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Guerra all’Iran, Trump e la manipolazione dei mercati globali

Mercoledì 1 aprile 2026 ore 07:16 Fonte: Valigia Blu

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Guerra all’Iran, Trump e la manipolazione dei mercati globali" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran influenzano i mercati finanziari, ma i movimenti anomali nei futures del petrolio, avvenuti prima dei tweet di Trump, suscitano interrogativi sulla possibilità di insider trading, lasciando aperta la questione se si tratti di semplice caos o di manipolazione dei mercati.
Guerra all’Iran, Trump e la manipolazione dei mercati globali
Valigia Blu

La guerra contro l’Iran condotta dall’amministrazione Trump e dal governo israeliano di destra guidato da Benjamin Netanyahu sta producendo effetti rilevanti sui mercati finanziari. Il ruolo centrale della regione nella produzione di gas e petrolio si traduce infatti in forti ripercussioni sull’economia globale.

In Asia, che è una delle regioni più esposte alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la criticità della situazione ha spinto vari governi a misure emergenziali. Ma, proprio perché il mercato è estremamente interconnesso, le ricadute si fanno sentire anche negli Stati Uniti dove il prezzo di un barile di petrolio è salito considerevolmente.

Nell’anno delle elezioni di metà mandato, questa situazione rischia di riflettersi sul consenso di Trump, ancora di più di quanto non stia già facendo. Per questo motivo, una decina di giorni fa, il 22 marzo, il Presidente aveva lanciato un ultimatum all’Iran.

Qualora il regime di Teheran non avesse aperto lo stretto nel giro di 48 ore, gli Stati Uniti avrebbero dato il via a pesanti bombardamenti sulle centrali elettriche del paese, cosa che avrebbe danneggiato fortemente la popolazione civile prima che i leader del regime. Anche dal punto di vista giuridico, associazioni umanitarie come Amnesty International avevano evidenziato come una tale azione potrebbe essere inquadrata come Crimine di Guerra.

Il giorno successivo, però, Trump aveva fatto un passo indietro. In un post sul suo social Truth, il Presidente degli Stati Uniti aveva citato i progressi negoziali fatti con l’Iran come motivazione.

Da parte dell’Iran era arrivata una smentita: con un post su X il Presidente del Parlamento Iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che non erano in corso colloqui. Anzi, Ghalibaf ha accusato l’amministrazione americana di rilasciare fake news utili a manipolare i mercati finanziari e quello del petrolio, per nascondere il fatto che la guerra di Stati Uniti e Israele si trova in una fase di stallo.

La sfrenata avidità di petrolio e la guerra in Iran I movimenti anomali del mercato Proprio l’andamento delle borse ha destato l’attenzione degli esperti e dell’opposizione. Qualche minuto prima dell'annuncio di Trump, riporta il Financial Times, c’è stato un deciso aumento delle transazioni nel mercato dei contratti futures sul petrolio.

Si tratta di strumenti finanziari che stabiliscono oggi il prezzo a cui una materia prima o un asset verrà scambiato in futuro e che, proprio perché incorporano le aspettative degli operatori, tendono a reagire in modo particolarmente rapido alle nuove informazioni. Le stime del Financial Times si aggirano intorno ai 500 milioni di dollari.

Secondo Bloomberg la cifra sarebbe addirittura più alta, con un volume che supera di un ordine di grandezza la media. Per quanto ricostruire la dinamica sia difficile, è verosimile che ci sia stata una vendita di futures sul petrolio - scommettendo quindi che il prezzo sarebbe calato - e un aumento invece dell’acquisto di futures sulle azioni - che al contrario significa scommettere che il loro prezzo salirà.

Dopo l’annuncio di Trump, il greggio è calato del 10 per cento e sono aumentati sensibilmente i futures sulle azioni. Chi ha fatto quella scommessa, quindi, ha portato a casa guadagni considerevoli.

Questa anomalia sui mercati è però sospetta. Infatti, prima ancora dell’annuncio di Trump e in assenza di altre informazioni, alcuni operatori stavano scommettendo su uno scenario molto specifico: un rapido calo del prezzo del petrolio e, allo stesso tempo, un rimbalzo dei mercati azionari.

Detto in maniera più semplice, hanno previsto in modo sorprendentemente preciso ciò che sarebbe accaduto pochi minuti dopo, quando il Presidente ha parlato di negoziati con Teheran e del rinvio di un intervento militare. Per comprendere più a fondo la questione, è utile aprire una breve digressione su come funzionano, almeno in teoria, i mercati finanziari.

