Cultura
Non tutte le rovine sono antiche
Dopo Angkor pensavo di aver già capito la Cambogia. Avevo visto la sua grandezza, la spiritualità dei templi, la capacità di una civiltà di attraversare il tempo lasciando tracce profonde.
Camminare tra quelle rovine dava l’illusione che la storia seguisse un ritmo lento, quasi naturale. Poi ho visitato Tuol Sleng, e ho capito che non avevo ancora visto niente.
Ad Angkor il tempo sembra distendersi. Le pietre raccontano secoli, la giungla avvolge senza cancellare, tutto suggerisce continuità.
È facile pensare che una civiltà così profonda sia, in qualche modo, protetta dal crollo. Tuol Sleng — ex scuola trasformata in prigione dai Khmer Rossi — distrugge questa convinzione in pochi minuti.
Le aule sono piccole, i corridoi stretti, le pareti nude. Non c’è distanza storica, non c’è filtro.
Qui non si parla di un passato remoto: qui il Novecento è entrato con violenza nella vita quotidiana. Questa prigione nota come Security Prison 21 (S-21) era il principale centro di detenzione, tortura e sterminio del regime dei Khmer Rossi a Phnom Penh.
Durante gli anni della Kampuchea Democratica (1975–1979), il regime la utilizzò come perno di una rete di centri di repressione in tutto il paese. Il regime tenne registrazioni meticolose: ogni prigioniero veniva fotografato all’ingresso e costretto a confessare “crimini” reali o immaginari sotto tortura.
Le vittime non erano soltanto oppositori reali, ma spesso accusati di essere spie, traditori o nemici dell’ideologia — talvolta a causa di colpe di associazione, come essere legati a qualcuno sospettato di disobbedienza. Quando le truppe vietnamite liberarono Phnom Penh nel 1979, trovarono centinaia di corpi e le prove documentali dell’orrore accumulato in S-21.
I locali furono conservati quasi intatti e trasformati nel Tuol Sleng Genocide Museum, per mostrare al mondo cosa fosse avvenuto. La visione criminale di Pol Pot e dei Khmer Rossi Il genocidio cambogiano non fu un effetto collaterale bensì parte di una politica ideologica estrema I Khmer Rossi cercarono di creare un’utopia agraria radicale eliminando ogni elemento percepito come “contaminato” dall’urbanizzazione, dall’élite e dalle influenze esterne.
Questo progetto di “Anno Zero” consisteva nel distruggere le strutture sociali esistenti e ricominciare da zero: città svuotate, professionisti eliminati, scuole chiuse, e ogni forma di istruzione superiore sospettata di corruzione intellettuale. Pol Pot e i suoi alleati vedevano nel perfezionamento ideologico la salvezza della nazione: chiunque non si conformasse era considerato un ostacolo da eliminare.
Questo portò a un regime di epurazioni e violenze sistematiche che causarono la morte di circa 1,5–2,2 milioni di cambogiani tra esecuzioni, fame e malattie. In questo contesto, S-21 divenne un simbolo — non un’eccezione — della logica paranoica di un regime che vedeva nemici ovunque e non temeva di uccidere persino i propri membri sospettati di dislealtà.
A volte bastava avere un paio di occhiali per essere preso torturato e ucciso. Lo scorso anno in un viaggio in Armenia, ad Erevan: un altro silenzio, la stessa ferita.
Al memoriale del genocidio armeno l’esperienza è opposta e complementare. Non c’è shock visivo.
C’è silenzio. Un silenzio composto, quasi rituale.
Il vento, i fiori, le persone che parlano a bassa voce anche senza sapere perché. Visitando questi luoghi ci si rende conto che il XX secolo non è stato solo il secolo del progresso, della tecnica e dei diritti.
È stato anche il secolo in cui lo sterminio è diventato organizzato, ideologico, burocratico. Dal genocidio armeno all’Olocausto, dalla Cambogia al Ruanda, passando per le carestie indotte, le purghe politiche, le deportazioni di massa: i genocidi del Novecento non sono incidenti della storia, ma fenomeni ricorrenti.
Cambiano i contesti, le ideologie, i linguaggi. Non cambiano i meccanismi profondi.
In tutti i genocidi compare una stessa operazione mentale: la costruzione dell’Altro. L’Altro non è semplicemente diverso.
L’Altro diventa: pericoloso corrotto traditore disumano Questo processo non nasce all’improvviso. È graduale, quotidiano, spesso banale.
Prima arrivano le parole: “Non sono come noi.” “Ci rubano il futuro.” “Sono un problema.” Poi arrivano le immagini: parassiti malattie nemici interni Infine arrivano le azioni, che sembrano ormai logiche, persino necessarie.
