Politica
“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Nessuno è in grado di fare una previsione credibile sugli sviluppi e la fine della guerra in Iran. I costi, sia in termini di vite umane sia di distruzione, di armi impiegate e di perdite finanziare, sono però già altissimi.
Il “Washington Post” ha calcolato che gli Stati Uniti hanno bruciato 5,6 miliardi di dollari di munizioni solo nei primi due giorni di attacco. E siamo solo all’inizio di un processo a catena, che sconvolgerà gli equilibri economici mondiali.
La spia rossa si è accesa nello stretto di Hormuz. Anche se il presidente americano minimizza, annunciando una pace a portata di mano, tutti gli osservatori mondiali sono in allarme, con il petrolio arrivato a sfondare i cento dollari a barile.
Siamo alla vigilia di un conflitto che potrebbe diventare mondiale? In quale modo sarà coinvolta l’Italia?
Quanto deve farci paura il ritorno alla minaccia nucleare? Perché il riarmo di Ursula von der Leyen non c’entra nulla con la costruzione di una vera difesa comune europea?
E che cosa può fare oggi il movimento pacifista? Abbiamo girato queste domande a Fabrizio Battistelli, sociologo, fondatore e presidente dell’Archivio Disarmo, attivo dal 1982.
Battistelli, come esperto di politiche della difesa e di conflitti armati, che cosa pensa dell’escalation in Medio Oriente? Quali scenari si aprono?
Si sono aperti scenari inquietanti. Le guerre lo sono sempre.
Iniziano in un modo e nessuno è mai in grado di dire esattamente come finiranno. Nel caso della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, non è chiaro neppure il “perché”.
Nel giro di poche settimane, il presidente Trump ha fornito almeno tre ragioni diverse: perché il regime faceva strage dei suoi cittadini, perché gli iraniani continuavano ad arricchire l’uranio per fabbricare la bomba, perché il loro sistema missilistico minacciava (virtualmente) Israele. Delle tre, l’unica possibile approssimazione alla verità è forse l’ultima, come sa bene Netanyahu, che muove i fili delle decisioni di Trump in Medio Oriente.
L’altra cosa che Trump ignora è che cosa significherebbe far sbarcare truppe di terra sul suolo iraniano. Se gli Stati Uniti dovessero farlo, quello che hanno trovato in Iraq e Afghanistan sembrerà, al confronto, una gita in montagna.
E se anche i curdi si facessero turlupinare ancora dalle proposte americane “usa-e-getta”, neppure combattenti validi come loro potranno andare oltre una serie di azioni di disturbo. Forse l’obiettivo è quello di imporre all’Iran un’interminabile e sanguinosa guerra civile per gettare nel caos un grande Paese di novanta milioni di abitanti, senza che vi sia un vincitore.
In questo contesto stravolto, quali rischi ci sono per l’Italia? Potremmo essere coinvolti direttamente e cosa dire delle basi Nato presenti nel Paese?
Difficilmente l’Italia riuscirà a non essere coinvolta, nonostante i pronunciamenti e le rassicurazioni della presidente del Consiglio. Sul suolo italiano gli Stati Uniti, come Nato e come singolo Paese, utilizzano porti e aeroporti e mantengono comandi, basi operative, caserme, depositi di armi e munizioni.
Il principale centro di comunicazioni satellitari delle forze armate statunitensi in Europa (il Muos) è in Sicilia. Nei due aeroporti di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), ci sono quaranta bombe nucleari pronte a essere montate su aerei.
Queste ultime sono parte del cosiddetto deterrente nucleare avanzato americano. Sfuggono al Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato dall’Italia nel 1975, in quanto presumibilmente coperte dal precedente Trattato bilaterale Italia-Usa del 1951, a sua volta ignoto allo stesso parlamento, in quando coperto dal segreto di Stato.
Del resto, l’esperienza storica ha dimostrato che, quando gli Stati Uniti attaccano, l’Italia non ha mai negato il suo supporto. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è brava negli equilibrismi, ma il suo dilemma questa volta è insuperabile.
