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La fiducia cieca è una trappola: come imparare ad informarsi

Lunedì 13 aprile 2026 ore 08:14 Fonte: Valigia Blu
La fiducia cieca è una trappola: come imparare ad informarsi
Valigia Blu

Daniel Kahneman spiegava che esistono due modelli per processare la realtà: uno rapido, intuitivo, compressivo per euristiche; l’altro lento, analitico, costoso in termini cognitivi. Il pensiero rapido permette di creare unità trasmissibili, memorizzabili, mobilitabili socialmente, e permette di creare una reazione immediata a uno stimolo.

L’approfondimento, invece, ha un costo. Richiede tempo, alfabetizzazione, accesso a fonti e la capacità di navigare tra esse, ma soprattutto una disposizione ad accettare l’incertezza e tollerare l’ambiguità.

A tal proposito ci sono degli studi interessanti che mostrano sia come i complottisti non sono disposti a tollerare l'incertezza, sia come sono propensi al pensiero rapido, essendo quest'ultimo estremamente sensibile a pattern e intenzionalità. In termini evolutivi è progettato per vedere “qualcuno dietro qualcosa”.

Se senti un rumore nel bosco, è più sicuro presumere un predatore che il vento. Il pensiero rapido fatica ad accettare che fenomeni ad alta complessità come pandemie, crisi economiche o eventi geopolitici possano emergere da sistemi distribuiti senza una regia centrale.

Di solito, in un primo momento, le persone scelgono con il pensiero rapido, successivamente razionalizzano una scelta già presa, col pensiero lento (tramite confirmation bias: cioè prendi tutto ciò che conferma la tesi finale e scarti tutto quello che lo contraddice). Invece bisognerebbe invertire questo approccio.

Quanto più una notizia smuove emotivamente, tanto più dovremmo sospendere l’adesione ad essa. Non perché sia necessariamente falsa, ma perché il nostro stato cognitivo, in quel momento, è inadatto al giudizio.

Dovremmo procedere per ipotesi, mai per conclusioni. Queste ultime hanno bisogno di tempo, e bisogna accettare il fatto che talvolta non verranno mai raggiunte.

In una società complessa, la conoscenza è inevitabilmente distribuita. Nessuno ovviamente può padroneggiare tutto, quindi ci affidiamo a sistemi di fiducia: istituzioni, comunità scientifiche, esperti riconosciuti, professionisti.

Gente che ha studiato e che è esperta in quella materia. Il punto critico è costruire una fiducia condizionata e reversibile: cioè mi fido di chi ha dimostrato competenza, metodo e accountability, ma mantengo la possibilità di ricalibrare quella fiducia quando emergono segnali di allarme.

La scienza è una grande, fondamentale, questione democratica Come si fa allora a valutare competenza, metodo e accountability? Innanzitutto, non dobbiamo fidarci esclusivamente delle persone, ma dei processi: cioè revisione tra pari, consenso scientifico, riproducibilità, conflitto di interessi dichiarato e quanto ciò che viene affermato è suffragato da questo.

Sono tutti meccanismi che servono proprio a rendere la fiducia meno personale e più sistemica. È il motivo per cui la scienza, pur con tutti i suoi limiti, è più affidabile del singolo esperto.

Poi c'è una dimensione individuale: sviluppare una sorta di “igiene cognitiva minima”. Non serve diventare specialisti, ma saper fare alcune verifiche leggere: chi sta parlando?

Come viene considerato dai pari? Come viene considerato ciò che sta dicendo tra i pari?

Laddove i pari sono presi a caso, e non da un gruppo di alleati o nemici. Il processo di revisione è poi fare un audit periodico, cioè rivedere ogni tanto queste cose.

Il legame affettivo, è utile per la coesione sociale, per la cooperazione, per la sopravvivenza in piccoli gruppi, ma non è un validatore di verità. Il problema del legame di questo tipo è che le persone rischiano di non valutare le informazioni per capire se sono vere, ma per proteggere la relazione o l’identità.

Questo è esattamente il meccanismo che spiega perché certi amici, guru, influencer o figure percepite come vicine diventano intoccabili. Non perché abbiano sempre ragione, ma perché contestarli ha un costo relazionale.

A quel punto, la verità diventa subordinata alla lealtà. Ed è qui che bisognerebbe spostare il baricentro: non “mi fido perché ti conosco e mi piaci”, ma “mi fido e mi piaci perché vedo come lavori, come vieni considerato dai pari nel tuo lavoro, come gestisci l’errore”.

Il legame affettivo può emergere, ma come sottoprodotto, non come fondamento. Immagine in anteprima via neurosciencenews.com

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