In una rappresentazione semplificata, i mercati agiscono come un aggregatore di informazioni: tendono a incorporare nelle quotazioni tutto ciò che gli operatori sanno - o credono di sapere - su un determinato fenomeno. A partire da queste informazioni, gli agenti economici formano aspettative sull’andamento futuro dei prezzi e, sulla base di queste aspettative, decidono se comprare o vendere azioni o altri strumenti finanziari.

Se si assume che le informazioni siano disponibili pubblicamente e in modo relativamente simmetrico, allora guadagni e perdite dipendono, almeno in parte, dalla capacità di interpretare correttamente i dati e anticipare le dinamiche economiche. Ma questa condizione è cruciale: quando alcuni operatori dispongono di informazioni non accessibili al resto del mercato, il meccanismo si altera.

In questi casi, i profitti non derivano più soltanto da una migliore capacità di analisi, ma anche da una posizione di vantaggio informativo. È proprio per questo che i mercati finanziari sono regolati in modo particolarmente stringente su questo aspetto.

Il divieto di insider trading non elimina le asimmetrie informative, ma serve a limitare entro livelli considerati accettabili, così da preservare - almeno in parte - la fiducia nel fatto che i prezzi riflettano informazioni condivise e non privilegi di accesso. Una volta spiegato questo, si può comprendere qual è il problema in questo caso.

La reazione del mercato all’annuncio di Trump è non solo prevedibile, ma naturale: una distensione, almeno temporanea, riguardo al conflitto con l’Iran porta a un calo del prezzo petrolio e a un rimbalzo del mercato azionario. Ma questa eventualità è vincolata proprio all’annuncio di Trump, quindi alle informazioni disponibili a livello pubblico che influenzano le aspettative degli agenti.

Quei movimenti sul mercato del petrolio - che hanno generato profitti enormi in un tempo ridotto - erano perfettamente allineati con una notizia che, almeno formalmente, non era ancora pubblica. È qui che il problema smette di essere puramente finanziario e diventa politico: quanto è plausibile che operazioni di quella dimensione e con quel tempismo siano il frutto del caso?

E quanto, invece, riflettono un accesso privilegiato all’informazione? Sicuramente, come dichiarato al New Yorker da Mike Khouw, esperto del settore, possono esserci vari fattori che hanno portato alla situazione a cui si è assistito.

Il fatto che i mercati tengano ormai conto delle costanti marce indietro di Trump - quello che viene chiamato Trump Always Chickens Out (TACO) -, è una possibile spiegazione, così come l’impatto di algoritmi per high frequency trading. Ma la tempistica lascia quantomeno perplessi.

Una possibile spiegazione, di fronte a questa situazione, è che alcuni agenti erano in possesso di informazioni riservate sulle scelte del Presidente degli Stati Uniti riguardo a un tema che ha profonde implicazioni per i mercati finanziari. E pertanto hanno potuto prevedere con un elevato grado di probabilità la reazione del mercato e agire di conseguenza, ottenendo un vantaggio economico significativo.

In assenza di prove, parlare di fuga di informazioni riservate resta, allo stato attuale, un’ipotesi. Ma dato un contesto in cui decisioni e dichiarazioni politiche possono spostare in pochi minuti mercati da centinaia di miliardi di dollari, anche il solo sospetto di un accesso privilegiato all’informazione diventa un problema politico.

Insider Trading o tradimento? Nel caso in cui i movimenti del mercato siano stati causati proprio da una fuga di notizie da parte di membri vicini all’Amministrazione - che hanno ovviamente accesso privilegiato alle informazioni sulle decisioni di Trump - la situazione si fa ancora più complessa.

Come ha spiegato Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia,  qualora operatori di mercato abbiano tratto beneficio da informazioni che non erano ancora pubbliche, questo ricadrebbe, in condizioni normali, nell’insider trading. Si tratta di un crimine e la situazione sarebbe sicuramente grave.

Ma, secondo Krugman, quando le informazioni che potrebbero aver influenzato il mercato riguardano la sicurezza nazionale, il termine giusto non è insider trading: è tradimento. Questo potrebbe avere pesanti ripercussioni.

Se membri dell’amministrazione Trump sono disposti a far trapelare informazioni a operatori di mercato, nulla impedisce a questi di vendere quelle stesse informazioni preferenziali, invece che manipolare il mercato. La differenza tra le due situazioni è profonda: nel secondo caso, la corruzione endemica all’Amministrazione Trump rappresenterebbe un rischio concreto alla sicurezza nazionale, un aspetto ben più grave rispetto alla sola manipolazione di mercato - che, sia chiaro, è di per sé grave.