Da un lato, è una sincera ammiratrice del presidente americano. (In questo momento ci vorrebbe, invece, il coraggio del presidente spagnolo Sánchez, merce rara oggi in Europa). Dall’altro lato, il governo dovrà però fare i conti con l’opinione pubblica italiana, che rimane contraria alla guerra in generale, e in particolare a questa appena deflagrata, che sarà peggiore delle altre anche per gli sconquassi che provocherà, oltre che a livello politico e strategico, a livello economico, come vediamo già con gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz e dalle previsioni sull’aumento dell’inflazione.
Per il movimento pacifista è arrivato il momento di farsi sentire ancora. Sembra però che non ci siano alternative al conflitto armato.
Andiamo verso una guerra globale? È una domanda molto impegnativa, e la risposta non può che essere aleatoria.
Possiamo dire che ci sono spinte in un senso, che vanno verso il conflitto generalizzato, ma ci sono anche delle controspinte, delle difese. Tra queste, c’è una certa consapevolezza che, se la guerra dovesse coinvolgere i principali attori strategici – cioè la Russia e gli Stati Uniti, ma anche soltanto la Russia e l’Europa –, si scivolerebbe rapidamente verso l’uso delle armi nucleari, inizialmente tattiche, che però, in un territorio densamente popolato quale quello europeo, non potrebbe non degenerare poi nella Terza guerra mondiale.
Questa, per esempio, è una preoccupazione dei cinesi, i quali hanno tutto l’interesse a separare la Russia dall’Europa, e soprattutto a tenere impegnati gli Stati Uniti anche indirettamente in Europa; però non vogliono una guerra nucleare, perché non sono ancora pronti, fra l’altro, né a difendersi né, tutto sommato, a una ritorsione. Quindi ci sono controspinte importanti, che tendono a frenare anche la minaccia dell’uso nucleare.
Ci può fare un esempio di controspinte? Un esempio riguarda un fatto che è stato totalmente trascurato per motivi politici, ma che invece era molto importante.
Torniamo un attimo indietro, al 2023, all’invasione russa dell’Ucraina. Nell’inverno di quell’anno la Cina aveva presentato un cosiddetto piano di pace, che, in realtà, era una dichiarazione di intenti, dove si dicevano cose interessanti.
Ci si preoccupava di evitare una possibile escalation nucleare. Si parlava della necessità che le parti in causa, quindi anche la Russia, ribadissero la rinuncia a usare l’arma nucleare verso Paesi che non ne fossero provvisti.
E qui c’è l’ambiguità della deterrenza americana avanzata, perché ci sono Paesi che non ne dispongono autonomamente, ma – come Germania, Italia, Paesi Bassi e Belgio – che hanno installazioni nelle quali c’è il nucleare. Però non soltanto la Russia, bensì tutte le parti in causa, avrebbero dovuto non solo ribadire il “non primo uso nucleare”, ma addirittura astenersi dalla minaccia di farvi ricorso.
Questa è una sfumatura interessantissima, che io non posso credere sia sfuggita ai diplomatici occidentali. Evidentemente, hanno avuto l’ordine di tacitarla.
E questo è stato un errore enorme, perché – sul piano del principio, ma anche su quello politico della narrazione, come si dice oggi – avrebbe messo in difficoltà la Russia. Si sarebbe potuto dire a Putin: guarda che la Cina ha detto che la devi smettere di continuare a evocare l’arma nucleare.
A minacciare. Era un approccio significativo, da parte di una Cina che ancora stava alla finestra, e che poi però ha deciso che era arrivato il momento di stabilire un’alleanza dominatrice con la Russia, e la Russia a quel punto ha accettato una posizione subalterna.
Ora non li riprendi più. Ogni tanto si sente dire che la Cina dovrebbe mediare; ma la Cina non può che essere contenta di questa situazione che si è determinata, anche perché, con Trump, è arrivato per Pechino il grande regalo di un conflitto interno allo schieramento della Nato e dell’Occidente.
In ogni caso, la Cina non ha interesse a far scoppiare un conflitto nucleare mondiale. Questa forse è l’unica cosa su cui sono veramente sinceri.
