Cultura
David Byrne e Matt Berninger, due ascolti per iniziare il 2026
All’inizio di ogni nuovo anno, più o meno tutti, facciamo la nostra lista di buoni propositi. È diventato quasi un rituale: alcune idee restano, altre si perdono strada facendo, altre ancora cambiano forma senza che ce ne accorgiamo.
Questo 2026 è già iniziato, e spero davvero che lo abbiate cominciato nel migliore dei modi. Tra i miei buoni propositi di quest’anno ce n’è uno molto semplice, ma per me importante: tornare a ascolti più consapevoli.
Meno playlist, meno frammenti, meno musica lasciata scorrere come sottofondo. Più album ascoltati dall’inizio alla fine, più tempo dedicato a stare davvero dentro la musica.
Ascolti consapevoli, senza fretta Anche per questo ho ri-cominciato ad acquistare vinili. Non per nostalgia, ma per il gesto che richiedono: scegliere un disco, appoggiarlo sul piatto, ascoltarlo senza fretta.
Un ascolto più lento, che obbliga a rallentare anche noi. Per iniziare bene l’anno, ho pensato quindi di proporvi due album recenti di musicisti che stimo da molto tempo.
Due interpreti molto diversi tra loro, per linguaggio e sensibilità, ma che proprio in questi ultimi lavori hanno acceso in me qualcosa che sentivo mancare: la voglia di riascoltare un disco intero, più volte, senza saltare da un brano all’altro. È un tipo di ascolto che consiglio spesso, e che credo sia sempre più necessario se vogliamo ritrovare un rapporto più autentico con la musica.
Ci sono dischi che non chiedono attenzione. Chiedono tempo All’inizio di un nuovo anno, quando tutto sembra voler ricominciare in fretta, due album recenti mi hanno colpito proprio per il movimento opposto: rallentare, osservare, restare.
Who Is the Sky? di David Byrne (uscito il 5 settembre per Matador Records) e Get Sunk di Matt Berninger (uscito il 30 maggio 2025 via Book/Concord Records) non potrebbero essere più diversi. Eppure parlano dello stesso tempo che stiamo vivendo, della stessa età dell’uomo, dello stesso senso diffuso di disorientamento.
Uno guarda il mondo con ironia, come se l’assurdo fosse ormai parte del paesaggio quotidiano. L’altro lo attraversa in silenzio, lasciandosi attraversare dal peso delle cose non dette.
Non sono dischi da confronto diretto, ma da contrappunto, come il blog che stai leggendo. Come due voci in due dischi che non cercano armonia, ma verità.
La storia di David Byrne è lunga e stratificata, e passa inevitabilmente dai Talking Heads, dal teatro, dall’arte concettuale, da una continua riflessione sull’essere umano e sulle sue abitudini. Con Who Is the Sky?
Byrne non osserva il mondo dall’alto, né prende le distanze. Al contrario, sembra camminarci dentro con una curiosità ancora viva, quasi infantile.
I testi ruotano attorno al corpo che cambia, alla socialità forzata, alle relazioni, all’assurdità delle nostre giornate. Ma lo fanno senza mai diventare pesanti.
L’ironia non è una fuga: è un modo per restare presenti. C’è una sensazione costante di movimento, di vitalità, come se anche nelle contraddizioni della vita contemporanea ci fosse ancora spazio per uno sguardo laterale, per una danza mentale, per un sorriso che non nega la complessità.
Byrne non minimizza il disagio. Lo osserva, lo attraversa, e lo trasforma in gesto.
Il percorso di Matt Berninger è legato indissolubilmente ai The National, alla sua voce profonda, a una scrittura introspettiva che negli anni ha dato forma a un senso diffuso di inquietudine. In Get Sunk questa fragilità diventa ancora più esposta.
È un disco che sembra togliere strati, protezioni, sovrastrutture. Qui Berninger non osserva il mondo: ci resta dentro.
E spesso dà l’impressione di affondare, più che di nuotare. I temi sono quelli dell’isolamento, della perdita di equilibrio, del senso di colpa, di un’identità che si incrina.
L’acqua, il sprofondare, il perdersi non sono immagini decorative, ma veri e propri stati interiori. Non c’è ironia come scudo.
C’è una voce che accetta il peso delle cose e lo porta fino in fondo, senza cercare vie di fuga. Questi due album funzionano così bene insieme proprio perché non cercano di assomigliarsi.
Byrne reagisce al presente aprendosi, osservando, restando in movimento. Berninger reagisce chiudendosi, scavando, fermandosi.
Sono due modi maturi e profondamente umani di stare al mondo. Ed è forse anche per questo che entrambi mi hanno restituito il piacere di un ascolto completo, dall’inizio alla fine.
Scoprire a quale musica sentiamo di appartenere è spesso anche un modo pert capire qualcosa in più di noi stessi. Il nostro gusto musicale racconta chi siamo, e a volte ci aiuta a riconoscerci.
Se vi va, fatemi sapere quale di questi due dischi avete sentito più vicino. Un invito semplice, per questo inizio d’anno: prendetevi del tempo.
Ascoltate senza fretta. Lasciate che la musica faccia il suo lavoro.
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