Cultura
Giochi Preziosi
I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali, cittadine e cittadini.
In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal 2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo sport.
Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori.
Il progetto si articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno 2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento reperibili online.
Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale, sia da un punto di vista metodologico.
Un progetto dedicato a dei “lavori in corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori, rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi: c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue fotografie sono esposte fino al 22 marzo.
Ci siamo incontrate nel giorno di apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le sirene della polizia e il rombo degli elicotteri.
La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio, tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti prestabiliti come minuscole formichine.
Il distacco tra natura e cultura si esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai.
In altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione. Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio.
Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche fanzine.
Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle Olimpiadi sulle testate nazionali.
“Un’occasione mancata per fare informazione a servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai grandi giornali nazionali.
Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.
Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio) Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là della pagina.
Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a una pista da bob? Tanti, sicuramente.
Resta il fatto che l’impatto emotivo delle foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre. Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto.
Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia, grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali.
La vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi essenziali e la pressione del turismo di massa.
La montagna viene così svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti turistici. Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni.
Il primo, di Roberta de Zanna, consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo di massa.
Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente dall’alto un’identità locale già martoriata.
Nonostante questo, il dissenso espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree di interesse.
Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e, soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante. Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco, non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare attiva.
Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute, un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna l’ingresso a Bormio dalla Valtellina.
I lavori risultano al momento in riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico.
Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico generato per raggiungerli.
Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le attraversano e snaturano”, spiega Citterio.
La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes, Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri.
La protesta, nelle zone montane, è stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto.
Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione popolare attiva. A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato insostenibili Olimpiadi.
Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di deistituzionalizzazione di stampo libertario.
Al Palasharp occupato, il Comitato insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta. La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”.
Fermo restando che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400 chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato Citterio:
“Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e si inaugurano i giochi paralimpici.
Chi segue lo sport magari è consapevole che una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti, opere, eccetera”. Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle controinchieste che lasciano emergere una visione contraria.
Come si legge su Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi), il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali.
La spesa pubblica per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali. Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte.
L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere aggiornato a 45 giorni.
Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40 su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina, siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione dell’intervento.
Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione, locale e non, sulla spesa pubblica.
“Non bisogna dimenticare”, dice Citterio, “che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno.
A Milano, invece, è meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato avanti dai media mainstream.
La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non può più influenzare quanto fatto. Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e Prada Holding il Villaggio olimpico 2026.
Villaggio olimpico che, a giochi conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un progressivo spopolamento delle comunità.
La pista da bob di Cortina d’Ampezzo (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già in essere a Innsbruck).
A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina, il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti.
I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare, allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra?
Se Ampezzano e Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno strettamente a che fare con le Olimpiadi.
Uno strumento utile per chi volesse approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari associate alle Olimpiadi Milano-Cortina. Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità.
Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata).
Sono diverse e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”.
Persone, quindi, che si occupano del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino.
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