A proposito di divisioni interne all’Occidente e nuovi equilibri, nel caso della guerra in Ucraina, è vero che si è rinunciato da subito alla via diplomatica? Ed è poi vero che quella guerra fosse imprevedibile?
Per quanto riguarda lo scoppio della guerra in Ucraina, no, non è affatto vero che sia stato un evento imprevisto. Putin aveva mandato una serie di messaggi precisi, ma la situazione si era già deteriorata nei primi anni Duemila, anche a causa di errori e di scelte sbagliate, purtroppo, da parte dei democratici di Biden.
Ricordo ancora il clima politico dei tempi del caso di Pratica di Mare, dove la buonanima di Berlusconi aveva mostrato di capire, sia pure a modo suo, gli scenari di conflitto che si stavano aprendo. Il vertice, da lui organizzato a Pratica di Mare (28 maggio 2002), segnò l’ultimo momento storico di distensione tra Nato e Russia, che firmarono un accordo di cooperazione, formalizzando la fine simbolica della guerra fredda.
In quel caso, Berlusconi agì da mediatore tra George W. Bush e Vladimir Putin, con l’intento di integrare la Russia nell’Occidente. Fu l’ultimo appello alla Russia di Putin, quando la Russia faceva ancora parte del G7, che non a caso si chiamava G8.
Uno scenario politico oggi impensabile. La situazione si è deteriorata per due strategie confliggenti fra loro: quella russa di ricreare lo spazio di dominio russo ex sovietico, e quella degli Stati Uniti di contrastare questa strategia russa attraverso l’espansione a Est della Nato.
Ricordo l’affermazione di papa Francesco che disse: “Sono andati (la Nato, ndr) ad abbaiare sotto le finestre di Putin”.
Non c’è dubbio che Putin sia un autocrate senza scrupoli, con la fissazione di ricostituire l’impero russo. Sono due verità.
In ogni caso, i comportamenti di Trump e di Putin sono criminali, ed è per questo che riescono a parlarsi. Per quanto riguarda l’Europa, assistiamo a una sorta di mutismo impotente.
L’unica scommessa sembra essere quella del riarmo e di qualche misura anti-inflazione. Che ne pensa?
Dico semplicemente che si ritorna su una strada vecchia e abusata, che è quella del riarmo, che assolutizza il concetto di deterrenza militare, ignorando che ci sono varie forme di deterrenza possibili, anche nonviolente: su queste, per esempio, stiamo lavorando a un Rapporto sulla difesa comune europea a Bruxelles, con Marco Tarquinio, nell’ambito del gruppo dei democratici e socialisti. L’obiettivo sono le possibili alternative, un modello di difesa europea alternativa.
Perché comunque c’è bisogno di una difesa europea. Questa è una cosa, dal nostro punto di vista, pacifica.
La componente pacifista di questo modello si basa sul fatto che quella militare deve essere solo l’ultima ratio in caso di conflitti, e comunque non deve avere il monopolio. Deve essere integrata da forme di prevenzione diplomatica, anche sociale e dal basso, così come da una strutturazione nonviolenta della resistenza di fronte a un eventuale attacco.
È possibile una deterrenza anche sociale più di quanto si creda. Facciamo l’esempio della Svizzera: piccolo Paese, conserva la sua neutralità dai tempi del congresso di Vienna.
Perché, durante la Seconda guerra mondiale, la Germania poteva dare agli svizzeri un colpo e non l’ha fatto? Perché la Svizzera aveva una sua deterrenza nella difesa popolare generalizzata, com’è successo per un regime totalmente diverso, come quello della Jugoslavia di Tito.
Stessa cosa. Stalin è entrato in collisione con Tito, ha pensato di dargli una scoppola, come quella che vent’anni dopo l’Urss diede a Praga, e poi però ci ha ripensato, perché la Jugoslavia di Tito aveva la sua difesa popolare generalizzata.
Ma cosa si intende esattamente per “deterrenza popolare”? Che tu hai intanto una società che resiste, una società che è coesa, una società che non puoi pensare di occupare.
