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Politica

Il “Buen Camino” di Zalone spopola, ma è solo una crociera nell’ovvio

Domenica 18 gennaio 2026 ore 19:01 Fonte: Strisciarossa
Il “Buen Camino” di Zalone spopola, ma è solo una crociera nell’ovvio
Strisciarossa

Nella sua lucida e sconsolata riflessione sull’afasia o tenuità della sinistra davanti alla pessima, infuocata deriva del contemporaneo, tra repressioni, dittature e trumpismi, Oreste Pivetta ha sottolineato (leggi qui) tra le cause di un generale intorpidimento etico-politIco, “l’informazione monca e non solo rispetto agli ultimi avvenimenti, ma anche per il passato, e le colpe della stampa e delle televisioni italiane sono tante e gravi (meglio parlare d’altro, meglio innestare dibattiti infiniti su Checco Zalone o sui presentatori del festival di Sanremo, che ahimè incombe)”. Con “Buen Camino”, sul podio più alto di sempre nella classifica degli incassi italiani s’innalza giusto lui, Luca Medici, in arte Checco Zalone, da “che cozzalone”, ovvero un tamarro di prima.

Ciò che il musicista e comico pugliese non è, anzi, sa impugnare abilmente una abbastanza innocente arma di distrazione di massa. Data la dimensione del fenomeno, dovuta pure alla poderosa distribuzione targata Medusa, e il record dei 68 milioni di euro, spinto dall’alto prezzo dei biglietti, due paroline ci stanno e riguardano anche la sinistra, non fosse che per la fetta di popolo italico, ben oltre gli otto milioni, accorsa al richiamo della maschera zaloniana: un tipo rozzo, sia ricco o povero non conta, però italianamente efficace nell’arte di sfangarla.

“Buen Camino”, trionfante nell’assenza dei passati cinepanettoni di De Laurentiis, è coscientemente costruito e indirizzato a un pubblico che abitualmente diserta le sale e ci va non in cerca di stimoli o fertilizzanti della fantasia ma di rassicuranti conferme e ripetizioni, dalle gag al decorso narrativo immancabilmente dolcificato dall’happy end consolatorio. E non è causa ma solare conseguenza di ciò che siamo diventati come consumatori culturali nel tempo dei brand, delle analisi di mercato e della televisione, Pay o a libero accesso, del crossover multimediale, dei film che si potrebbero scambiare per sceneggiati tv.

Parentesi: cultura in senso antropologico, s’intende, quindi costume, moda, gradienti di istruzione, influenza dei media. Siamo divisi, intanto, sempre di più.

Separati. Ad esempio i lettori possono anche aumentare come cifra generale, ma tra la robusta minoranza di chi punta dritto a “Quello che possiamo sapere” di McEwan e l’esercito dei fedelissimi a Dan Brown e a Sveva Casati Modignani c’è un abisso, manca osmosi.

I canoni dominanti del marketing moderno differenziano accuratamente le opzioni (età, alfabetizzazione) per meglio standardizzare l’offerta e centrare gli obiettivi di budget, gravato nello specifico del film di e con Zalone da costi impegnativi, sui 28 milioni di euro. Con “Buen Camino” sai in partenza a cosa vai incontro, a una piccola crociera nell’ovvio.

Ovvio come una crociera, appunto, in uno di quegli orridi falansteri che spesso incombono sulle nostre coste (cfr al riguardo “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace). Ma per qualche piccolo verso utile non tanto a designarci e disegnarci, noi italiani, nei frangenti che viviamo, ma piuttosto a mostrare come ci piace essere raccontati.

