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Ucraina, i “volenterosi” girano a vuoto. Inseguendo Trump l’Europa non trova la via della pace
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Ucraina, i “volenterosi” girano a vuoto. Inseguendo Trump l’Europa non trova la via della pace" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Venerdì scorso, per la seconda volta nella guerra, i russi hanno utilizzato in Ucraina la loro arma-fine-di-mondo: il missile ipersonico a testate multiple dal nome bucolico, Oreshnik (nocciòlo) ma dalla potenza distruttiva micidiale. Il vettore era armato con testate convenzionali inerti, cioè senza esplosivo ma non per questo non distruttive, e ufficialmente si sarebbe trattato della “risposta” al (molto) presunto attentato del 29 dicembre alla residenza di Vladimir Putin a Valdaj, nell’oblast di Novgorod, ma si è trattato comunque di un chiaro e deliberato atto di escalation nell’intensità del conflitto.
Non solo perché bersaglio, come accade ormai da mesi, erano le strutture civili, soprattutto elettricità e impianti di riscaldamento la cui distruzione ha il criminale obiettivo di rendere la vita impossibile agli abitanti delle città ucraine, ma anche perché la scelta di colpire Leopoli, la metropoli vicina al confine con la Polonia, mostra chiaramente l’intenzione di lanciare un messaggio strategico alla NATO: siete a portata di un’arma, potenzialmente nucleare, che può raggiungervi in pochi minuti senza che voi abbiate il tempo per intercettarla. Vladimir Putin, ph Gavriil Grigorov/TASS Il lancio dell’Oreshnik ha seguito di tre giorni la riunione di Parigi nella quale i cosiddetti “volenterosi” hanno annunciato l’intenzione di inviare truppe di terra per garantire la sicurezza dell’Ucraina se e quando ci sarà una tregua concordata con i russi e – con un salto logico che la nuova escalation russa avrebbe reso poche ore dopo ancora più stridente – hanno presentato questa annunciata intenzione come un “passo decisivo” verso la conclusione del negoziato (che attualmente non c’è proprio per niente) con il Cremlino.
Il negoziato che non c’è In realtà lo scenario non è affatto nuovo: l’iniziativa di Londra e Parigi, con l’aggiunta di Berlino e del balletto del no-sì-vengo-anch’io-ma-senza-soldati messo in cartellone da Giorgia Meloni a Roma, viene prospettata ormai da molti mesi. E da molti mesi i russi rispondono sempre nello stesso modo: soldati occidentali armati in Ucraina verrebbero considerati nemici contro i quali sparare.
In che senso questo concatenarsi di ipotesi costituirebbe adesso un “passo decisivo” in una qualsiasi direzione che non sia un ulteriore incattivimento della guerra spietatamente condotta dalle truppe di Mosca non viene spiegato in alcun modo. Anzi: è come se le determinazioni della riunione dei “volenterosi” (allargati) a Parigi avessero confermato un certo discutibile impegno che una parte delle classi dirigenti europee sembra andar dispiegando da mesi nel cercare argomenti utili a bloccare, prima ancora che nasca, ogni percorso negoziale con la Federazione russa.
Qualche settimana fa era l’ipotesi di sequestrare gli asset russi in Belgio, prima ancora le forniture a Kiev di missili in grado di raggiungere Mosca e, come un ritornello sempreverde, lo scenario di boots on the ground anglo-franco-tedeschi e –perché no? – polacchi, baltici, finno-svedesi, magari turchi e chi vuole si accomodi che c’è posto per tutti. Attenzione: non si tratta di giudicare il valore politico, e men che meno morale, dell’ipotesi di intervento sul terreno dell’eventuale peace-enforcement europeo.
Le colpe degli aggressori russi, tanto più con la perfida scelta sempre più evidente di far pagare ai civili il prezzo più duro della guerra, sono tali da giustificare ogni risposta. Il dubbio, molto serio, riguarda proprio la cosa in sé, la sua logica.
Se sappiamo tutti che Mosca non accetterà mai che l’intervento nel paese occupato sia oggetto di un negoziato, giacché “io con te non ci parlo, ti sparo”, che senso ha riproporlo sostenendo pure che il solo fatto di evocarlo ha fatto fare “un passo avanti”? Che passo?
Verso dove? Il ruolo Usa Ma non è tutto.
