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Cultura

I Critical Failure Studies

Lunedì 2 febbraio 2026 ore 14:36 Fonte: La ricerca
I Critical Failure Studies
La ricerca

Eventi recenti come la crisi finanziaria del 2008, la crisi dei rifugiati in Europa nel 2015 e la pandemia da Covid 19 alla fine del 2019 hanno stimolato un interesse crescente per lo studio del fallimento nelle scienze sociali. La letteratura esistente è vasta e diversificata, ma tende più a classificare i tipi di fallimento e i casi concreti che a proporre una teoria unificante.

In altre parole, una conoscenza cumulativa sul fallimento è ancora in costruzione, e gli studi sistematici stanno iniziando solo ora a strutturarsi attorno a concetti chiave e figure autorevoli. Oggi l’attenzione si concentra non solo sull’evento fallimentare in sé, ma sulle regole e norme sociali che ne definiscono l’esistenza.

Alcuni esempi di questo approccio includono i “regimi del fallimento” (Kurunmäki e Miller, 2011), le culture del fallimento (Lambert, 2018), l’etica del fallimento e le logiche di identificazione e valutazione del fallimento (Bovens, 2016). Questi studi mostrano che ciò che viene definito fallimento non è universale né naturale: dipende da norme sociali, istituzionali e culturali.

Per le scienze sociali il fallimento non è mai un fatto neutro o oggettivo. È definito da convenzioni e regole sociali che stabiliscono chi viene considerato in errore, in quale contesto e secondo quali criteri, orientando sia il riconoscimento del fallimento sia le modalità con cui vi si risponde.

Così, un’istituzione che attraversa una crisi può scegliere se attribuire la responsabilità a singoli individui oppure intervenire in modo strutturale, rivedendo procedure e processi per prevenire errori futuri. Hirschman e la politica del fallimento Questa prospettiva richiama gli studi di Albert O. Hirschman, che aveva già elaborato concetti chiave per comprendere il ruolo del fallimento nella vita pubblica.

Nel saggio Fracasomania (1973), Hirschman definiva questa espressione come una vera e propria “ossessione per i fallimenti”: una tendenza diffusa nella società e nella politica a concentrarsi più sugli insuccessi che sui successi. Egli osservava come i media, ad esempio, tendessero a enfatizzare crisi e scandali, trascurando ciò che funziona.

Questa attenzione sproporzionata, sosteneva, influenza sia l’opinione pubblica sia le decisioni politiche, alimentando una cultura della negatività. Nel volume La retorica della reazione (1991), Hirschman mostrava inoltre che le risposte ai fallimenti non sono mai neutrali né puramente razionali.

Al contrario, vengono spesso usate da chi detiene il potere per giustificare decisioni politiche, difendere interessi particolari o consolidare posizioni di forza. Un programma governativo fallito, ad esempio, può essere strumentalizzato per screditare gli avversari, modificare regole istituzionali o rafforzare il controllo politico.

L’approccio critico Il fallimento non va inteso come un episodio isolato, ma come un fenomeno regolato da norme sociali – le cosiddette “regole del gioco” (North, 1994) – che definiscono chi può fallire, chi può essere perdonato e chi invece viene stigmatizzato. Non si tratta semplicemente di errori, ma di un sistema complesso di riconoscimento sociale, intrecciato a relazioni di potere, logiche economiche e valori culturali, che rivela tanto le opportunità individuali quanto le fragilità delle strutture politiche, economiche e sociali.

Per indagare tale complessità, numerosi studi adottano un approccio genealogico (Foucault, 1977b), capace di considerare non solo l’evento fallimentare, ma anche il contesto storico, le dinamiche sociali, i discorsi che lo circondano e le sue proiezioni future. Questo metodo risulta particolarmente efficace nell’analisi dei fallimenti legati al neoliberismo, dove norme e strutture determinano i confini tra successo e insuccesso.

Le ricerche più recenti non si limitano a stabilire se un evento costituisca un fallimento o a valutarne la prevedibilità: si concentrano invece sui processi attraverso cui tale etichetta viene attribuita e sui fattori sociali, culturali e politici che la modellano. L’analisi si estende inoltre agli immaginari collettivi e alle visioni del futuro, influenzati da variabili come classe, genere, razza, età e relazioni neocoloniali.

Comprendere il fallimento significa, in ultima analisi, mettere in discussione i modelli politici, economici e culturali che stabiliscono cosa significhi riuscire o fallire. Smantellare il fallimento Un esempio significativo di approccio critico al tema del fallimento è offerto da Arjun Appadurai e Neta Alexander in Failure (2020), dove i due autori propongono uno «smantellamento critico del fallimento» (Lavinas, 2020).

