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Politica

In Venezuela tutto può accadere, tranne che Trump esporti la democrazia

Martedì 6 gennaio 2026 ore 13:32 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo In Venezuela tutto può accadere, tranne che Trump esporti la democrazia generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

In Venezuela tutto può accadere tranne che Trump esporti la democrazia poiché l'America di Trump ha marciato sul Venezuela con due sole parole d'ordine e la democrazia non è prevista.
In Venezuela tutto può accadere, tranne che Trump esporti la democrazia
Strisciarossa

Tutto – e il contrario di tutto – può a questo punto accadere in Venezuela. Può essere che – come sei anni fa predisse un “war game” commissionato dal Pentagono in vista d’un ipotetico intervento militare Usa – il Paese precipiti, come già accaduto in Iraq e poi in Libia, nel sanguinoso ed inestricabile caos d’una guerra per bande.

Può essere che, come in una sorta di “fermo immagine”, tutto resti, per mesi o per anni, in una situazione di perenne stallo. Può essere che gli attacchi Usa – “mordi e fuggi” con le “cannoniere” della flotta Usa permanentemente installate, pronte al bis, al largo delle coste venezuelane – si ripetano a ritmo serrato con altri arresti ed altri bombardamenti.

Può essere che tutto questo si trasformi, finalmente, in una permanete occupazione, con i famosi “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, da Trump apertamente evocati come una più che concreta eventualità. E può essere che tutto questo accada con conseguenze assolutamente affini o radicalmente diverse da quelle pronosticate nella ‘simulazione” elaborata dal Pentagono sei anni fa.

Può essere, infine, che, sotto la minaccia di nuovi attacchi, si apra al contrario – come Donald Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio sembrano credere e come alcune delle ultime dichiarazioni di Delcy Rodríguez, oggi presidente “facente funzioni”, parrebbero suggerire – davvero si apra, a partir da subito, un processo di “ordinata, pacifica e stabile transizione” verso qualcosa di totalmente diverso o, più probabilmente, di sostanzialmente uguale al presente. Tutto può essere.

Vale però la pena partire da qui – da quest’ultima ed apparentemente più paradossale ipotesi – quella d’una transizione “concordata” – non tanto per pronosticare quel che sarà, quanto per capire quel che è stato e quel che è. Per quale ragione è possibile, a questo punto, seriamente ipotizzare una sorta di “gentlemen agreement”, tra aggrediti ed aggressori?

O, volendo con una forzatura considerare quello in corso come un classico episodio di “regime change”, immaginare un sereno confronto tra i rappresentanti di quel che s’ha da cambiare con la forza ed i molto belligeranti agenti del cambio in fieri? Una risposta, ovviamente, è: per paura.

La paura di nuovi attacchi – di fatto, una più o meno condizionata resa a fronte d’un ricatto armato – dal lato chavista. E, dal lato dell’America, come già accennato, la paura d’una replica, con o senza “stivali sul terreno”, di passate e tragiche esperienze: dall’Iraq, dove la dissoluzione dell’esercito e della burocrazia di Saddam ebbe catastrofiche conseguenze, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria… Un’altra risposta – fin qui sostenuta più da spifferi che da riscontrabili fatti – è quella che parla di “tradimento”.

In sostanza: previo accordo con il governo Usa, a consegnare Nicolás Maduro alle forze speciali statunitensi sarebbero stati – tutti, solo qualcuno o uno soltanto, non è chiaro – proprio i suoi compagni di governo. I bombardamenti che hanno accompagnato il raid non sarebbero stati, in questo quadro, pur con il suo macabro seguito di morti ammazzati (almeno ottanta persone, tra militari e civili) che la cruenta copertura d’un copione preventivamente scritto, la cui trama già prevedeva, almeno a grandi linee, la “concordata transizione” che va profilandosi.

Di nuovo: tutto è possibile e, come recita il proverbio, chi vivrà vedrà. Una cosa però già si può dire con assoluta certezza.

Al di là d’ogni paura e al di là d’ogni “tradimento” o previo accordo, a sospingere l’un verso l’altro il chavismo venezuelano (o quel che resta della tragica caricatura di socialismo che fu il chavismo) e l’America di Donald Trump, è un sempre più ovvio elemento, una sorta di non ideologica forma di complicità politica: il comune rifiuto della democrazia. E per dimostrarlo non è necessario spingersi molto in profondità.

