Cultura
Tra le gambe della storia
Tanto tempo fa i miei occhi di attivista furono colpiti da una constatazione: che nelle pubblicità, il sangue mestruale è blu. Fateci caso: le foto degli assorbenti “in corso d’uso” sono quasi sempre inumidite di gocce color cielo di montagna.
Ora io non ho mai avuto mezzo dubbio sulla nobiltà (e financo sulla superiorità, la dico tutta) della natura femminile. Però, così come potrei scommettere che il sangue degli aristocratici è rosso nonostante le dicerie, allo stesso modo so per certo che pure il sangue delle donne lo è.
E allora perché ritrarlo in blu? Altra constatazione.
A me crossdresser la storia del costume ha insegnato che per quattromilasettecentocinquanta e passa anni di vicende umane documentate, cioè dai poemi omerici alla macchina a vapore, mica bruscolini, per i maschi far spuntare le gambe da gonne di seta o da tuniche al ginocchio quando non persino da minigonne inguinali era la norma, mentre dalla rivoluzione industriale in poi è divenuto segno di indecenza o mancanza di virilità, e l’era Internet non ha cambiato praticamente nulla, alla faccia di quanti vent’anni fa la profetizzavano come la più rivoluzionaria di tutte. Anche qui mi chiedo: perché?
Ci sono due risposte, una positiva e l’altra fortemente critica Quella positiva è che abbiamo maturato un senso del pudore molto forte, dall’alto di un patrimonio spirituale capace di far tendenza anche al di fuori dell’ambito europeo, e di modellare l’approccio all’umano rispettandone persino le intimità. Quella critica è che siamo diventati bigotti.
Per certi versi più che nel medioevo. Avete letto bene: l’età di mezzo era più disinibita della nostra in parecchi tratti.
Segno che ci siamo rilassati su comfort zone ottocentesche di cui non riusciamo a liberarci malgrado l’Ottocento sia quanto di più lontano dall’umanità di oggi. Il libro "Tra le gambe della storia" Ecco, credo che da constatazioni simili siano partiti Paola Crippa e Andrea Bellati per il loro saggio Tra le gambe della storia – i genitali tra evoluzione, anatomia, arte e religione (Prospero Editore).
Uscito da meno d’un mese, ha già rilevato un buon impatto culturale per aver saputo cogliere un lato sensibile della contemporaneità offrendocene una lettura franca e colta. Lo dicono loro stessi peraltro: il libro nasce dalla convinzione che il sesso e il corpo siano non meri dati naturali, bensì luoghi di costruzione del senso, campi di tensione in cui si intrecciano sapere scientifico, immaginario religioso, rappresentazione artistica e potere.
E in quanto tali, aggiungo io, soggetti a rappresentazioni variabili di epoca in epoca, mai obiettive e anzi, al contrario, effimere. Fin dalle sue origini biologiche, la riproduzione sessuale si configura come un processo complesso e non lineare.
Le più recenti acquisizioni della biologia evoluzionistica e delle neuroscienze mostrano come la differenziazione sessuale emerga da una condizione iniziale di indifferenziazione. Questa ambiguità originaria, inscritta nei corpi prima ancora che nelle culture, trova una potente elaborazione simbolica nelle immagini e nei miti dell’antichità.
Nel Simposio di Platone e nelle Metamorfosi di Ovidio, l’ermafrodito diventa figura della nostalgia dell’Uno e della tensione verso una ricomposizione degli opposti. Nel mondo cristiano, questa eredità simbolica riemerge in forme complesse e spesso contraddittorie.
L’Adamo androgino delle tradizioni rabbiniche e gnostiche, l’iconografia medievale della nascita di Eva come emanazione dal corpo di Adamo, e la centralità del corpo di Cristo come corpo ferito, sanguinante e generativo, mettono in crisi una lettura puramente spiritualizzata dell’incarnazione. Particolare attenzione è dedicata alla cristologia visiva.
La nudità di Cristo, la visibilità dei genitali, la ferita del costato e il sangue non sono elementi marginali o scandalosi, ma veri e propri dispositivi teologici. La progressiva censura di queste immagini, soprattutto in età post-tridentina, segnala il tentativo di normalizzare e controllare la potenza destabilizzante del corpo sacro.
Il libro affronta inoltre il tema dell’osceno come categoria storica e simbolica. Vulve scolpite, falli apotropaici, Sheela-na-Gigs, marginalia medievali e immagini di parto e mestruazione vengono lette come elementi strutturali di un immaginario in cui il corpo è insieme minaccia e protezione, pericolo e salvezza.
Nelle sezioni dedicate al sangue, al parto, alla mistica femminile e alla menopausa, l’esperienza corporea delle donne emerge come luogo privilegiato di elaborazione simbolica e spirituale. Il sangue mestruale e il sangue di Cristo, il dolore del parto e la ferita salvifica si rispecchiano in un sistema di analogie che la tradizione ha spesso cercato di rimuovere o silenziare.
In conclusione, Tra le gambe della storia propone la nozione di “corpo aperto” come chiave interpretativa trasversale. Ambiguità sessuale e materialità sono non anomalie da correggere, bensì luoghi privilegiati di produzione del senso.
Conosco Paola da tanti anni. È una delle persone più sensibili al tema diritti che possiate mai incontrare.
Lo stesso sono certo di poter dire di Andrea. Devo a entrambi, oltre che all’editore, l’onore di chiosare il libro in quarta di copertina con la frase La natura ci ha dato pari opportunità: prendiamocele tutte!
Una dedica nemmeno tanto velata ai tantissimi che, ieri come oggi, accusano gli uomini in tubino di andare “contro natura”, dimenticandosi che quanto la natura non permette, semplicemente non accade. Da decenni sostengo che l’unico discrimine fra lecito e illecito deve essere il non far danno a nessuno.
Male non fare, paura non avere, ripeteva mia mamma, forse inconsciamente immaginando l’uomo che sarei diventato. Chiunque legga questo libro comprende e interiorizza quanto sia alto il pegno che l'umanità paga a limiti autoindotti da estirpare con urgenza.
Se ne gioverebbe pure la pace. Non scherzo.
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