Cultura
Philodiffusione #17
Foto di Silvia Capodivacca. Il catalogo dell’orrore La morta fu ritrovata in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato […] A metà febbraio, in un vicolo nel centro di Santa Teresa, alcuni spazzini trovarono un’altra donna morta […] Nel mese successivo, a maggio, venne rinvenuta una donna morta in una discarica […] La prima morta di maggio non fu mai identificata, per cui si suppose che fosse un’emigrante di qualche Stato del centro o del sud […] A maggio non morì nessun’altra donna, escluse quelle che morirono di morte naturale, cioè di malattia, vecchiaia o parto […]. (R.
Bolaño, 2666, 2004, tr. it. 2666, traduzione di I. Carmignani, Adelphi, Milano 2012, ed. dig). E così via, per un centinaio di (insopportabili) pagine.
Il mio primo incontro con il Messico è avvenuto attraverso un libro, e non è stato divertente. Nella sezione intitolata La parte dei delitti, in 2666 Roberto Bolaño fa scorrere una teoria interminabile di donne assassinate, litania agghiacciante e al contempo un elenco stilato con distacco burocratico, che infligge al lettore una tortura in forma di parole.
All’epoca non si parlava ancora diffusamente di femminicidio, ma quello è: un catalogo di omicidi di donne, atroce e monotono – un rosario recitato al contrario. Ho trovato il capitolo sadico, gratuita ed eccessiva l’eterna geremiade; la ripetizione ossessiva dei modi del delitto – lama, stupro, strangolamento… – mi ha allontanato per anni dall’autore.
Una quindicina d’anni dopo, lo scorso mese, ho fatto esperienza del Messico in carne e (soprattutto) ossa, durante il periodo del Día de Muertos. Anche in questo caso, l’esibizione della morte mi è parsa eccessiva e commerciale: ovunque Catrinas, teschi e scheletri in tutte le forme, plaquette pubblicitarie, ninnoli, souvenir – un folklore imbandito innanzitutto in favore dei turisti.
Perfino quella della maestosa sfilata di Città del Messico, con il suo milione e mezzo di spettatori e gli 8.000 figuranti, ho scoperto essere una tradizione recentissima, debitrice più a Hollywood (e agli sceneggiatori di Spectre) che all’antica Mesoamerica, come avevo ingenuamente fantasticato. Eppure, il contatto diretto ha iniziato a scalfire i miei pregiudizi sull’esibizionismo mortuario di questo popolo.
Il Messico ha un rapporto davvero particolare con la morte, che passa per la piazza e per il turismo, certamente, ma scende anche molto più in profondità. Grammatica del ricordo Foto di Silvia Capodivacca Dal negozietto più umile al ristorante più ricercato, dal sagrato della cattedrale nella piazza dello Zócalo all’ufficio centrale delle poste, in ogni luogo che ho visitato era presente un’ofrenda, altare di fattura domestica allestito con diversi elementi canonici, tra i quali non mancavano scheletrini di varia foggia, candele, composizioni di fiori arancio paprika e pane dolce tipico del periodo.
Su ciascuna dominavano varie foto di persone care: volti normali, decisamente poco instagrammabili, messi in bella vista in spazi di compravendita dove, in teoria, dovevamo pensare solo a ordinare un cocktail, comprare un paio di scarpe o poco più. Non si tratta, quindi, di una scelta esclusivamente commerciale, ma di un’opzione culturale: portare le foto dei propri morti in pubblico significa credere nella continuità di una relazione con essi, guardare alla morte come a un cambio di forma più che un taglio netto e irrevocabile.
Si chiarisce, così, anche l’importante differenza lessicale tra memoria e ricordo. Foto di Silvia Capodivacca.
Da un lato, la memoria – quella che, non per caso, celebriamo nelle giornate ad essa intitolate – assume spesso il tono del monito: rammemoriamo un passato doloroso, distruttivo perché non si ripeta, affinché non si ri-presenti. Il ricordo (re-cordis: riportare al cuore), invece, configura un gesto, simbolico, di resurrezione.