Di fronte a questa minaccia, o meglio a questa narrativa della minaccia di Putin verso l’Europa, si devono fare le dovute differenze. Ovviamente, sono i Paesi confinanti con la Russia che percepiscono maggiormente una minaccia russa.
Hanno paura, e non possiamo neppure dire che sia un sentimento assurdo. Ma se si costruisse un’Europa equilibrata, forte, al proprio interno coesa, quella sarebbe già una deterrenza di natura sociale e politica.
Chiunque volesse farlo, saprebbe che gli costerebbe molto conquistare e dominare territori e società che si preparano a forme anche di resistenza generalizzata, anche nonviolenta. Nella storia questo è già accaduto.
Per esempio, durante la Seconda guerra mondiale in Norvegia. I nazisti si trovarono in difficoltà a dominare una società piccola ma ben organizzata, preparata, che attuava delle forme di resistenza nonviolenta.
Anche quello, insomma, andrebbe nel pacchetto. Tutto questo potrebbe però suonare come buonismo da anime belle… Un progetto del genere implica comunque una fortissima capacità organizzativa.
Certo, è chiaro che questa deterrenza pacifica deve essere organizzata, non può essere lasciata allo spontaneismo. C’è per esempio la proposta dei Corpi civili di pace (Ccp).
Al parlamento europeo ne aveva parlato Alexander Langer. In Italia è stata presentata al parlamento due legislature fa.
Ma non è stata raccolta neanche durante i governi di centrosinistra. La proposta è stata presentata nel 2017, all’epoca del governo Gentiloni che aveva sostituito Renzi.
Quel progetto di legge aveva cominciato a fare i primi passi, anche perché ci sono soggetti della società civile che già attuano delle forme di presidio pacifico, previste dal Servizio civile nazionale. Quel progetto è stato affossato, e comunque se n’è parlato pochissimo, perché dà fastidio a una serie di soggetti forti.
Pensiamo se Finmeccanica, oppure oggi Leonardo, possano essere interessati a ipotesi del genere. Se ci sono cento euro di budget per la difesa, secondo il loro punto di vista, devono essere divisi così: trenta per il personale, dieci per il funzionamento e sessanta per comprare armi.
Oggi il personale rappresenta poco meno del 43% della spesa, ma lo vogliono comprimere per dare più spazio alla quota destinata all’acquisto di armi. La prima voce deve essere l’acquisto di sistemi d’arma, che loro chiamano “capitalizzazione”, finalizzando tutto alla ricerca tecnologica e alla produzione di nuovi sistemi bellici.
Si vuole passare, da un sistema definito “assistenziale”, a un sistema “produttivo”, basato soprattutto sulla ricerca e sviluppo. L’obiettivo dovrebbe essere raggiungibile con i programmi europei, che però hanno un limite fondamentale: degli ottocento miliardi previsti, se ne dedicano solo centocinquanta a iniziative comuni; seicentocinquanta miliardi andranno a singoli progetti di singoli Stati (eventualmente associati tra loro).
Il grosso dei finanziamenti, quindi, andrà alle industrie nazionali. Leonardo preferisce avere il contratto diretto, magari mettendosi d’accordo con la Gran Bretagna.
Sui progetti relativi al nuovo caccia, l’Italia ha infatti rapporti con la Gran Bretagna e il Giappone. L’Italia non ha aderito al progetto del caccia franco-tedesco, che comunque ha i suoi problemi interni, perché i tedeschi pare siano infastiditi dalla supremazia francese.
Potrebbe anche succedere che la Germania molli il progetto con i francesi e aderisca a quello italo-inglese-giapponese. La chiave di tutto, insomma, diventa il riarmo.
Il modello di difesa europeo non c’entra niente, è un bluff? La situazione europea è molto complicata.
Il processo federalista segna il passo, vediamo se gli opposti bullismi dei due vecchi amici di Alaska almeno convinceranno l’Unione europea a stringere le file. Il rischio attuale sta tuttavia nel fatto che il rilancio avvenga unicamente sulla parola d’ordine del riarmo.