La riflessione di Krugman si spinge poi più in là. I rapporti causali potrebbero essere invertiti: le decisioni riguardanti la sicurezza nazionale e la politica estera non sarebbero quindi prese in nome di interessi nazionali legittimi.

Al contrario, a guidarle ci sarebbe proprio la volontà di manipolare il mercato garantendo guadagni ingenti a chi gravita attorno all’amministrazione. Quest’ultima opzione, che Krugman difende affermando che in questa amministrazione scartare ciò che è impensabile significa non aver prestato abbastanza attenzione, è forse un’affermazione troppo forte.

Purtuttavia, non è da scartare una posizione mediana: in alcuni casi, certe dichiarazioni - proprio per quello che dicevamo prima- potrebbero esser fatte con il chiaro intento di influenzare i mercati. Anche in questo caso, vale la pena soffermarsi su una differenza cruciale.

È chiaro che certe affermazioni vengono fatte appositamente per influenzare i mercati. Non c’entra solo l’amministrazione Trump.

Forse la frase più famosa della politica europea di questi anni, il “Whatever It Takes” dell’allora Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, aveva il chiaro intento di placare gli animi degli investitori, sottolineando che la Banca Centrale avrebbe fatto il possibile per contenere la crisi dei debiti sovrani. Il problema più sottile è di natura squisitamente politica: quando, cioè, quelle affermazioni vengono fatte non per influenzare i mercati in sé, ma per permettere a chi è vicino all’amministrazione di poterne trarre un vantaggio.

La natura affaristica dell’Amministrazione Trump Non sarebbe di certo la prima volta che le affermazioni di Trump si prestano a critiche di questo tipo. Al tempo del discorso nel Giardino delle Rose sul “Liberation Day” e l’imposizione di dazi generalizzati nella primavera scorsa, c’erano state pesanti accuse in tale senso.

Qualche giorno dopo l’annuncio, che aveva fatto sprofondare le borse, il Presidente aveva scritto sul suo social che era tempo di comprare e aveva poi messo in pausa i dazi, portando quindi a un aumento del valore delle azioni. Anche in quel caso i movimenti sulle borse si erano manifestati minuti prima dell’annuncio di Trump, una dinamica simile a quanto visto oggi.

I dazi di Trump: l’ultimo capitolo di una guerra commerciale che mette a rischio l’economia globale Un altro caso, ben più complesso, riguarda il sito Polymarket. Si tratta di una piattaforma che permette agli utenti di fare previsioni su eventi futuri, facendo leva sulle criptovalute.

Proprio questa caratteristica rende più difficile tracciare i movimenti e comprendere se ci sono stati casi di insider trading. Nel corso degli ultimi mesi la piattaforma è stata attenzionata proprio per il volume di scommesse a ridosso di eventi come l’intervento in Venezuela per catturare Maduro e l’attacco all’Iran.

Un altro caso riguarda le indiscrezioni su Segretario della Difesa Pete Hegseth pubblicate ancora una volta dal Financial Times. Secondo quanto si apprende, uno dei broker di Hegseth presso la banca d’affari Morgan Stanley avrebbe contattato la società di private equity Blackrock per un investimento nella società Defense Industrials Active ETF, che si occupa di armamenti, proprio a ridosso della Guerra in Iran.

Non si tratta quindi di avvenimenti sparsi, ma di un elemento ricorrente dell’amministrazione Trump: è una logica puramente affaristica, dove il potere viene usato come leva per arricchire chi sta dentro il cerchio, distribuendo privilegi e rendite a pochi a scapito del mercato e della competizione. Del resto, il disprezzo di Trump per il libero mercato è noto: preferisce un sistema in cui contano solo rapporti di forza e convenienza rispetto a uno che vive di regole e garanzie per la competizione preferisce preferisce contano solo rapporti di forza e convenienze.

Anche membri vicini al vice-presidente, J.D. Vance, come il Venture Capitalist Peter Thiel, hanno dichiarato esplicitamente che la competizione è da perdenti. Se è vero che anche altri governi - se non buona parte - presentano problemi di corruzione e di collusione con il settore privato, quello che è più preoccupante riguarda l’accettazione di questo stato.

Ormai l’Amministrazione Trump fa poco per nasconderla, segnalando la sua intenzione di normalizzare l’utilizzo del potere come vantaggio economico. E se la corruzione è un problema, la sua normalizzazione lo è ancora di più.

Immagine in anteprima: frame video France 24 via YouTube

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