Politica
I 90 anni di Occhetto, il comunista eretico che rinnovò il Pci e poi lo sciolse con una svolta confusa
“Le sue parole lasciano presagire un cambiamento del nome?”. “Lasciano presagire tutto”.
Una domanda e una risposta alle quali è inchiodata da trentasei anni la storia politica e umana di Achille Occhetto. Era il 12 novembre del 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, e il segretario del Pci, rispondendo all’interrogativo del giornalista dell’Unità Walter Dondi, diede il via a quella che è passata alla storia come la “svolta della Bolognina”.
Ora che Occhetto compie 90 anni è normale riandare al passaggio storico che ha segnato, in modo drammatico, il destino di quella straordinaria comunità di donne e di uomini che ha caratterizzato il Pci, che ne è stata l’ossatura e ne ha fatto una forza politica sui generis non solo tra i partiti comunisti ma anche del sistema democratico italiano. Ma il compleanno tondo e importante può consentire anche di ridare a Occhetto ciò che è di Occhetto: le sue battaglie critiche nei confronti dell’Urss e dei paesi dell’est, il suo coraggio nel cercare di comprendere la complessità del movimento studentesco del ’68 e la sua ventata di novità, mentre nel partito regnavano la diffidenza e un certo atteggiamento di superiorità nei confronti di uno spontaneismo che male si addiceva ai principi politici su cui era stato modellato il Pci.
Infine, il suo tentativo di “laicizzare” e ridare un ruolo al Pci che, dopo la morte di Enrico Berlinguer, si trovò quasi disperso e disorientato nelle tempeste politiche degli anni Ottanta. Cercò, con il XVIII congresso nel 1988, quello ribattezzato del “nuovo Pci”, di rinnovare la cultura politica del partito ponendolo in sintonia con l’ambientalismo e con i movimenti, a cominciare da quello delle donne.
Occhetto al congresso di Rimini nel 1991 Le sue scelte coraggiose per le quali pagò prezzi alti Occhetto, nonostante sia stato il liquidatore del Pci, è un figlio della storia dei comunisti italiani. È totalmente immerso nelle vicende di un partito che lui incontrò giovanissimo, nel 1953 appena diciassettenne, e che percorse, da Milano fino a Roma, macinando incarichi su incarichi e assumendo spesso posizioni scomode per il gruppo dirigente di allora.
Così nel ’56 fu il promotore di un documento di un circolo universitario che condannava l’invasione sovietica di Budapest, che il partito aveva invece appoggiato scegliendo la parte sbagliata della barricata. E successivamente, da direttore del giornale della Fgci Nuova Generazione, favorì analisi e riflessioni severe nei confronti del sistema sovietico.
Da segretario della Federazione giovanile sostenne tutte le battaglie a sostegno del Vietnam e si immerse nei primi movimenti giovanili che dopo le grandi manifestazioni contro il governo Tambroni, sostenuto dai fascisti, attraversarono il nostro Paese. Come si vede, un profilo quasi da “eretico”, di un comunista togliattiano sicuramente più attratto dai ragionamenti e dalle suggestioni politiche di Pietro Ingrao – al quale fu politicamente legato tra gli anni Sessanta e Settanta e che fu suo sostenitore al XVIII congresso del 1988) che dalle cautele riformiste dell’ala migliorista del partito.
Ha pagato per le sue posizioni. Sicuramente ha pagato per il modo con il quale affrontò il Sessantotto: la sua apertura al movimento studentesco, in parte condivisa dal segretario di allora Luigi Longo, il tentativo di convincere tutto il partito a farsi contaminare da quella novità dirompente, gli valsero l’ostilità della destra del Pci.
Di Gorgio Napolitano, che riteneva che in quel movimento ci fossero “distorsioni di ordine ideologico e politico” e che quindi il partito dovesse evitare “confusioni e concessioni”. Di Giorgio Amendola che accusò Occhetto e tutto il gruppo dirigente dei giovani comunisti di esprimere “astrazioni strategiche” e posizioni sbagliate sui paesi socialisti.
Ci furono scontri durissimi nella Direzione del Pci. E alla fine Occhetto, che era responsabile Stampa e propaganda e membro della segreteria, fu degradato e spedito per otto anni in Sicilia a fare il segretario regionale.