Con l’informazione sullo spettacolo sempre meno affidata alla critica e data in appalto ai cronisti di costume e “attualità”, trionfano le note diffuse dagli uffici stampa e, quando un film diventa un caso o può far discutere per polemiche esterne al prodotto (gli attriti tra Luca Medici e il precedente produttore Pietro Valsecchi) , se ne accorgono i tg, con servizi insipidini o cinguettii favorevoli a prescindere: ecco il film popolare, che piace a tutti, il pubblico ha sempre ragione. Mica vero e “Buen Camino”, a parte la confezione, è un solido argomento contrario, per non ricordare il caso di Cannes 1960, quando la giuria, presieduta da Georges Simenon premiò “L’avventura” di Antonioni e “La Dolce Vita” di Fellini tra le proteste e i fischi della platea.

Mancano solo le accuse, a chi puntualizza, di “culturame” (termine coniato da Mario Scelba, politico democristiano tristemente noto ai lettori più âgé e che la prima ministra potrebbe ben accogliere nel suo Pantheon). E poi la solita zuppa,  la destra che plaude e la sinistra che ha la puzza sotto il naso.

Ce l’ha davvero? L’ha avuta, eccome.

Ho memoria diretta di un dirigente dell’Unità che non voleva pubblicare i programmi delle reti Mediaset. E sotto col dibattito in redazione tra “antichi” o “moderni”, esserci o non esserci, apocalittici o integrati, attualmente risolto dalla nuova categoria degli apocalittici e integrati per mancanza di alternative robuste.

E dire che sull’Unità tenevano ottima cattedra  il critico Vittorio Spinazzola e Gian Carlo Ferretti, pionieri nell’analisi sulle strutture del mondo editoriale e del mercato culturale. Quindi “moderni” senza però abdicare – mentre mostravano la fallacia della separazione ipso facto qualitativa tra prodotti ritenuti di massa e quelli classificati d’autore – all’indispensabile esame critico.

Tra “Il nome della Rosa”, thriller medievale, un libro dunque di genere, e “La noia” di Moravia, catalogabile come letteratura alta, non esiste a priori una differenza di livello artistico, estetico. Conta il testo (letterario, filmico), quanto sedimenta nel tempo.

Quale critico oggi riterrebbe “Il posto delle fragole” di Bergman superiore a prescindere al “Il cameraman” con Buster Keaton? Sono, ciascuno nel suo genere, il dramma psicologico-onirico e la commedia slapstick, sovranamente splendidi.

E necessari. Ma allora “Buen Camino” com’è, in fondo?

Riuscito? Il prodotto non è mal confezionato, Luca Medici sa costruire gag e battute, è fedele alla sua maschera da grezzissimo e furbetto Bertoldo, sia un cantante sconosciuto in missione al Nord in “Cado dalle nubi” o il ricchissimo fannullone di “Buen Camino”.

Visti i successi dei suoi film precedenti (tra i top ten di sempre per incassi, oltre a quest’ultimo ce ne sono altri quattro), non si sognerebbe mai di battere altri sentieri. Checco Zalone è un personaggio paradossale che funziona immerso in un contesto normale e quindi cerca la provocazione con la battuta o la canzone “scorretta” (stavolta “Prostata enflamada”), restituisce un’immagine accondiscendente di italiano tutto sommato buono, dal cuore malleabile, fin dall’inizio incanalato in una ventura dall’esito tranquiizzante.

Essendo il Cammino quello verso Santiago di Compostela, il tratto è costellato di incontri con sacerdoti che assomigliano talvolta a Don Matteo e aleggia un rispetto, naturalmente superficiale, da italiano vero, verso l’istituzione-Chiesa. Quanto al tema genitori-figli è maneggiato con una leggerezza insostenibile.

Cosa ci dice, allora? Pochino, “Buen Camino” è un campione di conformismo estetico facilmente digeribile, un passatempo non ignobile che solo con un certo coraggio si può qualificare come cinema.

E stop. Semmai qualcosa spiega dei gusti livellati degli spettatori occasionali, destinati a rimanere tali:

Zalone non crea pubblico curioso di cinema, coltiva i fan dei suoi innocui carnevali. L'articolo Il “Buen Camino” di Zalone spopola, ma è solo una crociera nell’ovvio proviene da Strisciarossa.

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