Nella riunione di Parigi si è sostenuto di aver trovato una soddisfacente soluzione anche all’altra grande incognita che grava sui possibili scenari delle garanzie da offrire a Kiev nel post cessate-il-fuoco: il ruolo degli americani. Gli Stati Uniti, rappresentati nella capitale francesi non da esponenti dell’amministrazione ma dai negoziatori “privati” incaricati personalmente da Donald Trump, non si limiterebbero ad offrire supporto logistico e di intelligence al contingente europeo, ma garantirebbero il loro intervento diretto armi alla mano nel caso che i russi tentassero una seconda invasione.
Ci si dice cioè che farebbero proprio quello che il loro presidente ha detto e ridetto, giurato e spergiurato di non avere la minima intenzione di fare mai né in Ucraina né in qualsiasi altra parte d’Europa. A parte, s’intende, la Groenlandia.
Il missile Oreshnik L’impressione è che, se l’impegno c’è stato davvero e non si tratta di chiacchiere, Steve Witkoff e Jared Kushner siano andati molto al di là del mandato affidato loro (con maggiore o minore lucidità mentale) da Trump e si siano “venduti” una disponibilità che il Principale prima o poi sconfesserà in uno dei suoi consueti giri di valzer, magari affacciato dalla porta del suo studio sull’Air Force One. Truppe americane al fianco delle truppe di quei “parassiti” degli europei a combattere in Ucraina contro i soldati di quel sincero negoziatore per la pace che è Vladimir Putin?
Ma quando mai? Con i tempi che corrono, sarebbe quasi più facile immaginarseli dalla parte dei russi i soldati stelle-e-strisce mandati a combattere in Ucraina dall’attuale inquilino della Casa Bianca… Anche qui il giudizio riguarda non tanto la politica e la morale quanto la logica.
Nel momento di massima tensione tra l’America di Trump e l’Europa, con le recriminazioni e le accuse che volano sull’oceano da ovest a est come missili intercontinentali, lo scenario di una stretta comunanza strategica proprio nel teatro della più clamorosa divaricazione di visioni geopolitiche e di interessi tra le due sponde dell’Atlantico qual è oggi l’Ucraina appare un controsenso destinato presto a rovinare sulle teste dei “volenterosi”. E di chi dà loro credito.
E a proposito di logica e di coerenza c’è un ulteriore fatto da prendere in esame. La settimana scorsa nel profluvio di prese di posizione scandalizzate per gli atti di pirateria in acque internazionali compiuti per ordine di Trump contro le navi accusate di violare l’embargo sul petrolio venezuelano è passata quasi sottotraccia la notizia secondo la quale all’operazione contro la petroliera russa “Marinera” sarebbe stato offerto sostegno da parte di unità della marina britannica.
Come dire, insomma, che mentre il governo di Londra protestava contro il sequestro della nave, la marina di Londra partecipava all’assalto. Se si voleva cercare un segno della grande confusione politica, ma anche intellettuale e morale, che caratterizza i rapporti attuali tra le classi dirigenti d’Europa, intesa come insieme di paesi e come comunità, e l’America di Trump eccolo servito su un piatto d’argento.
Non c’è neppure bisogno di dilungarsi sulla tragicommedia in scena in queste ore sulla Groenlandia. Basta richiamare l’immagine di Ursula von der Leyen seduta come una scolaretta interrogata dal professore cattivo che l’aveva convocata nel suo golf resort scozzese a prendersi bacchettate sulle mani e ingoiare insolenze e dazi.
Si era a fine luglio, ma il disagio provocato da quello spettacolo deprimente ha superato l’autunno delle pesanti schermaglie sui dazi e colora di tristi prospettive la tempesta di problemi sempre più pesanti nei rapporti con l’America che sta spazzando questo brutto inverno europeo. Qualche giorno fa Emmanuel Macron, se da un lato insisteva a proporre l’iniziativa del contingente europeo dall’altro ha evocato la possibilità che l’Europa nomini un responsabile comune cui affidare il compito di affrontare con Mosca una certo difficile ma forse non impossibile interlocuzione diretta.
Anche Giorgia Meloni, superando per una volta tanto il fastidio per il presidente francese quanto, almeno a parole, la sudditanza al Grande Fratello di Washington (almeno finché lui non decida di bocciare l’iniziativa), nella sua conferenza stampa di inizio anno ha accennato all’ipotesi della nomina di un inviato europeo delegato a parlare con il Cremlino. Potrebbe essere una prospettiva positiva purché chi governa l’Europa, nelle sue capitali e a Bruxelles, cominci a mettere i rapporti con chi governa l’America in un contesto di reale indipendenza e di dignità.
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