L’obiettivo è superare il tradizionale modello binario successo/fallimento – definito da Alexander come «modello del rifiuto» (Erkan, 2020) – e considerare il fallire non come semplice contrario del riuscire, ma come strumento di analisi, reinterpretazione e trasformazione sociale. Gli autori si interrogano su come, da chi e in quali condizioni un evento venga etichettato come fallimento, e su quali dinamiche sociali producano tale attribuzione.

Appadurai e Alexander mostrano che, nella Silicon Valley, il fallimento viene spesso celebrato come tappa necessaria dell’innovazione. Tuttavia, questa narrativa meritocratica tende a occultare le disuguaglianze strutturali e le vulnerabilità sociali, spostando la responsabilità degli insuccessi sugli individui e ignorando le cause sistemiche che li generano.

Il volume critica anche la retorica dell’efficienza tecnologica, che attribuisce ai singoli utenti la colpa dei malfunzionamenti, trascurando le disparità di accesso e di competenza digitale. Le istituzioni finanziarie e tecnologiche, sostengono gli autori, contribuiscono a normalizzare il fallimento e a trasformarlo in una risorsa economica.

Un esempio emblematico è l’obsolescenza programmata, che obbliga i consumatori a sostituire continuamente i dispositivi, generando profitto per le imprese e spostando su di loro la responsabilità delle inefficienze del sistema. Ispirandosi agli studi queer e alle teorie critiche, Appadurai e Alexander invitano a riconoscere nel fallimento un potenziale di trasformazione.

Invece di accettarlo come destino inevitabile, propongono di “smontarlo” concettualmente e di utilizzarlo come leva per mettere in discussione e rielaborare le strutture esistenti, aprendo la strada a forme di organizzazione più giuste, inclusive e creative. Disuguaglianza e invisibilità Negli studi contemporanei, il fallimento viene sempre più analizzato alla luce dei rapporti di potere che ne determinano il significato.

Il linguaggio dei rischi, delle crisi e delle emergenze si intreccia con quello dell’insuccesso, influenzando la formulazione delle politiche pubbliche e le pratiche di governance. Nel campo delle politiche pubbliche, il fallimento non è inteso solo come mancato raggiungimento di obiettivi, ma anche come incapacità di apprendere dagli errori e di trasformarli in strumenti di miglioramento (Howlett, 2015;

Dunlop, 2020). A livello economico e politico globale, le crisi mostrano come molte vulnerabilità siano strutturali e non riconducibili a responsabilità individuali (Scott, 1998;

Stiglitz, 2010). Anche le scienze organizzative e tecnologiche hanno distinto diverse forme di fallimento, dai disastri industriali agli incidenti sistemici (Vaughan, 1996;

Perrow,1999), mentre la sociologia economica ha rivolto l’attenzione ai fallimenti del mercato e del capitalismo stesso (Cassidy, 2010; Streeck, 2016).

In tutti questi ambiti, l’insuccesso non viene più concepito come qualcosa da evitare, ma come elemento costitutivo della resilienza e della capacità di adattamento. Da questa prospettiva nasce il concetto di “fallimento di successo”: un errore che, anziché segnare un punto di arresto, diventa occasione di apprendimento e di miglioramento per le decisioni e le strategie future.

La licenza di fallire Un’ulteriore dimensione del fallimento riguarda le disuguaglianze e le forme di invisibilità sociale. In questo caso, non si tratta tanto di mancato raggiungimento di obiettivi, quanto di impossibilità di agire, di accedere a risorse o opportunità, e di partecipare pienamente alla vita collettiva.

Il fallimento assume così la forma di una condizione strutturale di esclusione: assenza di reti di sicurezza, distribuzione iniqua delle risorse, vulnerabilità ai danni collaterali e invisibilità sociale (Sassen, 2016; McGoey, 2012).

In tali contesti, esso non rappresenta più un’occasione di apprendimento, ma diventa segno di subordinazione e marginalità. Appadurai e Alexander (2020) descrivono questa realtà attraverso il concetto di “licenza di fallire”: in società profondamente diseguali, solo alcuni possono permettersi di sbagliare senza subirne le conseguenze.