Basta ripercorre rapidamente la parabola politica del chavismo – dalle promesse di libertà giustizia dei suoi albori, alla quasi immediata deriva autoritaria, marcata da un grottesco culto della personalità, fino all’attuale catastrofe economica, politica e morale – e contemporaneamente rileggere (o riascoltare) le parole con le quali Donald Trump ha illustrato di fronte al mondo, in una conferenza stampa convocata nella sua reggia di Mar-a-Lago, le ragioni dell’operazione “Absolute Resolve” consumatasi nella notte tra 1i 3 ed il 4 di gennaio. Nel discorso del presidente Usa riferimenti a potere e petrolio, mai un accenno alla democrazia Il trasferimento di Nicolas Maduro nel tribubnale federale di New York sales@theimagedirect.com Please byline:TheImageDirect.com Un giornalista, Michel Tomasky di “The New Republic”, si è preso la briga di contarle quelle parole.

Sono state 4.231. E nessuna, tra esse, era “democrazia”.

In grande, inequivocabile evidenza erano invece le due “P” che dell’intervento militare e dell’arresto di Nicolás Maduro sono state le vere colonne portanti. “P” come petrolio, ovviamente.

E, altrettanto ovviamente, “P” come potere. “P” come il petrolio che, grossolanamente falsificando la Storia, Trump ritiene sia stato “rubato” agli Stati Uniti.

E “P” come il potere – potere armato – che l’America di Trump si riserva di esercitare, quando e ovunque lo ritenga necessario o anche soltanto utile, specie in quello che, dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco, per non dir del Caribe, più che mai considera il suo “cortile di casa”. Il generale Dan Caine, chairman degli Stati Maggiori Congiunti del Pentagono è stato, nella conferenza stampa di Mar-a-Lago assolutamente chiaro: gli Stati Uniti – ha detto facendo eco agli auto-osannati accenti di Trump – “possiedono le più grandi ed efficienti forze armate del mondo”.

E sono in grado di usarle ovunque, in qualunque angolo del pianeta e per qualsivoglia ragione (democrazia, anche in questo caso, non inclusa). Un tema questo che, nelle ore e nei giorni successivi ha immediatamente ripreso ed ampliato in termini più geograficamente definiti.

Oggi in Venezuela. Domani in Messico, dopdomani in Colombia.

E la Grenladia? (un altro dei pallini di Trump) gli ha chiesto un giornalista di “The Atlantic” in una intervista pubblicata giusto ieri. Anche quella nel mirino.

La ragione? Semplicissima:

“Ne abbiamo bisogno”. La parola democrazia, del resto era del tutto assente anche in quello che, dalla Casa Bianca diffuso all’inizio dello scorso dicembre, è ormai diventato il testo sacro della “Donroe Doctrine”.

“Roe” come James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti d’America ed originale elaboratore della dottrina – la Monroe Doctrine, per l’appunto – che, dal lontano 1823 – passando agli inizi XX secolo per quel “Roosevelt Corollary” che molti storici giustamente considerano l’atto di nascita dell’imperialismo americano – fa da cangiante eppur a suo modo uniforme refrain alla vocazione egemonica della politica estera Usa. E “Don”, ovviamente, come Donald Trump, l’uomo che nelle sue vesti di 45°e 47° inquilino della Casa Bianca, di questa dottrina è l’ultimo sgangherato (e proprio per questo pericolosissimo) interprete.

Trentatré paginette intitolate “National Security Strategy of the United States” nelle quali la democrazia , pur non apparendo mai, come parola, in alcuna parte, è, come concetto, una presenza ubiqua. Ubiqua e negativa, come un’innominata ma evidentissima zavorra, un disturbo, una fisima o una distrazione da scrollarsi di dosso, insieme ad ogni possibile ideologia o “ismo” di sorta, nel nome di una pura logica di forza.

O, ancor meglio, d’una politica che – sostiene in molto contorti termini il documento – vuol essere “pragmatica, senza pragmatismo, realista senza realismo, ancorata a chiari principi senza essere idealista e muscolare senza essere guerrafondaia”. Il tutto nel quadro in una “battaglia di civiltà”, o meglio di una strenua difesa d’un “Occidente” che i valori della democrazia ora non solo nega, ma ribalta a vantaggio della propria “purezza etnica”.

La “Donroe Doctrine” è, su questo punto, assolutamente chiara, soprattutto nella parte dedicata ad una Europa che viene descritta come ormai sulle soglie, causa l’immigrazione, d ‘una “civilization erasure’ . Ovvero: d’una autentica apocalisse culturale ed “identitaria”: il vero, esiziale pericolo che minaccia l’Occidente è, per l’America trumpiana, l’immigrazione di massa – di massa e “colorata”, nel senso di non bianca – proveniente da quelli che, già nel suo primo mandato, Trump aveva, con tipica eleganza, definito “shithole countries”, paesi del buco del culo.

