oltre 1,1 milioni di persone a fuggire dalle proprie case, colpendo aree civili, edifici residenziali e infrastrutture critiche, con una massa di civili spinta verso rifugi improvvisati e campi profughi.
Questa simultaneità di attacchi chiarisce un aspetto sistematico della strategia israeliana: mentre alcune vie diplomatiche restano aperte sulla carta, sul terreno la distruzione e la pressione continuano senza sosta. Bomba su bomba, Israele sbriciola la sinagoga iraniana Il bombardamento a Mashghara, Libano.
Foto di Taher Abu Hamdan/Chine nouvelle Sipa/ipa-agency.net / Fotogramma Israele non ha risparmiato nemmeno la sinagoga a Teheran, radendola al suolo, proprio nel bel mezzo della Pesach. E non è stato un errore.
Si è voluto sottrarre alla comunità ebraica iraniana, integrata, rispettata, un luogo dove trovarsi: perché una simile realtà, piantata in una nazione musulmana, non può esistere semplicemente perché disturba il quadro tossico della narrazione sionista. Non tutti sanno che in Iran c’è la più grande comunità ebraica della regione, fuori da Israele.
La distruzione della sinagoga non è un incidente: è un segnale, un avvertimento politico e culturale, la volontà di cancellare simboli e memoria, colpendo chi rappresenta convivenza e radici pluricentenarie. La roulette americana continua, mentre la diplomazia ufficiale resta fragile, insufficiente, spesso impotente di fronte a poteri atomici e follie personali, favorite da un’Europa frammentata e asservita agli interessi USA e Israele, che ripete come un disco rotto condanne verso l’aggressore quando sarebbe il caso di iniziare a sanzionarlo.
Andando avanti così, non farà altro che cristallizzare la sua irrilevanza incidendo “solo” sulla popolazione europea, sempre più schiacciata fra l’incudine e il martello degli interessi di una plutocrazia feroce e famelica, in balia di una esplosione incontrollata dei prezzi, terra di nessuno e di conquista. La simultaneità degli attacchi e dei negoziati è la chiave per comprendere la vera portata della crisi: non è un conflitto lineare, è un gioco di pressione globale, dove la distruzione e la negoziazione procedono fianco a fianco, come due lame che scorrono nello stesso spazio, pronte a colpire chiunque sia nel mezzo.
In Medio Oriente le cose quasi mai sono come sembrano. Ma Trump e Netanyahu sappiamo bene chi sono: due criminali.
E l’Europa e gli arabi ne sono complici. L'articolo Al mio segnale scatenate l’inferno, anzi no.
Trump si ferma, ma quanto durerà? proviene da Strisciarossa.