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Hamnet, nel nome del figlio il dolore di Shakespeare diventa arte (da Oscar)

Domenica 22 febbraio 2026 ore 10:31 Fonte: Strisciarossa
Hamnet, nel nome del figlio il dolore di Shakespeare diventa arte (da Oscar)
Strisciarossa

“Hamnet. Nel nome del figlio” della sino-americana Chloé Zao tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, è una libera, intensa rivisitazione di una tragedia vera, quella vissuta da Shakespeare con la morte di peste a undici anni dell’unico figlio maschio, e dei suoi possibili riverberi su una pietra angolare della letteratura, l'”Amleto”.

Una storia innervata dal conflitto tra Cultura e Natura, tra nuovo, moderno umanesimo e tradizioni ancestrali, universi distanti eppure necessari l’uno all’altro, incarnati nel film da William (Paul Mescal), figlio del guantaio e conciatore John Shakespeare (David Wilmot) e da Agnes (Jessie Buckley), sua consorte osteggiata dalla famiglia del Bardo per la fama di donna dei boschi un po’ strega, educata dalla madre alla conoscenza di erbe medicinali e di tutto quanto non viene sognato dalla filosofia molto pragmatica di un commerciante inglese alla fine del XVI secolo. Agnes e non Anne, vero nome della moglie di William, si unisce in comunione di spirito e corpo a un uomo ipersensibile e maestro ripetitore di latino cui sta stretto il destino disegnato dal patriarca.

Non pensa a perpetuare l’impresa di John, dentro gli bollono idee e dialoghi squisiti, divagazioni fantastiche, storie di amori e tradimenti, sovrani di nobili e abiette imprese, intrighi di potere. Ma mettere nero su bianco è lavoro aspro quando la quotidianità preme e i figli sono tre, la prima nata Susanna (Bodhi Rae-Breathnach), partorita sotto un albero reputato sacro da Agnes e i due gemelli Hamnet (Jacobi Jupe), nome che è variante di Hamlet, e Judith (Olivia Lynes), venuta alla luce praticamente morta dopo il fratello e riportata magicamente in vita da Agnes, sotto gli occhi allibiti della madre di Will, Mary (Emily Watson) e di una improvvisata ostetrica.

Agnes ama visceralmente i suoi piccoli, ne è custode e soffre quando William, dilaniato dal distacco, parte alla ventura per Londra in cerca di un tempo e un luogo di clausura mentale dove far scorrere sulla pagina ciò che gli suggerisce il daimon interiore. L’ultimo giocoso duello con le spade di legno tra il padre in partenza e il figlio corrucciato stilla grande tenerezza.

Agnes non riesce a elaborare la separazione, la tollera senza capirla. Lei e William sono stati uniti dal destino fin da quando l’istinto l’ha guidata verso quel ragazzo gentile, così la vita è già perfetta.

E cosa mai combinerà a Londra? William inizia a farsi un nome e mai torna a Stratford senza regali per tutti.

Poi la peste, con Judith in bilico tra vita e morte e Hamnet che, disperato, si sdraia accanto alla sorella quasi volesse salvarla assorbendone il contagio. Il biondo ragazzino si spegne così tra i tormenti mentre Agnes, in una montante disperazione, prova a salvarlo con la sua farmacopea vegetale.

Davanti al corpo spento di Hamnet accuserà selvaggiamente Will, subito accorso: nostro figlio è morto per colpa tua, se n’è andato tra i tormenti e tu non c’eri. Un’imputazione feroce dettata dal dolore che inizia a quietarsi quando tempo dopo, accompagnata dal fratello Bartholomew (Joe Alvin), entra a Londra nella povera stanza di Will, in quel momento assente.

Vive senza sfarzi, come un monaco. E giusto quel giorno va in scena l’ “Amleto” al Globe Theater, Agnes e Bartholomew si fanno strada verso il palcoscenico, la platea, dove la gente assiste in piedi, è stracolma.

Il principe di Danimarca Amleto (Noah Jupe, fratello maggiore di Jacobi) tradito ed esautorato dal perfido zio, incontra il fantasma del padre impersonato da William. Ed è un gioco di reciproche illuminazioni tra William che vede Agnes e Agnes che viene investita dalla cocente pena di William al cospetto di Amleto.

Shakespeare ha sublimato la perdita del figlio nella tragedia più celebre e Agnes, la donna del destino ne comprende tutto il tormento. L’intimo retaggio della Natura e l’Arte, con i suoi schiaffi e le sue carezze, si fondono in una nuova armonia.

Mentre rimane sullo sfondo, pronta a risvegliarsi a distanza di secoli, l’urgenza dell’emancipazione femminile in urto coi codici culturali dominanti che predestinano le madri a ruoli casalinghi e ancillari. “Hamnet.

Nel nome del figlio” viaggia su 125 minuti con una drammaturgia senza scosse ma possente, arricchita da eccellenti scenografie e paesaggi d’incanto (il film è stato girato tra il Galles e l’Herefordshire, nelle West Midlands). Chloé Zao ribadisce uno sguardo empatico dopo “Nomadland”, trionfante agli Oscar del 2021, viaggio in un’America altra e umanissima, ai margini e però vitale.

Qui ha lavorato alla sceneggiatura con Maggie O’Farrell, autrice del libro ispiratore del film, ha messo mano al montaggio insieme a Affonso Gonçalves (bravissimo, tra i suoi ultimi lavori “Father Mother Sister Brother” di Jarmusch) e figura tra i produttori esecutivi. Un’impresa, letteralmente, già premiata da otto candidature all’Oscar e chissà che il Bardo non porti bene anche a lei come successo nel ’99 a “Shakespeare in Love” di John Madden con Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes, tredici nominations e sette Oscar vinti, compreso quello per il miglior film.

Riuscita sicuramente la storia immaginaria dell’amore tra Shakespeare e Lady Violet intrecciata al making of di “Romeo e Giulietta”, complice la schiera di divi arruolati, da Ben Affleck a Geoffrey Rush, Judi Dench e Colin Firth, Rupert Everett e Imelda Staunton. Ma quell’anno all’ultimo miglio erano arrivati pure “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, comunque premiato per la regia, e “La sottile linea rossa” di Malick.

Insomma… Il cast di “Hamnet”, coproduzione anglo-americana partita con un budget più che discreto sui 30-35 milioni di dollari presto ripagati dal buon successo in sala (da noi distribuisce Universal), ha due punte di diamante. Senza nulla togliere al William di Paul Mescal, trentenne che si mangia il coetaneo Chalamet in un sol boccone, è la candidata all’Oscar Jessie Buckley – vista di recente in “Cattiverie a domicilio” di Thea Sharrock – a brillare con una performance portentosa, siglata dall’urlo in morte di Hamnet che ricorda per lancinante espressività quello di Maria Maddalena davanti al Cristo deposto nel Compianto di Niccolò dall’Arca.

Accanto a lei, Jacobi Jupe, fenomenale. In alcune scene assomiglia a un Orson Welles bambino e la presente valga come augurio di una rigogliosa carriera.

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