Scaricata Corina Machado che è solo “una brava donna” Maria Corina Machado Questa è l’America che, nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio ha arrestato, a conclusione d’una colossale e spettacolare operazione militare, Nicolás Maduro e sua moglie, la “primera combatiente” – così ama definirsi – Cilia Flores. E giusto questo è, agli occhi del “liberatore” Donald Trump, il Venezuela che è stato da lui “liberato”: uno “shithole country”, un paese del buco del culo” con petrolio, che lo zio Sam non può abbandonare alle incertezze di una restaurazione democratica.

Maria Corina Machado? “Una brava donna”, ha con paternalistico disdegno detto di lei Donald Trump in quel di Mar-a-Lago, ma “troppo debole”, troppo priva del “supporto e del rispetto” necessari per guidare il paese che l’ha eletta.

Tanto priva di supporto e di rispetto – il rispetto è bene sottolinearlo, è, dizionario alla mano, quello che si nega a chi si disprezza – che lui neppure ha pensato di contattatare prima dell’operazione “Absolute Resolve”. Tanto irrilevante che, ignorando il responso delle urne, per trattare la prossima transizione politica, lui, in sintonia con il suo segretario di Stato e valletto, Marco Rubio, ha scelto, non lei, ma – sotto la minaccia di nuove ed ancor più letali operazioni militari – la super-chavista vicepresidente Delcy Roríguez.

We are going to run Venezuela”. Il Venezuela lo governeremo noi, ha dichiarato Trump.

E lo faremo fino a quando sarà necessario. Proprio questo è, allo stato delle cose, il più evidente ed il più triste paradosso della storia.

Molti dei venezuelani che – vittime della più colossale diaspora della storia latino-americana – vanno in queste ore comprensibilmente e gioiosamente festeggiando la “caduta del tiranno” nelle strade di molte città americane, già sono, con ogni probabilità, nel mirino dell’ICE, la Immigration Custom Enforcement da Trump trasformata nella più grande e meglio finanziata forza di polizia d’America. Pronti per la deportazione.

Un popolo da liberare? No, un popolo da cacciare perché come tutti gli immigrati – bianchi sudafricani guarda caso esclusi – “avvelenano il sangue della Nazione”.

È un misto di antico e di moderno l’America di Donald Trump. Di antico perché – come ci rammenta il famigerato Immigration Act del 1924, incondizionatamente esaltato da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf perché apertamente basato su criteri di selezione etnico-razziali – la xenofobia, il razzismo ed il bigottismo religioso che la animano hanno in realtà accompagnato tutta la storia della Nazione, come contraltare del suo essere, per sua natura, un paese di immigrati, uniti non da un legame di sangue, ma da una comune idea di libertà.

E, insieme, di moderno, perché l’avversione nei confronti della democrazia è parte integrante dell’ideologia del più “avanzato” liberismo economico che del trumpismo è, in comunione con il più tradizionale pensiero reazionario “pre-illuminista”, una parte integrante. Protesi entrambi, a guardare, in cerca del futuro, alla realtà del Medioevo.

I primi – tutto da leggere, a tal proposito, il libro “The Machinery of Freeedom” scritto da David Friedman, figlio del più noto Milton, gran padre del neoliberalismo – per salvare la libertà economica dalla voracità degli Stati nazionali (vedi le imprese de Chicago Boys di Milton Friedman nel Cile di Pinochet). Ed i secondi per garantire la “identità cristiana” della Nazione – Dio, patria e famiglia – contro ogni forma di libertinaggio “woke” e contro ogni forma d’eguaglianza o integrazione etnico-razziale Non v’è, in realtà, alcuna contraddizione tra questa America vecchia e nuova ed un governo dittatoriale che, ora spogliato, con l’arresto (o il sequestro) di Nicolas Maduro dalle residue polveri socialiste ed antimperialiste delle origini, garantisca, senza democratici impacci e mantenendo un saldo controllo degli apparati di repressione, una tranquilla transizione, con vista al petrolio, verso nuovi e luminosi orizzonti di (esclusivamente economica) libertà.

Un dettaglio per meglio capire. Agli inizi di dicembre, giusto mentre altissime si levavano, dalla Casa Bianca le grida contro Nicolás Maduro, accusato di essere a capo di un cartello del narcotraffico – il Cartel de los Soles, una entità che a detta degli esperti in materia non esiste – Donald Trump ha garantito il suo “presidenzial perdono” a Juan Osvaldo Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato da un tribunale di New York a 45 anni di carcere per aver favorito, in cambio di milionarie bustarelle ricevute da un cartello di provatissima esistenza – quello messicano di Sinaloa, uno dei più feroci sulla piazza – l’introduzione negli USA di qualcosa come 400 tonnelate di cocaina.