Si rimettono al mondo cose o, in questo caso, persone attraverso il ricordo, perché il loro vissuto non svanisca e il solco da loro tracciato continui a guidare chi resta. La familiarità del Messico con questa seconda dimensione di recupero del passato si riscontra anche nel culto della Santa Muerte.
Nonostante l’opposizione della chiesa cattolica, questa figura scheletrica – spesso rappresentata mentre brandisce falce e globo – ha conquistato milioni di devoti. Santa Muerte è una figura popolare, a cui si chiedono protezioni concrete, miracoli e persino favori poco ortodossi (legati al narcotraffico).
Il suo culto, che mescola simboli cristiani e credenze preispaniche, nasce dalle periferie urbane e marginalizzate, ma si è rapidamente diffuso tra i molti invisibili del paese, in cerca di una protezione che le istituzioni non garantiscono. Anche in questa credenza, al limite dell’eresia, si rintraccia la prova di un rapporto con la morte che non è macabro né pietistico, ma profondamente pragmatico, una sorta di dialogo continuo con l’inevitabile.
Voci della letteratura messicana Foto di Silvia Capodivacca Con qualche anno di differita, è stato inevitabile rendermi conto che la letteratura mesoamericana risente moltissimo del continuum culturale con la morte, vera protagonista di molte e memorabili pagine dei romanzi messicani. Basti pensare al recente successo delle storie di Guillermo Arriaga, la cui efferatezza narrativa è estesa quanto il numero di pagine in cui, a perdifiato, ne racconta gli sviluppi.
Nel Selvaggio (El Salvaje, 2016, tr. it. Bompiani, traduzione di B. Arpaia, Milano 2019), la storia del protagonista fa tutt’uno con il rischio costante della sua morte e la fine violenta di chi lo circonda.
Si rimane aggrappati alla lettura, come Juan si attacca all’esistenza, nonostante la mole e il macigno sullo stomaco che procura. Anche qui, la violenza assume la forma stessa del mondo, il modo in cui la vita si dà: sempre in bilico, a un passo dal precipizio.
È tuttavia con Juan Rulfo, autore meno prolisso, ma esponenzialmente folgorante, che queste considerazioni raggiungono la loro più alta espressione. Pedro Páramo (1955, tr. it.
Einaudi, traduzione di P. Collo, Torino 2014) ci restituisce la storia di un figlio che insegue le tracce del padre morto e, così facendo, entra nel villaggio di Comala abitato, di fatto, da morti che parlano. Sarebbe però ingrato declassarlo a romanzo di fantasmi, poiché il prodigio narrativo non sta tanto nell’eccezionalità di questa evenienza, ma nel fatto che nessuno pare stupirsene.
Il confine tra vita e morte è poroso, e in queste pagine viene continuamente attraversato. Anche nella raccolta di racconti La pianura in fiamme (e che bella l’assonanza del titolo originale!
El Llano en llamas, 1953, tr. it. Einaudi, traduzione di M. Nicola, Torino 2025), primo e unico altro volume di Rulfo, ogni storia riporta un confronto con il mondo dei defunti: la morte è onnipresente nel libro, ma senza la posa tragica e solenne che siamo abituati ad attribuirle all’ombra lunga del cristianesimo.
Essa rappresenta, più che altro, un dato di fatto, quel vicino di casa un po’ fastidioso, la cui presenza costante ci risulta, tutto sommato, familiare. Ricordati, per esempio, è un capitolo che trascrive, sul piano letterario, la grammatica dell’ofrenda: non c’è redenzione, escatologia, sviluppo della narrazione, ma un fortissimo dovere – che si traduce in scelta – di non lasciare sprofondare nel buio dell’oblio Urbano Gómez, figlio di don Urbano, nipote di Dimas, quello che dirigeva le pastorelas e che morì recitando «vattene, spirito immondo» ai tempi dell’influenza. (J.
Rulfo, La pianura in fiamme, cit., p. 113).
L’eredità di Matilde Arcángel, invece, si sovrappone al ricordo stesso della donna, in un’interessante spirale meta-rammemorante in cui la forma del ricordo (il gesto di ricordare) e il suo contenuto (la persona ricordata) combaciano: ciò che lei lascia ai vivi è innanzitutto sé stessa, nella forma della memoria affettiva. Nella raccolta, un altro breve dialogo (fin dal titolo:
Digli che non mi ammazzino!) risuona con forza nel contesto: – Sembra che è proprio vero che ti ammazzano. E io da quelli non ci voglio tornare. – Vacci di nuovo.