Oltre a essere politicamente regressivo e strategicamente rischioso, si tratta di un riarmo che solo in misura ridotta promuove una politica della difesa comune, meno di un quinto degli ottocento miliardi è per progetti comuni. Seicentocinquanta miliardi di euro sono un incentivo al rafforzamento delle industrie dei tre Paesi maggiori.
Se vorranno, Germania, Francia, Italia, potranno spendere senza i vincoli del Patto di stabilità: l’effetto sarà una rinazionalizzazione delle rispettive difese, sia come politiche pubbliche sia come apparati militari. Per costruire un’Europa dotata di una difesa comune integrata (forze convenzionali e corpi civili di pace), abbiamo perso tempo prezioso quando il quadro internazionale era favorevole, cioè nel periodo d’oro dell’appeasement russo-americano 1987-2002, e, in Europa, dello spirito di Helsinki.
A quel tempo, l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, rappresentava uno straordinario forum, che teneva insieme cinquanta Stati europei, più gli Stati Uniti e la Russia. Senza che l’Europa aprisse bocca, le due superpotenze hanno lasciato agonizzare quello strumento formidabile.
In questo scenario, non solo vengono meno le prospettive di pace, ma forse rischia di entrare in crisi per sempre l’idea stessa di pacifismo per come l’abbiamo conosciuta. È così?
Vorrei ricordare un concetto teorico che di solito fa discutere. C’è stato un grande ripensamento, un revival di realismo, da parte del movimento pacifista, che si rifà a una visione basata non sulla contrapposizione tra la difesa militare tradizionale e la difesa nonviolenta, ma sull’idea di integrare i due approcci.
Il primo a proporre questa impostazione è stato un grande pacifista, Alexander Langer. L’aveva detto anche Galtung, ma Alex è stato il primo, in Italia, a superare la contrapposizione forze armate tradizionali/forze nonviolente.
Questa posizione viene ripresa oggi da Marco Tarquinio, che parla delle “due braccia” della difesa. Secondo Tarquinio, la difesa europea dovrebbe avere due braccia.
Il braccio della difesa tradizionale – da rivedere completamente, in chiave comune europea – e quello della difesa nonviolenta. Di una si occupa lo Stato, dell’altra la società civile.
Una base, per questo modello, la troviamo direttamente nella Costituzione, dove, all’articolo 52, si parla di difesa della patria come dovere del cittadino, addirittura si usa un termine immenso: “sacro dovere”. L’articolo 11 prevede, poi, che se sei aggredito hai il diritto di difenderti.
Anche nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite ci sono questi stessi concetti. Siamo di fronte, quindi, a varie facce del pacifismo: c’è un pacifismo politico, un pacifismo relativo e un pacifismo assoluto.
Che cosa si deve fare in caso di attacchi esterni? Come ci si difende?
Per l’Europa, è ovvio che non basta la proposta dei Corpi civili di pace. Ci vorrebbe un vero esercito europeo, ma l’idea si scontra oggi contro i vari nazionalismi, a cominciare da quello francese.
Alla fine di tutto questo processo di riarmo, sarà solo la Germania ad avere l’esercito più forte, come risultato di mille miliardi di investimenti. La Francia dovrà venire a patti con la Germania, e probabilmente già l’ha fatto, come si è visto dall’incontro pubblico fra Macron e Merz, dopo che Meloni aveva parlato incautamente di un asse italo-tedesco.
L’unica possibilità che si vada verso la costruzione di una forza militare realmente europea risiede nel fatto che la Francia dovrebbe rinunciare alla sua idea di supremazia nazionale. Per costruire davvero un’Europa comune, si dovrebbe per prima cosa abolire la norma dell’unanimità nelle scelte politiche.
Sarebbe la prima cosa da fare per superare i nazionalismi. Ma le singole nazioni non sono d’accordo, a partire dal governo Meloni, che rimane nazionalista.
Se glielo si chiede, la presidente del Consiglio continua a fare il “pesce in barile”, dovendo sempre barcamenarsi tra l’Europa e il potere di veto di Orbán. Intanto, se si vuole immaginare davvero una difesa europea, si deve lavorare a una politica estera europea comune, che oggi non esiste.
