Politica
In Africa la legione straniera di Putin
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Le notizie dell’arruolamento di africani da parte della Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, si sono rincorse nel tempo, con scarsa eco sui media. Anche nei Paesi di reclutamento, si è osservato a lungo l’imbarazzo dei governi e dei media di fronte alle testimonianze via via disponibili.
Alla fine dello scorso anno, però, a partire dal Kenya, sono iniziate le prese di posizione pubbliche della società civile e delle famiglie dei combattenti, il più delle volte dei caduti. Le informazioni, soprattutto sul sistema di reclutamento, hanno trovato ora conferma in alcune analisi più sistematiche e approfondite.
A fine dicembre l’Ifri (Istituto francese di relazioni internazionali) ha pubblicato un rapporto in cui sono ricostruiti il contesto e il sistema di reclutamento, da parte di Mosca, sia di soldati sia di lavoratori originari dell’Africa subsahariana. Il punto di partenza è l’invasione dell’Ucraina, il 22 febbraio di quattro anni fa.
Per entrambi gli eserciti, si è posto il problema del reclutamento di truppe al fine di rafforzare il proprio dispositivo militare. Per quanto riguarda l’Ucraina, fin dall’inizio, alcuni combattenti stranieri hanno deciso di raggiungere il fronte, dando vita così a una legione internazionale di difesa dell’Ucraina, riconosciuta ufficialmente da Kiev, con un proprio sito web.
La Russia, invece, ha messo in piedi un doppio servizio di reclutamento: uno legale, per la ricerca di manodopera femminile da impiegare nell’industria degli armamenti, in particolare nell’assemblaggio dei droni; l’altro illegale e segreto per l’ingaggio di combattenti. La ricerca si è rivolta del tutto naturalmente alle ex repubbliche sovietiche e a qualche alleato nel Sud globale, poi si è focalizzata anche sull’Africa.
All’inizio, le autorità di Mosca hanno fatto ricorso agli africani già presenti nel Paese: studenti, lavoratori immigrati, detenuti per diverse ragioni (arruolati soprattutto nel gruppo Wagner) e perfino turisti e sportivi. L’incentivo era meramente economico, e i russi hanno fatto ricorso a sotterfugi ed espedienti di vario genere, arruolando personale con diverse modalità ricattatorie, come il rinnovo dei permessi di soggiorno o le espulsioni per gli irregolari.
Ma poiché il numero delle presone arruolabili restava comunque limitato, Mosca si è rivolta direttamente al continente africano. Questo è stato dapprima il compito dei paramilitari Wagner già presenti in alcuni Paesi africani (Centrafrica, Mali, Burkina Faso), poi la ricerca si è estesa indifferentemente agli altri Paesi.
Mosca ha puntato soprattutto sull’incentivo economico, e il reclutamento è stato effettuato, anche in queste occasioni, con modalità poco trasparenti. Per i mercenari africani l’offerta poteva consistere in un premio di 2.300 euro alla firma del contratto, una paga mensile di 2.300-2.500 euro, un’assicurazione malattia, e il passaporto russo per il candidato e la famiglia.
Secondo le testimonianze raccolte, le spese di viaggio e per il visto sono anticipate dai candidati; al visto turistico è allegato un documento redatto esclusivamente in russo, che deve essere consegnato all’arrivo in Russia, dove le reclute sono prese in carico dai militari. Il passaporto viene loro ritirato, il cellulare ispezionato e, dopo la firma del contratto, sono indirizzate ai centri di addestramento.
Terminata questa fase, i soldati africani sono avviati al fronte. Dalle testimonianze emergono dettagli inquietanti.
Le condizioni di disciplina e di vita sono durissime, nei combattimenti sono affiancati da soldati russi che si rivelano, il più delle volte, ex detenuti. I decessi sono percentualmente elevati.
Si può uscire dall’inferno solo fuggendo verso le linee ucraine, o procurandosi ferite con atti di autolesionismo. Le famiglie delle persone decedute lamentano di non essere state informate, né di aver ricevuto delle compensazioni.
All’inizio di febbraio, una nuova inchiesta è riuscita a stilare un elenco nominativo di africani arruolati dai russi con la data di nascita, il numero di matricola, la data del contratto e la loro nazionalità. L’iniziativa è stata promossa da “Inpact”, un sito di analisi dapprima dedicato al gruppo Wagner, e che poi ha esteso il suo raggio di inchiesta.
In tutto sono stati identificati 1417 stranieri reclutati, a partire dal 2023, originari di diversi Paesi africani, trentacinque secondo i dati raccolti, anche se gli autori del rapporto stimano che le cifre reali possano essere di molto superiori. I contingenti più importanti vengono dall’Egitto (361), dal Camerun (335) e dal Ghana (234).
“Inpact” ha potuto verificare che un ristretto numero di combattenti africani arruolati si trovava già in Russia; solo per pochi, esaminando i profili social, c’è anche una motivazione politico-ideologica. Il reclutamento si conferma soprattutto frutto di una campagna di seduzione economico-sociale, che tuttavia non trova riscontro nella realtà.
L’impiego di combattenti africani nelle prime linee del fronte ucraino si traduce in perdite considerevoli. I ricercatori di “Inpact” hanno potuto certificare 316 morti sui 1417 reclutati.
Le perdite maggiori si trovano tra i cittadini del Camerun (94 su 335), del Ghana (55 su 234) e dell’Egitto (52 su 361). La vita media in combattimento è di sei mesi; per 51 reclute il tempo non è stato superiore a un mese.
Il servizio più lungo, prima del decesso, è risultato di diciannove mesi per due soldati originari dell’Egitto e del Benin. Da qui la conclusione che i soldati africani hanno costituito la carne da cannone dell’esercito russo in Ucraina.
L’indagine prosegue col censimento degli intermediari per il reclutamento, per esempio le agenzie di viaggio nei singoli Paesi africani. Alcune di queste agenzie sembrano implicate, più in generale, nel traffico di esseri umani.
Possono esserci, poi, centri culturali o altre forme di procacciamento, a cui possono dedicarsi anche coloro che sono già stati reclutati. Va aggiunto che i benefici del reclutamento sono spesso esaltati con apposite campagne via social.
È anche attraverso questo tipo di informazioni – reperibili in rete, completate dai profili delle persone coinvolte – che le inchieste hanno potuto accumulare informazioni e prove. La reazione dei governi africani dei Paesi di reclutamento è stata all’inizio molto contenuta, anche in considerazione della rete diplomatica che la Russia ha saputo costruire in questi anni e della sua crescente influenza nel continente.
La pubblicazione dei due rapporti, e soprattutto dell’ultimo con i nomi di almeno 1417 africani reclutati, ha scosso il mondo dell’informazione africana, e non solo, spingendo i governi a prese di posizione pubbliche, l’ultima, in ordine di tempo, dal governo della Nigeria. Il susseguirsi delle testimonianze e delle prese di posizione permetterà di comprendere se e come il reclutamento continuerà.
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