Chi dispone di potere o risorse può “fallire verso l’alto”, trasformando l’errore in opportunità; chi invece occupa posizioni fragili – come donne o gruppi socialmente marginalizzati – tende a “fallire verso il basso”, pagando un prezzo elevato, spesso in termini di perdita del lavoro o di esposizione pubblica. Il fallimento, in questo senso, si rivela un privilegio riservato a chi gode di riconoscimento e sicurezza sociale.

Il fallimento come strumento di previsione La dimensione temporale ha assunto un ruolo centrale nell’analisi del fallimento. Non è più considerato esclusivamente come un errore già accaduto o un evento passato da spiegare: oggi può essere osservato e interpretato lungo diverse prospettive temporali.

In alcuni casi, il fallimento viene analizzato retrospettivamente, per identificare segnali o dinamiche che avrebbero potuto farlo prevedere; in altri casi, viene anticipato e gestito proattivamente, attraverso strumenti di pianificazione, monitoraggio e problem-solving, in linea con la logica dei cosiddetti “cigni neri” di Taleb (2007), eventi rari e imprevedibili ma capaci di produrre conseguenze di grande portata. Nell’ambito delle politiche pubbliche, questa prospettiva temporale trasforma il fallimento in uno strumento strategico.

Le narrazioni sugli insuccessi non servono più solo a spiegare cosa è andato storto, ma diventano strumenti per progettare politiche più resilienti e per preparare risposte efficaci in contesti caratterizzati da incertezza e complessità. Attraverso l’analisi dei fallimenti, i decisori politici possono anticipare crisi future, individuare vulnerabilità nei sistemi e introdurre misure preventive o correttive.

Il fallimento può assumere anche una funzione politica più diretta e deliberata. Secondo Boin, Hart e McConnell (2009), può essere sfruttato come occasione per implementare nuove politiche e innovazioni, un fenomeno definito crisis exploitation: le situazioni critiche offrono infatti opportunità per cambiare decisioni o introdurre riforme che in tempi ordinari sarebbero difficili da attuare.

Allo stesso tempo, il fallimento può essere strumentalizzato in modi meno trasparenti e talvolta controversi, diventando un elemento della cosiddetta “politica del lato oscuro”, in cui errori o crisi vengono utilizzati per manipolare opinioni, giustificare scelte impopolari o consolidare potere (Howlett, 2022). Quando il fallimento guida il futuro La proiezione futura del fallimento è strettamente legata all’instabilità e alla contingenza: pianificare resilienza ed efficacia significa confrontarsi con l’incertezza e con circostanze imprevedibili (Capano e Woo, 2017).

Da questa prospettiva nasce lo studio degli “immaginari del fallimento”, ossia delle narrazioni, rappresentazioni e aspettative che guidano la preparazione agli eventi futuri e alle emergenze (Eriksson e McConnell, 2011). Il fallimento, in questo contesto, non è più visto semplicemente come un limite o un ostacolo, ma diventa una risorsa creativa: serve a orientare decisioni, progettare politiche e costruire sistemi più resilienti e adattabili.

Sebbene la ricerca sugli immaginari del fallimento non sia ancora completamente autonoma, alcuni studi mostrano come la preparazione politica e tecnica agli eventi futuri generi pratiche concrete e discorsi specifici. Collier e Lakoff (2021) indicano, ad esempio, come negli Stati Uniti la gestione delle emergenze sia stata tradotta in azioni politiche tangibili: dalla metà del XX secolo, esperti e funzionari hanno sviluppato una nuova visione della nazione come complesso di sistemi vitali ma vulnerabili.

Questo approccio ha portato alla creazione di strumenti amministrativi e tecniche per mitigare rischi e vulnerabilità, dando vita a una forma specifica di governo delle emergenze, basata sulla previsione e sulla gestione del rischio. Parallelamente, la sociologia del fallimento e l’immaginazione sociologica (Yazell, 2020;

Paterson, 2016) analizzano come il fallimento possa servire a pensare scenari futuri complessi, come quelli legati alla migrazione o ai cambiamenti climatici. Questi studi si intrecciano con teorie critiche che evidenziano le dimensioni affettive, morali e di disuguaglianza legate al futuro.

Ad esempio, Berlant (2011) parla di “crudele ottimismo”, cioè la speranza in un futuro migliore anche quando le condizioni rendono improbabile il suo raggiungimento, mentre Ahmed (2010) analizza la “promessa della felicità”, mostrando come i modelli di felicità imposti dalla società escludano chi non rientra nei criteri di genere, background etnico (nel testo originale race, razza, N.d.T.), classe o produttività. Approcci simili mettono in luce vulnerabilità, disuguaglianze e “futuri perduti” (Frantzen, 2019;

Fisher, 2014), cioè le possibilità negate o limitate per alcune persone o gruppi di costruire il proprio futuro a causa di strutture sociali ingiuste o condizioni di esclusione. In questa prospettiva, il fallimento non è più un evento esclusivamente individuale: assume una dimensione strutturale.

