Politica
Primavere sì, ma non chiamatele arabe
Sono passati più di quindici anni dall’inizio delle rivolte popolari che, tra la fine del 2010 e il 2011, attraversarono il Nord Africa, dal Sahara Occidentale all’Egitto, investendo il Marocco, la Tunisia, la Libia, e alcuni Paesi del Medio Oriente. Nelle ultime settimane, diverse testate e piattaforme online ne hanno ricordato i principali momenti e i diversi esiti.
Non sono mancati gli stereotipi, consolidati da tempo, in una sorta di mitizzazione che la controinformazione non è bastata a correggere. Ne sottolineiamo due, per chiederci poi che cosa rimanga di quella stagione.
La prima mitizzazione riguarda l’anniversario. Sia che si voglia ricordare l’episodio scatenante la protesta – l’immolazione di un giovane disoccupato (17 dicembre 2010) – sia l’esito istituzionale – la fuga all’estero del dittatore Ben Ali (14 gennaio 2021) – l’inizio delle rivolte viene collocato in Tunisia.
Completamente ignorata, invece, la sollevazione popolare che lanciò la parola d’ordine ripresa dalle successive proteste: quella della “dignità”. Si tratta dell’Accampamento della dignità che, tra il 10 ottobre e l’8 novembre 2010, vide riuniti ventimila sahrawi a Gdeim Izik, non lontano da El Aiun, la capitale del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; l’altra parte, quella liberata, circa un quarto, è gestita invece dal Fronte Polisario, che si batte per l’autodeterminazione del Paese.
I sahrawi sono tuttora impossibilitati a esprimersi liberamente, privati dell’indipendenza, sotto una occupazione che dura dalla fine del 1975; sono soggetti a una repressione implacabile, con ciò che questo comporta in materia di grave violazione dei diritti umani – il tutto da mettere sul conto della monarchia marocchina: arresti arbitrari, torture, condanne con processi privi di garanzie, condizioni di detenzione inumane, violenze e stupri nei confronti delle donne, inibizione di qualunque manifestazione pubblica di dissenso. Nasceva in questo contesto la necessità di creare uno spazio di confronto in totale libertà, in un accampamento autogestito, benché accerchiato dalle forze di sicurezza, che poi lo rasero al suolo, procedendo a numerosi arresti.
Quella dei sahrawi, del resto, è la ben nota situazione vissuta da altri popoli, sotto altri regimi. Dopo la tragica repressione dell’Accampamento della dignità, sarà la volta della Tunisia, con tutt’altro esito, almeno nell’immediato.
La seconda mitizzazione è quella di una protesta “araba” nel Nord Africa. I popoli di quei Paesi, in massima parte di religione islamica, vengono infatti tutti identificati come arabi: da qui l’etichettatura di “primavere arabe”, con cui ancora oggi sono definite le rivolte.
Ma nei mesi di quelle proteste, e poi anche in seguito, fu la società civile berbera – di lingua e cultura autoctona – a rivendicare una sua identità, una “dignità” appunto, negata molto spesso dai rispettivi regimi. Rivendicare la “diversità berbera” o amazigh, come si autodefinisce, significa battersi più in generale per le libertà civili.
Infatti, fin dall’inizio delle rivolte, diversi movimenti berberi parteciparono alle proteste, nella speranza di aprire uno spazio politico alla pluralità, quindi alla diversità culturale e linguistica amazigh. Il caso più emblematico è quello della Libia, dove Gheddafi aveva cancellato ogni riferimento alla cultura e all’identità berbera.
Quando scoppia la rivolta, nel febbraio 2011, i berberi libici si trovano a combattere su due fronti: contro Gheddafi e insieme per l’affermazione della propria identità, quindi successivamente contro il Consiglio nazionale di transizione che, per non indebolire il fronte anti-Gheddafi, chiede loro di rinunciare alle proprie rivendicazioni. In Tunisia, dove la condizione dei berberi, ridotti a semplice elemento folcloristico, non era molto diversa da quella della Libia, dopo la fuga di Ben Ali poterono organizzarsi per la prima volta nella loro storia.
E la partecipazione dei berberi fu forte anche in Marocco, soprattutto nella regione settentrionale del Rif, dove sono maggioritari. Il re Mohammed VI riuscì però a schiacciare il movimento di protesta e a restare saldamente sul trono.
In Algeria, dove non ci fu un sollevamento nazionale, ma una continua conflittualità, i movimenti berberi hanno mantenuto vive ancora fino a oggi le proteste contro il governo. In virtù di quella esperienza, i movimenti berberi hanno contestato con forza la narrazione dei regimi politici dei Paesi di appartenenza, che fanno dell’islam e della lingua e della cultura araba il solo ed esclusivo riferimento identitario nazionale.
Non a caso, del resto, la storia moderna di questi Paesi è costellata da rivolte berbere, a cominciare dalla “primavera berbera” del marzo 1980 nella Kabilia, la regione algerina a più forte concentrazione amazigh. Il movimento berbero, che con grande fatica cerca di darsi un’organizzazione rappresentativa a livello mondiale, contesta non solo il concetto di “primavere arabe”, ma anche l’Unione del Maghreb arabo (Uma), che riunisce gli Stati maghrebini.
La vitalità del movimento è oggi una conseguenza degli esiti di quella stagione. In Tunisia, la caduta del regime di Ben Ali si è risolta alla fine nel regime di Kais Saïed.
Il presidente ha assunto di fatto poteri assoluti, reprimendo qualunque dissenso politico e stritolando in una morsa la società civile più ricca e articolata del Maghreb (vedi qui). In queste condizioni, anche l’identità berbera è rientrata nei ristretti contorni del folclore.
In Marocco, Mohammed VI seppe uscire indenne dalla contestazione del febbraio 2011, ma la rivolta amazigh animò il più forte sollevamento popolare dell’ultimo decennio, nella regione del Rif (tra il 2016 e il 2017), e ha contribuito anche alle altre proteste, come quelle del movimento Hirak e della generazione Z 2012 (vedi qui). Questi movimenti non hanno portato, però, radicali cambiamenti nella gestione del potere assoluto della monarchia, malgrado la presenza del multipartitismo e del parlamento.
In Libia, la caduta di Gheddafi ha lasciato un Paese profondamente diviso, e non solo all’interno della società libica, ma anche per via delle lacerazioni indotte dalle rivalità tra potenze straniere sul territorio. La Russia e la Turchia vi giocano il ruolo maggiore, mentre l’Italia e l’Unione europea sono impegnate nel finanziamento dei due uomini forti, a Tripoli e a Bengasi, per contenere le migrazioni.
In Algeria, il movimento popolare del 2019, con una forte componente amazigh, è riuscito a impedire la ricandidatura del presidente Bouteflika dopo vent’anni di potere, senza tuttavia pervenire a modificare il sistema imperniato sull’esercito. La sua chiusura favorisce le espressioni più radicali, come la proclamazione, il 14 dicembre scorso, dell’“indipendenza” della Kabilia da parte di un movimento autonomista molto minoritario.
Intanto, tra il 12 e 14 gennaio (il primo giorno di gennaio secondo il calendario giuliano), si è celebrato lo Yennayer, il nuovo anno amazigh, il 2976, che si comincia a contare, convenzionalmente, dal 950 a. c., anno della prima incoronazione di un faraone berbero, Shoshenq. Le comunità amazigh rivendicano lo Yennayer come la festa più antica dell’umanità che ancora si celebri.
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