Resta il fatto che il sostegno dell’Europa all’Ucraina è stato tutto di natura militare… Nel caso specifico della guerra in Ucraina, noi come Archivio Disarmo siamo sempre stati contrari al fatto che il sostegno a quel Paese fosse esclusivamente di natura militare, trascurando completamente lo strumento diplomatico. Ci sono gravi responsabilità della politica, che ha subito abbandonato la strada della diplomazia.
Forse già dal vertice di Istanbul, nel 2022, si sarebbe potuto fare qualche cosa per evitare la guerra, se la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non avessero incoraggiato Zelensky a non concedere niente. C’è stato il veto americano, e non si tratta di leggende.
Basta andarsi a leggere i verbali di quell’incontro che sono stati pubblicati dal “New York Times”. Il problema, oggi, è che su queste cose siamo di fronte a un pensiero unico.
Tutti quelli che cercano di introdurre qualche elemento di pensiero critico vengono immediatamente accusati di “putinismo”. Se il pensiero unico ha sdoganato definitivamente la guerra, neanche più la bomba atomica fa paura?
Oggi si torna a parlare di “sfere d’influenza”, in modo acritico e comunque sempre con una connotazione antirussa. Si dovrebbe andare a rileggere la storia.
Tutta la guerra fredda si è fondata sulle sfere di influenza. Ma ci si chiede: perché non c’è stata la Terza guerra mondiale?
Non c’è stata grazie al “tabù nucleare”, la percezione in base a cui quelle armi non si dovessero usare. Addirittura il presidente americano Truman cacciò il generale MacArthur, che voleva usare la bomba nella guerra di Corea.
A quel tempo, c’era ed era forte il tabù nucleare. E di questo va dato atto ai leader politici dell’epoca, americani e sovietici.
C’era una specie di accordo sul tabù nucleare, e c’era l’accettazione delle sfere di influenza. Non dico che quello fosse il migliore dei mondi possibili, tutt’altro.
Constato solamente che per ottant’anni non si sono fatti la guerra. Si è praticata la “coesistenza pacifica”, ed è cresciuta l’idea del disarmo nucleare che, a fine anni Ottanta, ha portato alla distruzione di settemila testate nucleari nel giro di tre anni.
Era l’età d’oro del disarmo. Nella riduzione degli arsenali mondiali, si passò dai quasi settantamila ordigni del 1986 a circa ventitremila.
Invece, adesso, il pendolo punta dritto verso il riarmo, la proliferazione nucleare e l’adozione di micidiali innovazioni tecnologiche, come l’intelligenza artificiale applicata alle armi. Da un mese non abbiamo neppure più un accordo sui missili intercontinentali, non essendo stato rinnovato l’Accordo Start.
Perché non è stato più rinnovato? Semplice: perché gli Stati Uniti pensano che sarebbe stato inutile rinnovarlo con la Russia, visto che il vero problema è la Cina.
Anche sul nucleare l’Europa è di fronte a un grande groviglio. Ora sembra che la Francia sia disposta (anche per ragioni finanziare) a condividere la sua Force de frappe,la forza nucleare di trecento testate.
Ma ci sono infiniti problemi. Il primo è il dislivello enorme con i potenziali nucleari delle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti.
E poi è lecito un riarmo nucleare in base ai trattati di non proliferazione? Non dobbiamo mai dimenticare quella che nei Paesi occidentali è diventata la superpotenza interna: l’opinione pubblica.
I movimenti pacifisti del secolo scorso sono nati proprio come risposta all’incubo nucleare (ne resta la memoria nel simbolo pacifista per eccellenza). Oggi chi punta alla militarizzazione e al ritorno dello spettro della bomba nucleare ha il problema di convincere, prima di tutto, i “consumatori” delle guerre, cioè i cittadini che votano.
Forse la nostra vera arma segreta è l’opinione pubblica. L'articolo “No alla guerra, sì a una difesa comune europea” proviene da Terzogiornale.