Politica
L’imbecillità di TeleMeloni a Sanremo: usa l’Unità per celebrare il referendum sulla Repubblica ma cancella la testata
La saggezza popolare e pure la letteratura ci hanno consegnato da tempo memorabile quella frasetta che dice molto se non tutto dei nostri guai, personali ma pure universali, e del nostro giustificato pessimismo: “Al peggio non c’è fine”.
Un comico, scrittore e cantautore, che ci ha lasciato nel 2014, Freak Antoni, tradusse in modo assai efficace, direi memorabile: “Quando si tocca il fondo, si comincia a scavare”.
Con acuto realismo, appunto, se di questi giorni, di queste ore il presentatore di Sanremo ha voluto, forse per celebrare la sua medesima presenza, esaltare il “festival cristiano” accanto al “festival democratico”. Chissà se il presentatore in questione abbia avuto piena contezza del significato di quelle parole, quando pomposamente le pronunciava.
Qualcuno le avrà forse suggerite. Forse le avrà studiate e calcolate lui stesso, per fare colpo, sognando l’apparizione di Gesù Cristo sul palcoscenico del teatro Ariston.
La manifestazione canora ha messo in scena perle surreali di servilismo “Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi, citando appunto le parole di una madre siciliana che ricordava il figlio, sindacalista, ucciso dalla mafia. Restano impresse anche quelle di Sanremo: stupide, offensive, razziste, una bestemmia, per chi si sente cristiano e per chi si sente democratico.
Ma non è finita. Autorevolmente, essendo presidente, malgrado noi, del Senato, Ignazio La Russa altre parole come pietre ha pronunciato, a viso aperto, a telecamera fissa, come se stesse dichiarando guerra alla perfida Albione, con l’aria severa di chi ordina: salvate il comico Pucci.
Prendiamo nota e non dimentichiamo. La storia è vecchia.
Il Pucci era stato assoldato dal noto presentatore per comparire alla ribalta di Sanremo. Sopravvivendo in qualche forma la libertà di critica, qualcuno si era permesso di ricordare che il Pucci tanto bravo non è e che soprattutto si esprime in termini volgari, razzisti, misogini, eccetera eccetera.
Che ci starebbe a fare un tipo come lui in un “festival democratico” fosse davvero democratico? Tanto è vero che lui stesso si era deciso a ritirarsi.
Un tocco di classe, bisogna riconoscerlo. Ma a La Russa l’esclusione non è andata giù.
Di qui il nobile, accorato, appello: la seconda carica dello Stato a invocare la riassunzione del comico. Si era solo alla vigilia del festival.
Alla prima giornata se ne sono inventata un’altra. Non ce ne saremmo resi conto, anche perché francamente abbiamo preferito un po’ di Champions alle canzonette, se una attenta lettrice di Repubblica non avesse segnalato un nuovo episodio della telenovela milanese, cioè l’affermarsi del “festival imbianchino”, sperando che non si offenda chi esercita quell’utilissimo mestiere, dopo il “festival cristiano” e dopo il “festival democratico”.
Perché è successo che alle spalle della signora Gianna Pratesi, l’ospite d’onore, centocinque anni, che ricordava le donne che al referendum votarono per la Repubblica (diventata per la Rai Repupplica: ma è un refuso, non facciamone un dramma) e che mandava a quel paese i fascisti, sullo schermo di fondo, grandissimo, comparisse un giornale con la scritta “Viva la Repubblica”… Bella foto con in primo piano quel titolo e i volti delle persone che festeggiano: pace, libertà, democrazia, dopo i morti e le persecuzioni, dopo il ventennio. Peccato che il giornale avesse pure una testata: “l’Unità”.
Cioè “l’Unità. Organo del Partito comunista italiano”.
Può passare in Rai, da Sanremo, una cosa del genere? Perbacco, no.
“Diamogli su una mano di bianco”, avrà pensato qualche solerte dirigente. Tutto risolto.
No. Perché la lettrice di Repubblica se ne è accorta e ha denunciato… Se siamo di fronte ad un esempio di imbecillità o di miserabile imbecillità, di servilismo (c’è sempre un potere da ossequiare) o di ottusa obbedienza fate voi.
C’è qualcosa di ripugnante in quel “bianco” che nasconde e offende un giornale, che la più feroce censura aveva subito per vent’anni durante il fascismo (e che nella clandestinità aveva continuato a vivere) e che si ritrova a subire, a ottant’anni dalla Liberazione, la stessa sorte. Per pochi minuti questa volta, tra i bagliori di un teatro, ma il segno per chi ha presente quella storia pare lo stesso.
Un segno triste, negare la storia, la cultura, le battaglie per la civiltà, per la giustizia, di un giornale, una vergogna che lascia temere che prima o poi si debba dare proprio ragione a Freak Antoni e si debba cominciare a scavare. L’Unità non sarà né la prima né l’ultima vittima.
Si dovrebbe passare in rassegna che cosa corre in televisione, che cosa scrivono certi giornali, una sequela di bugie, di offese, di contraffazioni. Ma così, d’acchito, viene in mente che cosa solo pochi giorni fa, all’inaugurazione delle Olimpiadi, capitò al povero Ghali, colpevole di non appartenere alla “pura razza italiana”, neppure citato, neppure inquadrato, mentre leggeva una poesia dell’italianissimo Gianni Rodari: “… Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare, né per terra/ per esempio, la guerra”.
Si potrebbe aggiungere: “ingannare”. Anche se non fa la rima.
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