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Politica

Merz e Meloni: l’asse è morto nella culla, ma l’idea di rinazionalizzare l’Europa è viva e vegeta

Domenica 15 febbraio 2026 ore 17:10 Fonte: Strisciarossa
Merz e Meloni: l’asse è morto nella culla, ma l’idea di rinazionalizzare l’Europa è viva e vegeta
Strisciarossa

La tendenza a leggere la politica internazionale con gli occhiali della politica italiana è in genere deleteria e fuorviante, ma per l’ennesima volta appare come un esercizio inevitabile. L’assenza di Giorgia Meloni, unica tra i leader dei paesi fondatori dell’Europa, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, poi la dissociazione dalla presa di distanza da Trump pronunciata all’apertura della conferenza dal cancelliere Friedrich Merz che ha fatto evaporare in un fiato gli improvvidi entusiasmi per un asse italo-tedesco che forse non c’è mai stato, a Berlino, neppure nelle intenzioni e infine l’annuncio di voler aderire come governo “osservatore” (ma per osservare che?) alla orrida congrega di vassalli e autocrati asserviti nell’ONU palazzinara partorita dalla megalomania di Trump nelle spoglie del Board of Peace per Gaza sono eventi destinati a pesare nel confronto politico-ideologico di casa nostra cancellando, innanzitutto, ogni residua illusione sulla presunta “inevitabilità” della scelta europea della leader della destra italiana.

Ma bisognerebbe prestare grande attenzione anche al significato che il riallineamento “americano” del governo italiano imposto dalla presidente del Consiglio e il conseguente – inevitabile anche a voler credere che non sia intenzionalmente cercato – sganciamento dal confronto basato sul comune interesse sulle sorti della politica europea sta avendo, o rischia in futuro di avere, sul sistema delle relazioni con gli Stati Uniti e, all’interno dell’Unione, tra gli stati che la compongono. Proprio la Conferenza di Monaco ha offerto a questo proposito spunti significativi.

Il forte discorso con cui Merz ha formulato il no europeo alla dottrina MAGA annessi e connessi è stato molto chiaro ma il cancelliere non è stato per niente conseguente quando dalla presa di distanza ideale, concettuale e anche, in qualche modo, etica dalle posizioni americane avrebbe dovuto passare alle controproposte che l’Europa sarebbe chiamata a mettere in campo. Il problema non è tanto il tentativo del governo di Berlino di, diciamo così,”salvare la NATO” dallo stress insopportabile che le scelte dell’attuale amministrazione di Washington le stanno imponendo, quanto un’idea della conquista di autonomia strategica europea fondata tutta sul riarmo degli stati.

Nessun richiamo, neppure formale e di facciata, alla prospettiva di una difesa europea e men che mai (ci mancherebbe altro) all’eventualità che essa possa essere realizzata e sostenuta con il ricorso a debito europeo. Vade retro Satana.

Il principale dei modi in cui questo riarmo stato per stato dovrebbe funzionare è il recupero di un rapporto speciale tra la Germania e la Francia. Si tratterebbe in sostanza di una sorta di nuovo direttorio franco-tedesco ma non più politico sui binari della integrazione europea bensì militare per difendere dalla Russia i confini del continente, soprattutto (anzi quasi esclusivamente) quelli settentrionali, con la comunitarizzazione della force de frappe atomica di Parigi.

Almeno fino a quando – si spingono a ipotizzare diversi osservatori e politici di Berlino e dintorni – il trascorrere della storia e l’affievolirsi di certi “pregiudizi” non renderanno potabile l’ipotesi di un’entrata anche della Germania nel club delle potenze nucleari. Uno scenario, quello della resurrezione della locomotiva d’antan sui binari del riarmo, da far sanguinare il cuore di Giorgia Meloni, e forse non troppo ben digerito neppure in tutto l’establishment tedesco, come si è capito in qualche commento dedicato nei giorni scorsi al presunto nuovo “asse” con l’Italia.

Il ruolo del “poliziotto buono” esercitato a Monaco da Rubio Questa reticenza di Berlino (ma anche di Bruxelles almeno nell’atteggiamento in merito al riarmo della presidente della Commissione attuale) a trarre le logiche conclusioni politiche dal riconoscimento del decoupling ormai in atto e destinato ad aumentare tra l’Europa e l’America trumpiana ha permesso al Segretario di Stato Marco Rubio di fare a Monaco la parte del “poliziotto buono” presentandosi con una inedita versione di “trumpismo dal volto umano” condita di toni concilianti, retorici e ipocriti richiami alle radici culturali comuni da Shakespeare ai Rolling Stones (persino a una molto dubbia ascendenza europea dello stesso Rubio) e profferte di amicizia fondate però – sia chiaro – sulla piena accettazione dei “veri valori” dell’occidente che sono quelli delle nazioni bianche e cristiane in auge dalla parte loro dell’Atlantico e non quelle orribili devianze praticate da questa parte come le politiche lassiste verso gli emigranti, il “culto delle politiche contro i mutamenti climatici” e la deindustrializzazione. La NATO va salvata, concede Rubio, ma gli americani non saranno certo “gli amministratori del declino dell’occidente” che state organizzando voi con le vostre mollezze da tardo impero, cari amici europei… Il discorso di Rubio sarebbe stato accompagnato – a credere ai cronisti che ne hanno riferito – da sospiri di sollievo e mormorii di approvazione e alla fine avrebbe ricevuto pure un “caloroso applauso”.