Un’altra volta soltanto, per vedere cosa ne cavi. – No. Non ci voglio andare.
Sono pur sempre figlio tuo. E se vado a parlare con loro poi finisce che lo capiscono e fucilano anche me.
È meglio lasciare le cose come stanno. – Su, Justino. Digli che abbiano un briciolo di pietà.
Digli soltanto questo. Justino strinse i denti e scosse la testa dicendo: – No.
E continuò a scuotere la testa per un po’. (Ivi, p. 77).
In una manciata di righe, succede qualcosa di impensabile per il nostro retroterra europeo e cristiano, in cui la pietas, soprattutto quella interna ai rapporti familiari, scavalca ogni logica e razionalità, per imporsi inderogabilmente. Nonostante secoli di missioni, processioni (ma anche conquiste violente), qui la supplica del padre viene negata, e con ciò tradita, dal perentorio rifiuto del figlio Justino a esporsi verso chi potrebbe, a sua volta, non avere misericordia di lui.
Nel racconto, nessuno corre a intercedere, nessuno si immola, nessuno invoca santi o miracoli e la morte, la cui implacabile imminenza non viene scongiurata («Sembra che è proprio vero che ti ammazzano»), perde sacralità: è un fatto duro e nudo, contro cui Justino scuote la testa più per ostinazione che per speranza. Dalla letteratura alla realtà – e ritorno Com’è intuibile, la ruvida familiarità con la dimensione mortuaria affonda le sue radici nelle culture precolombiane di aztechi, toltechi, maya e altri popoli mesoamericani che ad essa hanno dedicato numerose, concrete attestazioni culturali, tra cui capeggia – è il caso di dirlo – la macabra architettura degli tzompantli, torri composte da decine di migliaia di crani, esposti in funzione rituale e, evidentemente, come dichiarazione di potere, di cui la morte era uno strumento particolarmente efficace.
Anche l’ullamaliztli, celebre gioco della pelota che, con una dose di fantasia, alcuni additano come antesignano del calcio, si intrecciava al sacrificio con modalità decisamente inconsuete: si narra che alla fine della partita fossero i perdenti a venire sacrificati agli dei. Tuttavia, talvolta al loro posto potevano essere uccisi i vincitori (Aa.Vv, The Passenger:
Messico, Iperborea, Milano 2023, p. 13).
Il messaggio è chiaro: non puoi sentirti mai davvero al sicuro, in un orizzonte di vita in cui quest’ultima è più una concessione precaria che un diritto garantito. Al giorno d’oggi, l’esplosione della violenza legata al narcotraffico (e non solo) rende la morte un dato quotidiano, scandito dagli orrori di sparizioni, fosse comuni, esecuzioni sommarie.
Anche l’epidemia di femminicidi si presenta con un peso consistente, nelle pagine di cronaca nera, e con numeri inverosimili: secondo i reportage di The Passenger: Messico (cit.) si parla di 90 casi su 100 che non vengono risolti e di 11 donne al giorno che sono ufficialmente dichiarate desaparecidas.
Per questo, il primo pilastro del femminismo messicano risponde al grido essenziale di: «¡Nos queremos vivas!», «Ci vogliamo vive!» (ivi, p. 139).
Prima ancora che parità di genere, diritti universali e altre legittime rivendicazioni con cui abbiamo familiarizzato da questa parte del globo, in Messico le donne chiedono di rimanere vive, in un contesto in cui non è scontato e dirlo ad alta voce diventa un atto politico. Dal viaggio, mi porto a casa la costatazione che, a volte, è la realtà a spiegare la letteratura, rendendola sopportabile.
Ciò che avevo scambiato per una macabra ossessione o una compiaciuta esibizione, è l’espressione di un popolo che ha fatto della vicinanza con la morte un linguaggio – per parlare di chi resta, delle ingiustizie passate e presenti, delle relazioni spezzate che non vengono dimenticate. Ho pronto sul comodino I detective selvaggi.
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