Non piaceva all’ala migliorista del Pci questo comunista che tentava troppo spesso di mandare all’aria le liturgie del partito e contrastava certe posizioni caute su quel mondo comunista che già mostrava le crepe che lo avrebbero poi fatto crollare. Un ostracismo che si espresse anche nell’87 quando Alessandro Natta, segretario dopo la morte di Berlinguer, decise di nominarlo vice e tutta quell’area votò contro perché riteneva quella proposta “precipitosa”.
Occhetto venne eletto con 194 voti, ma nel Comitato centrale ci furono 44 no e 22 astenuti. Quasi un terremoto in un partito che aveva fatto dell’unanimità il proprio modello di governance interna.
Occhetto durante l’incontro con i partigiani alla Bolognina Quando alla Bolognina disse che il cambio del nome era all’ordine del giorno Poi però c’è stato quel 12 novembre del 1989. Tre giorni dopo il crollo del muro di Berlino, tutto cambiava rapidamente, Gorbaciov aveva contribuito con la sua perestroika a far saltare in aria i puntelli fragili su cui ancora si reggevano tutti i regimi comunisti.
E dunque, alla fine di un discorso ai partigiani della Bolognina, nel quale Occhetto aveva sostenuto che bisognava inventare strade nuove, arrivò quella domanda di Walter Dondi, giornalista in forza alla redazione bolognese dell’Unità: “Ma quelle strade nuove lasciano presagire anche il cambiamento del nome?”.
Il segretario rispose secco: “Lasciano presagire tutto”.
Fu un terremoto. Dopo tanti anni lo stesso Occhetto ha ammesso, durante la presentazione del libro di Walter Dondi che ricostruisce quella giornata (“L’ultima domenica del Pci”, edizioni Bibliotheka) che quella risposta fece cambiare il corso delle cose.
Che il fatto che i giornali (dopo due giorni, perché il giorno dopo fu solo l’Unità a dare la notizia) alla fine puntassero sul cambio del nome condizionò tutto e fece precipitare la situazione interna al partito che si trovò completamente spiazzato. Non solo alla base, ma persino al vertice.
Nessuno sapeva niente. Niente Massimo D’Alema, allora direttore dell’Unità che quella domenica veleggiava tra Ponza e il Circeo (come racconta Federico Geremicca nel libro di Strisciarossa “Quando c’era l’Unità”).
Niente Walter Veltroni e Claudio Petruccioli che erano a pranzo insieme e lo seppero dal redattore capo dell’Unità. Niente tutti i membri della segreteria.
Fu, quello, un gesto compiuto in perfetta solitudine mentre nel Pci si discuteva certo di un cambiamento profondo del partito ma il tema era l’ingresso nell’Internazionale socialista e l’approdo definitivo al socialismo che già pervadeva da tempo il comunismo italiano. Ma quel giorno di novembre il dado fu tratto e non fu possibile più tornare indietro.
Occhetto con D’Alema, Fassino, Petruccioli e Tatò al congresso di Rimini nel 1991 Una svolta politicamente fragile che ha condizionato la storia della sinistra Dopo tanti anni la domanda che resta non è tanto se fosse giusto fare la svolta, ma se è stato giusto farla in quel modo. E non parlo solo del fatto che Occhetto decise di porre la questione del cambio del nome in modo irruento, costringendo il Pci a confrontarsi con una scelta compiuta.
Mi riferisco invece all’impianto politico-culturale di quella svolta, alle sue basi teoriche e anche all’atteggiamento demolitorio della storia passata del comunismo italiano. Ricordo che questa fu la discussione che facemmo nella redazione dell’Unità.
E io, che fui il presentatore della mozione Ingrao al congresso della sezione, non misi in dubbio la necessità di cambiare perché quel partito dopo la morte di Berlinguer e dopo il fallimento della strategia del compromesso storico non aveva ritrovato la sua strada. Quindi, il cambio era necessario non per il fatto che fosse crollato il muro di Berlino e con esso tutto il sistema comunista che ruotava attorno a Mosca perché il Pci con quella storia aveva già fatto i suoi conti e da tempo era un’altra cosa.
Era necessario proprio perché il Pci era un’altra cosa, era già di fatto una forza socialista. Purtroppo, l’obiettivo di un ancoraggio al mondo socialista allora era impercorribile perché in Italia c’era il Psi di Craxi che era parte integrante del sistema di potere del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) del quale già si sentivano gli scricchiolii.