Le persone che non hanno accesso a risorse, opportunità o sostegno sociale sperimentano il fallimento non solo come errore personale, ma come una sospensione del futuro. Le norme sociali che privilegiano certi corpi, abilità o livelli di produttività impediscono a molte persone di “fallire verso l’alto”, cioè di trasformare un errore in opportunità di apprendimento e crescita.

Per chi è escluso, il fallimento diventa una forma di privazione: limita la possibilità di realizzare sé stessi e di costruire un futuro coerente con le proprie aspirazioni (Edelman, 2004). Il fallimento e le logiche neoliberali Il fallimento non è più considerato un semplice errore individuale, ma un fenomeno sociale e politico strettamente legato alle logiche del neoliberismo.

I cosiddetti “regimi di fallimento” definiscono ciò che viene considerato successo o insuccesso, mostrando che le categorie di vittoria e sconfitta non sono neutre, ma determinate da norme, pratiche e dispositivi culturali e istituzionali. In un sistema neoliberale, basato su produttività, efficienza e competizione individuale, vengono privilegiati certi profili sociali – soggetti produttivi, maschili, eterosessuali e normodotati – mentre chi non corrisponde a questi standard rischia di essere marginalizzato.

Il fallimento diventa così uno strumento di regolazione sociale: etichetta, stigmatizza e rende invisibili chi non riesce a conformarsi, consolidando vulnerabilità, esclusione e disuguaglianze strutturali. Da stigma a risorsa Gli studi recenti propongono una visione alternativa, che trasforma il fallimento da stigma a risorsa creativa: l’insuccesso può diventare uno spazio di possibilità, che permette di valorizzare percorsi divergenti, identità minoritarie e pratiche non convenzionali, costruendo regimi di fallimento più inclusivi e democratici.

Questa rilettura si manifesta in ambito accademico e culturale, come nella teoria queer (Queer art of failure, Halberstam, 2011) e negli studi sulla disabilità (Crip epistemologies, Mitchell, Snyder e Ware, 2014), che reinterpretano deviazioni e differenze come strumenti critici per leggere la società. Anche pratiche artistiche, performative e architettoniche evidenziano che cadere e rialzarsi non è solo metafora di resilienza, ma metodo concreto di apprendimento e creazione di valore (O’Shea, 2018;

Albright, 2019; Easterling, 2019).

Eventi pubblici e workshop, come le Fuckup Nights, pur essendo criticate da molti per il loro elitismo (sono riservate per lo più a imprenditori, N.d.T.) trasformano l’errore in occasione di riflessione e immaginazione alternativa. Su queste basi poggiano i Critical Failure Studies, un approccio che considera il fallimento non come semplice errore individuale, ma come processo sociale complesso, prodotto dall’interazione tra regimi di potere, norme culturali e strutture istituzionali.

In altre parole, ciò che viene definito “fallimento” non dipende solo dall’azione di una persona o di un’organizzazione, ma anche dalle condizioni sociali, politiche ed economiche che ne determinano il significato. L’analisi, quindi, non si limita a osservare gli errori in sé, ma studia le circostanze che li rendono possibili, i meccanismi attraverso cui vengono percepiti e le modalità con cui vengono gestiti, rappresentati o persino riutilizzati come risorsa.

Un esempio concreto di questa prospettiva è la pandemia da Covid 19, spesso definita “virus della disuguaglianza”. La crisi ha evidenziato come i fallimenti delle istituzioni non siano eventi isolati o casuali, ma siano strettamente legati a dinamiche sociali preesistenti: disuguaglianze economiche, differenze di accesso alla sanità, vulnerabilità dei gruppi marginalizzati.

In questo contesto, il fallimento assume un ruolo duplice: da un lato permette di analizzare retrospettivamente gli errori, comprendendo perché alcune decisioni o politiche abbiano prodotto effetti negativi; dall’altro apre la possibilità di immaginare alternative future, suggerendo nuovi modi di organizzare le politiche pubbliche, le pratiche sociali e i sistemi di governance per ridurre vulnerabilità e disuguaglianze. Traduzione di Francesca Nicola.

Tratto da: A. Horolets, FAIL!

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