Politica
Nepal, vince il rapper ex sindaco della capitale
Dal marxismo-leninismo alla musica rap. Solo pochi anni fa non avremmo immaginato che, alla guida di un Paese, potesse arrivare un giovane musicista e ingegnere al posto di consumati e corrotti leader di una sinistra d’antan.
È successo in Nepal (vedi qui e qui), dove le elezioni dello scorso 5 marzo – per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, composta da 385 seggi assegnati con un sistema elettorale che combina maggioritario e proporzionale – sono state vinte nettamente dal 35enne ex sindaco di Katmandu, nonché rapper, Balendra Shah, leader del partito liberal-centrista Rastriya Swatantra Party (Partito dell’indipendenza nazionale, che avrebbe superato il 53% dei consensi), mentre le formazioni politiche tradizionali hanno registrato un crollo. Lo scenario è frutto della rivolta giovanile – la cosiddetta generazione Z – dello scorso autunno, scoppiata, oltre che per la disoccupazione e la corruzione, per il blocco dei social network.
Manifestazioni represse pesantemente (76 morti e 2300 feriti), che in parte, paradossalmente, sostenevano un ritorno al regime monarchico, abbattuto nel 2007 perché accusato di nepotismo e corruzione. Mentre scriviamo, lo spoglio è ancora in corso e durerà giorni, perché molti seggi, circa undicimila, sono situati in aree di montagna difficilmente raggiungibili; ma non ci sono dubbi sull’esito della consultazione elettorale che ha registrato un’affluenza alle urne solo del 58% (diciannove milioni di elettori su trenta).
Con grande sorpresa, le elezioni si sono svolte in modo pacifico e regolare, come ha dichiarato Ram Prasad Bhandari, il responsabile della Commissione elettorale. Valutazione confermata dal rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani.
Sconfitti l’ex premier, leader del Partito comunista marxista-leninista, Sharma Oli, e lo storico Partito del Congresso (Nepali Congress) – al governo con la sinistra, e alternativamente all’opposizione, che inutilmente aveva cambiato la propria leadership nominando come presidente Gagan Thapa –, oltre ai comunisti maoisti, anch’essi al governo. La sconfitta dei partiti storici è evidenziata plasticamente anche dai risultati conseguiti in quelle che, una volta, erano tradizionali roccaforti elettorali.
Per esempio, nella circoscrizione numero 5, del distretto di Jhapa, feudo dell’ex premier, il rapper ha preso il doppio dei voti del suo avversario. I comunisti si sarebbero affermati solo in dieci circoscrizioni, così come il Partito del Congresso, mentre i maoisti dell’ex presidente Pushpa Kamal solo in una.
Ricordiamo che, dopo le recenti sommosse e le dimissioni di Oil, era stata nominata come premier ad interim la giudice suprema Sushila Karki, che aveva annunciato le elezioni anticipate. Ricordiamo ancora che, il 24 dicembre 2007, venne dichiarata la fine di 240 anni di una monarchia divenuta anacronistica – l’ultimo re era stato Gyanendra –, con la conseguente nascita, il 23 maggio 2006, di una repubblica parlamentare e federale, con un governo di sinistra che aveva posto fine al sanguinoso conflitto con i maoisti, entrati poi nell’esecutivo: un evento che aveva rappresentato una svolta storica, piena di speranze per la popolazione nepalese.
Il 28 ottobre 2015, il parlamento aveva eletto, per la prima volta, come presidente una donna, Bidhya Devi Bhandan, che aveva redatto la nuova Costituzione, entrata in vigore il 20 settembre del 2015, al cui interno erano state inserite garanzie importanti a favore delle donne. Ma in questi quasi vent’anni di governo sono state più le ombre che le luci, il tutto accompagnato da un’instabilità politica che ha visto ben quattordici governi, senza che nessuno di questi riuscisse a completare i cinque anni di mandato, a causa di divisioni interne ai partiti e alla coalizione, oltre che ai citati problemi legati alla corruzione.
Quali prospettive ora per uno dei Paesi più poveri del mondo? “Senza importanti riforme strutturali – dice Michele Danesi, ricercatore sull’Asia all’Ispi (Istituto studi politica internazionale), già impegnato presso l’Università di Bologna –, la politica del Paese rimane estremamente fragile: l’enorme frammentazione politica, si sono presentati in tutto 118 partiti, di cui circa il 25% nati dopo il movimento di settembre, e la caducità dei governi, rischiano fortemente di comprometterne lo sviluppo economico e sociale.
Nel 2026 – aggiunge Danesi – il Nepal vedrà cambiare, inoltre, il proprio status, da Paese sottosviluppato a Paese in via di sviluppo, il che significherà perdere l’accesso ad alcuni finanziamenti e prestiti speciali erogati da istituti internazionali, come la Banca mondiale e la Banca asiatica di sviluppo”. Inoltre, non sarà facile gestire le relazioni economiche sul piano internazionale:
“L’India – precisa il ricercatore –, che continua a occupare il 60% del commercio internazionale nepalese, potrà godere di un probabile rallentamento dell’influenza cinese. Tuttavia Pechino cercherà di mantenere i propri interessi nel Paese e, allo stesso tempo, continuerà a esercitare la propria influenza tramite l’ascendente che ha sui partiti comunisti”.
Malgrado la “promozione” da Paese sottosviluppato a Paese in via di sviluppo, il Nepal resta una realtà che soffre di profonde disuguaglianze sociali, che hanno origini diverse. A cominciare da quella legata al sistema delle caste e dei Dalit – i cosiddetti intoccabili –, che rappresentano il 13% della popolazione.
Malgrado legalmente questa realtà sia stata bandita, è ancora ben lungi dall’essere scomparsa, soprattutto nelle zone rurali. Esiste poi una disuguaglianza di genere in tutti i settori della vita nepalese.
Complessivamente, il 20,3% vive sotto la soglia di povertà, con un indice di sviluppo umano che colloca il Nepal al 146° posto su 193 Paesi. Un quarto degli abitanti vive con due dollari al giorno, più o meno la stessa cifra delle fasce più povere della popolazione indiana.
Negli ultimi dieci-undici anni, comunque, si è registrato un importante calo della povertà, grazie al combinato disposto della politica dei governi comunisti e, in particolare, delle rimesse dei nepalesi che vivono e lavorano fuori dai confini nazionali. Vedremo se questo originale presidente, e il suo non ben definito partito liberal-centrista, riusciranno a dare seguito a questa tendenza.
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