Craxi, d’altro canto, cercava di approfittare della difficoltà in cui si dibatteva il Pci lanciando la proposta dell’”unità socialista” – che attirava una buona parte dell’ala migliorista – che non era altro che una sorta di annessione. Chiusa quella possibilità non era certo facile trovare altre strade, altre collocazioni politico-culturali solide, non lo metto in dubbio.
Ma alla fine Occhetto, e il gruppo dirigente ristretto che lo sostenne in quella impresa, scelsero la via più facile e nello stesso tempo più fragile, che poi divenne maggioranza nei due congressi e nella lunga e straordinaria discussione che condusse alla fine del Pci. Una via segnata da una certa creatività, da un eclettismo e da un nuovismo che avevano al centro l’assillo di tagliare i ponti con la storia dei comunisti italiani come se fosse tutta da buttare o da archiviare.
Ci furono anche eccessi che misero in discussione lo spirito di comunità di quel partito, che indebolirono la sua identità. Si affrontò con una certa leggerezza, e a volte con supponenza e anche con irrisione, il travaglio che quella svolta produsse tra gli iscritti e gli elettori comunisti.
Ma soprattutto quell’”oltrismo” di cui si fece interprete Occhetto – andare oltre il comunismo e oltre il socialismo – condusse il Pds appena nato in un terreno incerto e indefinito, tra la sinistra dei club e un movimentismo della società civile che però non furono in grado di costruire una nuova identità politica robusta. L’ansia di liberarsi di un passato considerato ormai ingombrante spinse il partito a credere che, tolto di mezzo il Pci, tutto fosse possibile.
E in tutto quel possibile c’era sicuramente il governo, il potere e, dentro il potere, l’idea di un partito meno strutturato e più leggero, in grado di farsi permeare dal vento liberal che poteva farlo accreditare nei salotti buoni della borghesia. All’inizio degli anni Novanta sembrarono aprirsi le porte di un futuro radioso.
Non fu così. Perché il paese era cambiato e cambiato in peggio e dietro l’angolo spuntò un signore di nome Silvio Berlusconi che con una spallata sconfisse la “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi da Achille Occhetto e decretò la fine della sua segreteria.
Il titolo dell’Unità sulla svolta della Bolognina La storia della sinistra condizionata da quel vizio d’origine Resto convinto che buona parte dei guai nei quali si è cacciata la sinistra italiana nel trentennio successivo abbiano origine lì, in quella svolta male interpretata. Infatti, dopo si fece più insistente l’idea di costruire un partito meno strutturato considerando il modello che era del Pci, con un forte radicamento territoriale, quasi un vecchiume di cui liberarsi.
Si fece più fragile la diga contro certe tendenze neo-liberali che infatti inquinarono i partiti che seguirono producendo un liberismo meno cattivo di quello della destra ma pur sempre contrario ai principi di uguaglianza e di giustizia sociale che erano il cuore della proposta comunista e della storia del socialismo. Si cominciò a pensare che il rapporto con il popolo fosse un di più e che non valesse la pena perdere tempo a frequentare le periferie geografiche e umane del Paese né quelle operaie e precarie.
Ci si illuse che il principio maggioritario potesse guidare non solo il partito (introducendo le primarie) ma anche le istituzioni a diversi livelli producendo una estrema personalizzazione della politica che è una delle cause della disaffezione che sta corrodendo la nostra democrazia. Lungo questa strada si è arrivati prima a togliere la p di partito e poi la s di sinistra dal nome e alla fine si è dato vita a un Partito democratico che dopo diciotto anni ancora fatica a definirsi.
Sia chiaro, Achille Occhetto, al quale vanno i nostri affettuosi auguri per questo compleanno importante, ha una parte di responsabilità per questa deriva. Tuttavia, quelli che sono venuti dopo di lui non sono esenti.
Ma resto convinto che, così come all’ultimo segretario del Pci vada riconosciuta la forza per le sue battaglie di democratizzazione e di svecchiamento ideologico del partito – come abbiamo provato a fare – allo stesso modo gli vada addebitata la leggerezza culturale e la fragilità ideologica con cui ha sancito la fine del Pci e dato vita al Pds. Un’impresa, alla quale hanno partecipato in tanti, che ha segnato la storia e che ancora oggi pesa sulla sinistra italiana.
Achille Occhetto sarà festeggiato il 3 marzo alle ore 17 a Roma presso il Tempio di Vibia Sabina e Adriano in piazza di Pietra. L’iniziativa è organizzata dai gruppi parlamentari del Pd e dall’Associazione Enrico Berlinguer.
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