Perché questo perdono? Trump lo ha molto genericamente (e ridicolmente) spiegato con alquanto vaghi accenni a persecuzioni giudiziarie ordite – non si capisce come e perché – dal suo predecessore, Joe Biden.

Ma la vera spiegazione sta probabilmente nel fatto che Juan Osvaldo Hernández – la cui presidenza è figlia di due non propriamente democratici eventi: il golpe che, nel 2009 depose Manuel Zelaya e di una rielezione contro il dettato costituzionale, garantita da una compiacente Corte Suprema – ha nel suoi otto anni di presidenza favorito l’esistenza d’un buon numero di “zone extraterritorili” – di fatto stati indipendenti – nelle quali i liberisti-medievalisti che sostengono Trump hanno potuto, all’ombra del speso fraudolento autoritarismo, liberamente (anche se, a quanto pare, senza grande successo) sperimentare le proprie anarco-libertarie fantasie. Tornando a bomba.

Tutto – e il contrario – può accadere in Venezuela. Ma una cosa si può tranquillamente dire.

Quel che resta del chavismo – per l’appunto: un governo autoritario con pieno controllo degli apparati di repressione – ha, almeno sulla carta, tutto quel che serve per offrire, con o senza la minaccia di nuove operazioni militari, quel che l’America di Trump va oggi cercando: libertà economica senza libertà politica. O, ancor più prosaicamente: tutta la tranquillità necessaria per una pacifica ripartizione del bottino.

O, fuor di metafora, di un petrolio finalmente destinato a tornare, protetto dalle cannoniere Usa, nelle mani dei suoi naturali proprietari: i grandi magnati petroliferi. In attesa di sapere come andrà finire, vale tuttavia la pena, per cogliere il più profondo senso delle cose, fare un piccolo passo indietro, tornando al giorno in cui, ad Oslo, lo scorso 10 dicembre, il premio Nobel per la pace – un premio che, notoriamente, Donald Trump pretendeva per se stesso – venne consegnato a Maria Corina Machado, la “brava donna” che, Trump dixit, pur avendo vinto le elezioni del luglio 2024, non ha oggi né il supporto né il rispetto necessari per governare il paese che l’ha, sia pur via proxy, democraticamente eletta.

Assente Corina, in quel mentre impegnata in un’avventurosa uscita via mare dal Venezuela, dove viveva in clandestinità, toccò sua figlia, Ana Corina Sosa Machado, leggere dal podio il discorso di accettazione. E sono state, le sue, parole appassionate, illuminate da una speranza di libertà (“Presto – ha detto Il Venezuela tornerà respirare”) seppur inevitabilmente marcate dalla distorta visione storica del Venezuela più conservatore e oligarchico.

Tutto in Venezuela era luce prima della lunga notte chavista. Niente dittature, niente povertà, niente ingiustizie.

Solo libertà ed abbondanza. Una frase, in quel discorso è, tuttavia, risuonata con particolare e stridente accento, involontariamente rivelando il vero paradosso che oggi guida la battaglia per la “liberazione” del Venezuela.

“Dal 1999 – ha detto Ana Corina esponendo il pensiero della madre – il regime si è dedicato allo smantellamento della nostra democrazia: ha violato la Costituzione, falsificato la nostra storia, corrotto le forze armate, tolto di mezzo i giudici indipendenti, censurato la stampa, manipolato le elezioni, perseguitato il dissenso e devastato la nostra biodiversità». Basta pochissimo.

Basta cambiare la data iniziale, mutare il tempo dei verbi e porre l’azione un po’ più (ma non tanto) in divenire, e la frase perfettamente descrive quel che Donald Trump, il “liberatore” Donald Trump, sta facendo all’America che governa. Sarà questa America a liberare il Venezuela?

Può essere, la vita è piena di sorprese. Ma più logico è credere che l’operazione “Absolute Roselve”, nata come scontro tra incociliabili visioni del mondo, si risolva in un – se amorevole o contrastato si vedrà – incontro tra autoritarismi originalmente contrapposti ma conciliabili nel nome del profitto.

E che nessuno si azzardi, nel frattempo, a parlare di democrazia. L'articolo In Venezuela tutto può accadere, tranne che Trump esporti la democrazia proviene da Strisciarossa.

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