Cultura
Lisa Bentini. Il silenzio che nasconde
Ce la possiamo fare a guardare il mondo che ci circonda sollevando lo sguardo solo sulla dimensione ristretta della famiglia e delle relazioni più prossime? Forse è necessario, se si è bambini o molto giovani.
Poi diventa inevitabile se, da più grandi, si è presi da una forte malinconia che ci rimanda a un termine che fu scritto dall’ostetrica sulla cartella di gravidanza consegnata a nostra madre: negativismo. Insomma, la resistenza piuttosto ostinata verso le realtà esterne, verso le loro richieste.
Una sorta di chiusura pregiudiziale al mondo, alle dinamiche della vita vissuta. Così si presenta al lettore la protagonista del libro di esordio di Lisa Bentini che per la nuova collana “Lapilli” dell’editore Kairos pubblica Cose che nessuno vede, pp 204, euro 15.00.
Lisa Bentini parla di sè Parla in gran parte di se stessa, Lisa. Dopo essersi rivelata ai suoi lettori (e molto alle sue lettrici) per i tratti fondamentali del suo carattere, Lisa ci invita però a seguire un percorso di narrazione dell’anima, delle passioni culturali e, in definitiva, della vita.
Per farlo deve forzare, almeno in parte, la gabbia della malinconia e, per i primi passi, si fa guidare dal suo amatissimo cane: la trovatella Beverly. Beverly fa parte dei suoi desideri di giovane donna, al pari del desiderio di maternità e dell’amore per un compagno, Albert, un po’ ritroso e quasi spaventato dalla dimensione “faticosa” della cura.
Come tutti i cani che sono inseriti da poco in un cotesto domestico, Beverly fa qualche pasticcio. Per esempio, come molti altri, tenta di mordere i libri.
Lisa lo sorprende mentre tenta di “aggredire” una copia di Ottavio di Saint Vincent di Tommaso Landolfi e Lisa, invece di sgridarla, le legge alcune pagine di uno degli scrittori più malinconici del panorama culturale italiano. Beverly sembra capire e, da quel momento, inizia un’altra storia.
Quasi una “caccia” a cercare i cani dei personaggi celebri del mondo culturale che Lisa ama tanto: da Jean Grenier a Emanuele Trevi, da AnnaMaria Ortese a Peter Handke e a Giacometti tra gli altri. Le vite degli animali si intrecciano nel suo cuore con le vite e le sensibilità degli umani.
Anche dei suoi cari. Quasi senza distinzioni, come quando riflette sulla morte della zia bambina e sulle coincidenze della morte di lei con quella della sua amatissima cagnetta Beverly.
La perdita e la morte Da quel momento la scrittura assume il tono di una riflessione sulla perdita e sulla morte. Sulla solitudine in cui eventi così tragici ci costringono a vivere quasi sempre nell’impossibilità di verbalizzarli, di raccontarli e di condividerli.
Possono allora essere di aiuto i ricordi, gli oggetti che quasi a sorpresa ci vengono incontro, presi tra le mani o ripensati a portare di nuovo alla luce delle presenze e dei frammenti di vita vissuta che ricostruiscono come possono il ciclo continuo del nascere e del morire. La “mancanza” che viene definita dalla perdita di un essere vivente tanto amato è la stessa dell’abbandono subito a suo tempo dalla povera Beverly a cui Lisa ha illusoriamente posto rimedio.
Ma il prendere contatto con questa dimensione profonda e irrevocabile aiuta a riscoprire l’umanità delle persone che le vivono accanto: tutte. A partire da un nonno che anche lui, come altri, reca in serbo, segreti e non detto che appartengono al lato più profondo della vita di ciascuno di noi.
Solo rendendocene conto possiamo dire che finalmente impariamo a conoscere e ad amare. Anche per prenderci cura delle vite che decidiamo di mettere al mondo.
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