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Il governo israeliano, le destre europee e la lotta all’antisemitismo

Giovedì 2 aprile 2026 ore 06:47 Fonte: Valigia Blu
Il governo israeliano, le destre europee e la lotta all’antisemitismo
Valigia Blu

Il governo israeliano ha commemorato l’Olocausto e invocato un maggiore contrasto all’antisemitismo insieme ad alcuni dei principali partiti ultranazionalisti europei, compresi quelli con un passato segnato da neonazismo e antisemitismo. Sembra un paradosso, ma è quello che è successo il 26 e 27 gennaio, in concomitanza con il Giorno della memoria, a Gerusalemme, dove il ministro degli affari della diaspora di Israele, Amichai Chikli, ha convocato la seconda edizione della conferenza internazionale sull’antisemitismo, quest’anno ribattezzata “Generazione Verità”.

L’invito è stato esteso a diversi rappresentanti della destra radicale, soprattutto fra i partiti iscritti al gruppo europarlamentare di Patrioti per l’Europa, di cui il Likud è diventato membro osservatore nel febbraio 2025, dopo una precedente affiliazione ai conservatori di ECR. Le principali organizzazioni ebraiche europee e americane hanno invece disertato il summit per il secondo anno consecutivo.

Per una parte significativa della diaspora, l’avvicinamento tra lo Stato d’Israele e le destre ultranazionaliste rappresenta un tradimento politico e morale. Lo scorso anno Ariel Muzicant, presidente dell’European Jewish Congress, aveva parlato di una “pugnalata alle spalle”, accusando il governo Netanyahu di concedere una sorta di indebita “certificazione kasherut” - l’approvazione religiosa che rende un cibo conforme - a partiti con radici ideologiche nel nazifascismo e nella xenofobia.

Se nel 2025 l’assenza delle organizzazioni della diaspora era stata un gesto di protesta inatteso, quest’anno Chikli ha scelto di prevenire a monte ogni imbarazzo non invitandole affatto. Chikli si è difeso dalle critiche sostenendo di aver vagliato attentamente i partiti con cui cooperare, fissando paletti rigorosi: ai movimenti fondati da nazisti è stato richiesto un ripudio pubblico delle proprie origini, mentre sono stati esclusi quelli contrari alla macellazione rituale ebraica e alla circoncisione.

“Questi per noi non sono tecnicismi”, ha detto. Non hanno così soddisfatto i requisiti né i tedeschi di Alternativa per la Germania (AfD), fra le cui fila sono state espresse frasi irriguardose verso l’Olocausto, né gli austriaci del Partito della Libertà (FPÖ), i cui leader non hanno per ora abiurato i membri delle SS e del nazismo che fondarono il partito.

Un’eccezione è stata, invece, concessa ai Democratici Svedesi, che, pur essendo nati in ambienti neonazisti e opponendosi alla macellazione rituale e alla circoncisione non medica, hanno preso formalmente le distanze dalle proprie origini e indirizzebbero questo divieto soltanto ai musulmani. Chikli non ha, tuttavia, chiuso la porta ad AfD: ha definito “affascinanti” i suoi risultati elettorali e ha speso parole lusinghiere per la sua leader, Alice Weidel, incarnazione, a suo dire, di un “sano patriottismo liberale” con cui è “facile entrare in connessione”.

Anche nei confronti dell’FPÖ le riserve sembrano attenuarsi, come suggerisce l’adesione al gruppo dei Patrioti. Questo nonostante l’ambasciata israeliana a Vienna continui a boicottare ufficialmente i rapporti diplomatici con il partito e il presidente della comunità ebraica austriaca, Oskar Deutsch, abbia evocato persino l’ipotesi di un esodo degli ebrei dal Paese qualora Herbert Kickl diventasse cancelliere.

La conferenza si è aperta la mattina del 26 gennaio con una sessione plenaria alla Knesset, il parlamento israeliano, dove Chikli ha accolto esponenti della destra europea e sudamericana, tra cui Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente brasiliano Jair, per discutere del taglio dei finanziamenti alle ONG accusate di alimentare un clima antisemita, ad esempio attribuendo a Israele un genocidio a Gaza. Il giorno seguente i lavori sono proseguiti al Centro Congressi di Gerusalemme con una serie di panel e interventi.

Nel suo discorso di apertura, il presidente Isaac Herzog ha invitato i partiti presenti ad applicare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che secondo i critici, tra cui professori di studi ebraici e storici dell’Olocausto come Amos Goldberg, “finisce per identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei nel mondo”. In un messaggio video inviato alla conferenza, Matteo Salvini ne ha rivendicato l’adozione nel nuovo ddl antisemitismo da poco approvato al Senato.

Nel corso degli interventi è emerso un chiaro filo conduttore: oggi il principale motore dell’antisemitismo non è più la destra, benché desti allarme l’ascesa di una “destra woke” antisemita personificata, secondo i relatori, tra cui l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, da Tucker Carlson, ma l’asse tra islamismo e una sinistra woke che - ha detto Chikli - “ha trasformato i diritti umani in un’arma contro gli ebrei e lo Stato ebraico”. Il ministro ungherese per gli affari europei János Bóka ha, ad esempio, sostenuto che le cause dell’antisemitismo contemporaneo vadano cercate proprio nell’intreccio tra Islam politico radicale e sinistra, che metterebbero entrambe in discussione le fondamenta della civiltà giudeo-cristiana.