Odio e amore: una relazione distorta Uno degli aspetti più difficili da accettare è che l’odio genocidario raramente nasce dalla distanza. Nasce spesso dalla prossimità.
Vicini di casa, colleghi, compagni di scuola. Nel Ruanda del 1994, come nell’Europa degli anni ’30 o nella Cambogia degli anni ’70, chi uccideva conosceva chi veniva ucciso.
Qui emerge una dinamica profonda: l’odio come amore rovesciato. Quando un gruppo è percepito come parte del “noi” e poi viene definito come traditore, il sentimento che nasce non è indifferenza, ma furia morale.
L’Altro non è solo diverso: è colui che “doveva essere come noi”. I genocidi prosperano in tempi di crisi come bisogno di semplificare il mondo Quando la realtà diventa complessa e incerta, le società cercano risposte semplici.
La divisione binaria noi/loro funziona perché: riduce l’ansia rafforza l’identità offre un colpevole È il meccanismo del capro espiatorio: eliminare l’Altro per salvare il Noi. Dopo certi viaggi non si torna uguali.
Il Novecento ci ha lasciato un’eredità pesante, ma anche una responsabilità: riconoscere i segnali, prima che la storia smetta di essere memoria e torni a essere cronaca. C’è un film che vidi in passato che aiuta a comprendere ciò che nei musei del genocidio spesso resta implicito:
L’onda (Die Welle). I musei raccontano l’esito finale — i morti, i campi, le fosse comuni — ma L’onda racconta l’inizio.
Ispirato a un esperimento reale condotto in una scuola americana negli anni Sessanta, il film mostra come, in pochi giorni, una classe normale possa trasformarsi in un gruppo chiuso, disciplinato, aggressivo verso chi non aderisce. Non c’è odio razziale.
Non c’è violenza iniziale. C’è ordine, appartenenza, identità.
Gli studenti iniziano a sentirsi parte di qualcosa di giusto, di superiore. Chi resta fuori non è più semplicemente diverso: è un problema.
Il film è disturbante perché non mostra mostri, ma ragazzi comuni. E proprio per questo diventa una lente potentissima per rileggere il Novecento: i genocidi non iniziano con l’odio, ma con la rinuncia alla complessità, con il bisogno di risposte semplici in tempi confusi.
Visitando luoghi come Tuol Sleng in Cambogia o il memoriale armeno di Erevan, si ha spesso la sensazione che ciò che è accaduto appartenga a un’altra umanità, a un’altra epoca. L’onda rompe questa distanza.
Mostra che i meccanismi che hanno portato ai genocidi: non richiedono ideologie complesse non richiedono personalità violente non richiedono odio preesistente Richiedono solo paura, conformismo e appartenenza. Una riflessione sul Covid come specchio contemporaneo È lo stesso terreno su cui, in forme incomparabilmente meno tragiche ma psicologicamente affini, si sono innestate le fratture sociali durante la pandemia.
Durante il Covid, molte società hanno sperimentato una polarizzazione improvvisa e profonda. Famiglie divise, amicizie spezzate, relazioni incrinate non da eventi personali, ma da posizioni morali contrapposte.
Chi era “dall’altra parte” non sbagliava: era irresponsabile, pericoloso, egoista, manipolato. Non c’era un progetto di sterminio, né una violenza strutturata — ed è fondamentale dirlo — ma il meccanismo mentale era sorprendentemente simile: semplificazione schieramento perdita dell’altro come persona Il dissenso diventava colpa.
La complessità diventava fastidio. Uscendo da un museo del genocidio, si ha spesso l’illusione che il compito sia ricordare i morti.
In realtà, il compito è riconoscere i vivi. Riconoscere quando smettiamo di ascoltare.
Quando riduciamo una persona a un’idea. Quando l’identità conta più della relazione.
Il Novecento ci mostra dove possono portare questi processi quando diventano sistema. L’onda ci mostra quanto poco basti perché inizino.
Il Covid ci ha ricordato che nessuna società ne è immune. La memoria, allora, non è un esercizio nostalgico né un rituale annuale.
È una pratica quotidiana di vigilanza. Perché la linea che separa una comunità da una folla, il dissenso dall’odio, la paura dalla disumanizzazione, non passa nei libri di storia.
Passa dentro le nostre relazioni più vicine. Ed è lì che va difesa. per approfondire Per non dimenticare il genocidio cambogiano S-21 - La macchina di morte dei Khmer Rossi Le vite ordinarie dei carnefici L'Onda film Il film candidato all’Oscar proprio sul massacro cambogiano dal titolo L’immagine Mancante The post Non tutte le rovine sono antiche appeared first on ReWriters.