Eppure va detto che, se non nella forma certo nella sostanza, non era poi tanto più moderato da quello sull’inevitabile, rovinoso e colpevole “declino dell’Europa” che l’anno scorso, sempre nell’appuntamento di Monaco, il poliziotto cattivissimo J.D. Vance aveva scagliato contro i delegati. E gran parte di loro, in un soprassalto di masochismo, avevano applaudito anche lui.

D’altronde, i 12 mesi passati dagli insulti di Vance alla risposta che Merz gli ha dato dalla stessa tribuna, come se invece di un anno fosse trascorsa qualche ora, almeno fino alla crisi della Groenlandia (e per quanto riguarda l’Italia anche dopo) sono stati riempiti di una grande quantità di testimonianze di remissività europea, culminate nella penosissima scena di sottomissione sui dazi recitata da Ursula von der Leyen nel luglio scorso nel golf resort scozzese di Trump e nelle manifestazioni di vero e proprio servilismo verso daddy Donald del segretario generale della NATO. Ma non esiste un “trumpismo dal volto umano” nei rapporti con l’Europa Insomma, non esiste un “trumpismo dal volto umano”.

A parte qualche sfumatura nei toni tutto il gruppo dirigente al potere a Washington ha la stessa unanime concezione sull’impostazione da dare ai rapporti con gli europei: sottomissione o guerra aperta. Questo evidenzia ancor più la necessità dell’unione da questa parte dell’Atlantico e spiega le ragioni per le quali l’abbandono, da parte di Giorgia Meloni, di ogni remora nell’intrupparsi nello schieramento trumpiano, rompendo anche la finzione retorica del “fare da ponte” tra l’Europa e l’attuale dirigenza di Washington, ormai identificata come l’unico referente politico, rischia di ad avere conseguenze di lungo momento, anche tenendo conto del fatto che in prospettiva, con l’auspicabile avvio di un percorso di pace per l’Ucraina pare destinato a sdrammatizzarsi se non a scomparire anche l’ultimo motivo di distinzione politica, che peraltro mai è stato tale da impedire solidi rapporti e concordanze politico-ideologiche, tra Roma e Washington.

Sul piano dei rapporti internazionali d’ora in poi saranno ancora più forti a Roma e dintorni le pulsioni autoritarie che vengono dal potente schieramento euro-americano di “democratici illiberali” che ha trovato in Donald Trump l’interprete e il promotore. Ma è evidente che il problema non è rappresentato solo dalla posizione del governo di Roma.

Il ritiro dell’Italia dallo schieramento che regge le posizioni dell’Europa nel confronto con l’America di Trump è il segnale di una contraddizione politica che riguarda tutti i grandi paesi dell’Unione e che è a sua volta espressione della incompiutezza dell’integrazione come si è realizzata fino ad ora. Nella Conferenza di Monaco sono apparse abbastanza chiare, in materia di politiche della difesa, le tendenze alla rinazionalizzazione dei meccanismi di decisione che nel campo delle politiche economiche erano comparse in modo ben percepibile nel documento sulla competitività e il Mercato Unico con cui Giorgia Meloni e Friedrich Merz avevano “convocato” (virgolette pour cause) il prevertice che, escludendo il premier spagnolo e superando il manifesto malumore di Macron, ha preceduto il Consiglio europeo informale della settimana scorsa nel castello belga di Alden Biesen.

Il cancelliere tedesco e la presidente del Consiglio italiana stanno dando vita a un trend di riforma nei fatti dei meccanismi di governance e di decisione delle istituzioni europee vòlto a erodere la sovranità dell’Unione a favore delle prerogative nazionali. Si tratta di un trend molto insidioso e, in materia di riarmo e difesa, potenzialmente devastante.

Il fatto che la leader della destra italiana lo persegua dopo aver idealmente portato in America anche il piede che finora, con tutte le esitazioni e tutte le contraddizioni, aveva tenuto in Europa non può non preoccupare. L'articolo Merz e Meloni: l’asse è morto nella culla, ma l’idea di rinazionalizzare l’Europa è viva e vegeta proviene da Strisciarossa.

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