Una linea ripresa anche dall’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, secondo cui si tratterebbe di un’alleanza nuova e pericolosa. Da qui l’insistenza, soprattutto da parte dei politici europei, sulla necessità di declinare la lotta all’antisemitismo come chiusura all’immigrazione.

Il leader dei Democratici Svedesi Jimmie Åkesson ha imputato l’aumento dell’odio antiebraico all’immigrazione e alla tolleranza della sinistra, mentre il polacco Dominik Tarczyński ha invocato una linea “zero migranti illegali”. In collegamento video, Santiago Abascal e Geert Wilders hanno celebrato Israele come un baluardo dell’Occidente contro la presenza di una presunta “quinta colonna islamica” in Europa.

L’obiettivo, neppure troppo velato, è delegittimare l’Islam come religione, distorcendolo in un’ideologia politica da reprimere e sradicare. L’Islam “è più una dottrina politica che una pratica religiosa”, ha affermato in questo senso Sam van Rooy, deputato del partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang.

Chikli ha accentuato questa lettura, elevando la lotta contro l’Islam radicale a uno scontro esistenziale contro una tirannia che sarebbe mera “continuazione” di quella nazista. Non sono state risparmiate accuse nemmeno alle Nazioni Unite, che, secondo il reverendo Johnnie Moore Jr., direttore della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile della distribuzione di aiuti a Gaza fra il febbraio e il novembre del 2025, sarebbero colpevoli di essere ormai diventate “la più grande organizzazione antisemita al mondo”.

Uno dei picchi di questa radicalizzazione retorica è stato toccato durante la serata di gala di lunedì, che prevedeva, fra l’altro, anche il conferimento di due premi, uno in memoria di Charlie Kirk, l’attivista ultraconservatore ucciso nel settembre 2025, e l’altro a Leo Terrell, avvocato statunitense nominato a capo di una task force contro l’antisemitismo nei campus universitari. In apertura della cerimonia, infatti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato musulmani radicali e “progressisti anti-occidentali” di cospirare per la distruzione dell’Occidente, un complotto che passerebbe, innanzitutto, da una guerra globale agli ebrei.

Per Netanyahu l’obiettivo è l’annientamento dello Stato di Israele, così da eliminare sia la presenza dell’Occidente in Medio Oriente sia l’ultimo ostacolo rimasto all’invasione islamica dell’Europa. “Il nostro mondo è in pericolo”, ha continuato il premier.

“Se i regimi che danno rifugio [all’Islam radicale] e lo promuovono acquisissero armi nucleari e i mezzi per lanciarle, tutte le vostre città sarebbero minacciate. Tutte le vostre società sarebbero minacciate.

E quello che Israele sta facendo oggi non è semplicemente difendere sé stessa, ma difendere voi”. In un contesto segnato dalle pressioni della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia e dal crescente raffreddamento delle simpatie dell’opinione pubblica occidentale per Israele, Netanyahu e Chikli puntano a scongiurare l’isolamento sostituendo il tradizionale riferimento alla diaspora con una coalizione di nazionalisti ideologicamente allineati al governo israeliano, ormai assunto come modello di etnonazionalismo e difesa dei confini.

È una strategia che segna un cambio di paradigma nelle relazioni internazionali di Israele e non va sottovalutato quanto sia dettata anche dalla paura: più i movimenti di destra radicale vengono tenuti dentro un perimetro di interlocuzione, osserva Haaretz, più - almeno questo è l’auspicio - se ne previene una possibile deriva anti-israeliana o apertamente antisemita. Ma la contraddizione resta, perché - ricorda Haaretz - “l’antisemitismo non è una macchia accidentale nella storia di molti di questi movimenti, ma è spesso è stato al centro della loro visione del mondo.

Trattarlo come un episodio spiacevole del passato, sanabile con il dialogo e i gesti simbolici, rischia di banalizzare proprio il fenomeno che la conferenza afferma di affrontare”. Diversi di questi partiti, d’altronde, continuano a promuovere un’idea di nazione escludente e penalizzante per le stesse comunità ebraiche locali.

Lotta all’odio e libertà di critica: il nuovo Ddl sull’antisemitismo solleva dubbi di natura giuridica e interpretativa Per i partiti dell’ultradestra europea, dal canto loro, la legittimazione conferita da Israele serve a neutralizzare lo stigma di estremismo e di antisemitismo che ancora subiscono nei rispettivi Paesi e a riverniciare la propria immagine, nonostante la perdurante diffidenza, se non addirittura ostilità, delle comunutà ebraiche locali. Questa però non è “una rottura con l’antisemitismo”, avverte ancora Haaretz, ma “una sua riformulazione”: per i movimenti ultranazionalisti l’esistenza di Israele è accettabile solo perché la sua sovranità si esercita fuori dall’Europa e, soprattutto, perché risolve esternamente il “problema ebraico”, spostandolo altrove.

Il rischio, insomma, è che la lotta all’antisemitismo si svuoti del suo valore morale universale per ridursi in un’arma di convenienza tattica, utile a giustificare le politiche estere aggressive del governo israeliano e, al tempo stesso, a dare una copertura all’islamofobia delle destre radicali europee. Immagine in anteprima: frame video YouTube

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