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Politica

“No other choise”: scene di lotta nella classe media coreana

Giovedì 8 gennaio 2026 ore 14:34 Fonte: Strisciarossa
“No other choise”: scene di lotta nella classe media coreana
Strisciarossa

Due registi sudcoreani da tempo stanno leggendo con occhio spietato e valanghe di talento l’anima scura del loro Paese, una società gerarchica e prestazionale, incubatrice di disagio e stress. Uno è Bong Joon-ho, che in “Parasite” ha raccontato non la lotta di classe, ma dentro una classe, quella dei diseredati, con la famiglia Kim pronta a tutto per scalzare il personale di servizio in una lussuosa casa di ricconi.

L’altro è Park Chan-wook, pronto in questo suo ultimo, catturante “No other choice” (non c’è altra scelta) a far deflagrare il conflitto nella classe media all’insegna di una  violenza venata di grottesco e cadenze frenetiche. Una dark comedy dal crescendo implacabile aperta dal quadro zuccherosamente idilliaco della famiglia di Man-soo (Lee Byung-hun), responsabile tecnico in una industria della carta.

Villa-casa dei sogni, la bella moglie Mi-ri (Son Ye-jin) dedita ai figli, un adolescente e una bimba, legatissimi a due affettuosi cagnoni, auto consone al reddito e l’americanizzante barbecue. È il ritratto di una famiglia consumisticamente felice, in procinto di essere travolta dalla rivoluzione tecnologica nella fabbricazione della carta.

Tradotto: nuova proprietà Usa, tagli al personale. Bong Joon-ho Man-soo si schiera con gli operai, non immagina che proprio lui, premiato nel recente passato come miglior lavoratore dell’anno, sia destinato alla mannaia.

“No other choice” è ispirato a “The Ax” di Donald Westlake, già adattato per il cinema nel “Cacciatore di teste” (2005) di Costa-Gavras, portabandiera di un cinema a cavallo di politica e thriller, cui Park Chan-wook dedica il suo film. Che non è un remake, ma una nuova lettura del dramma ferocemente ridicolo di un un uomo qualunque, “costretto” per mantenere il suo status a improvvisarsi killer, con risultati alla fine lusinghieri.

In un climax culturale dove il lavoro è ossessione e la reputazione è faccenda di vita o di morte, Man-soo, dopo una breve esperienza come magazziniere e la discesa di alcuni scoraggianti gradini (vendute le auto, la moglie si adatta ad assistente di un dentista, la figlia, genietto del violoncello rischia di non poter più prendere lezioni) prende amorale coscienza del fatto che il modo migliore per rientrare nell’industria della carta in via di trasformazione è eliminare i tre aspiranti più accreditati a uno dei pochi posti disponibili per dirigenti tecnici. Mangiare nuovamente una fetta di torta socialmente  ragguardevole è l’obiettivo, l’unico capace di lenire l’umiliazione.

E lì dove ormai vige la legge dell’homo homini lupus, non c’è mezzo che ripugni. Come in Bong Joon-ho, pure in Park lo sguardo alla natura dis-umana venuta forgiandosi nel capitalismo maturo è desolatamente crudo e la sua risposta artistica si arma di una vis satirica affilata e impietosa.

Man-soo è sgangherato nel primo omicidio, quello del dirigente licenziato Koo Beom-mo (Lee Sung-min), dedito all’alcol, ansioso di tornare nel giro della carta e tradito dalla moglie. Park-Chan-wook Toccherà a lei, dopo una scena di colluttazione a tre dalla coreografia funambolica, evadere la pratica al posto di Man-soo.

Tra il seppellimento di un corpo legato come una grossa mortadella e il raffinato piano per inscenare un finto suicidio di vertiginosa efficacia, Park non risparmia tocchi di humour inglese e ci trascina in una corsa registicamente virtuosistica, dalle scelte di montaggio ai veloci campi e controcampi, dai vari punti di vista delle scene alle ellissi narrative che sfidano lo spettatore e ne allertano l’immaginazione. La frantumazione visiva evoca lo squasso di una società ed è l’impronta di uno stile non fine a sé stesso.

“No other choice” – lo distribuisce da noi Lucky Red – offre una miniera di suggestioni, una è interna all’opera di Park, quando Man-soo si estrae un dente cariato che lo molesta dall’inizio della disoccupazIone. Il rimando è a “Old Boy” (2003), un film allucinato, strepitosamente pulp, quello di maggior successo nella sua “trilogia della vendetta”.

Il protagonista Oh Dae-su, rimasto imprigionato per quindici anni senza conoscerne il motivo, una volta riuscito a evadere punirà il capo delle guardie cavandogli un dente per ogni anno di detenzione prima che la sua foga vendicativa divenga parte della punizione patita. Se “Old Boy”, Grand Prix della Giuria a Cannes, con le sue agnizioni a sorpresa e i combattimenti di arti marziali rivisitate da un surplus di brutalità, non poteva non essere adorato da Tarantino (a sua volta ispirato, come Stephen Frears, dai romanzi di Westlake), Park ha a sua volta reso omaggio a Hitchcock in “Decision to Leave” (2022), noir romantico  e impudente premiato a Cannes per la miglior regia, ma pure la sceneggiatura, dello stesso Park e di Jeong Seo-kyeong, era formidabile: un amore sfiorato e non vissuto, un poliziotto “annientato” – per sua stessa ammissione – da una giovane donna seduttiva e mortifera perché “uccidere è come fumare, è difficile solo la prima volta”.

Insomma, siamo davanti a una figura di spicco del cinema contemporaneo. Quanto alle suggestioni esterne, “No other choice” (non è il capolavoro di Park, ma averne di film così, coraggiosi, complessi, spiazzanti) propone una lievitazione inesorabile dell’aggressività in un uomo qualsiasi e però amorale che ricorda il Ryosuke di “Cloud” del giapponese Kiyoshi Kurosawa, un giovane pacchista dell’e-commerce incurante delle tragedie personali da lui causate e per questo cinismo reclutato dalla Yakuza, il sindacato del crimine.

E la tenera famigliola di Man-soo pronta a passare dal barbecue allo splatter è americanamente simile per il contesto lindo e asfissiato dal perbenismo, a quella di “Suburbicon” diretto da George Clooney, protagonisti Matt Damon e Julianne Moore, in slittamento progressivo da un’ossessione alla carneficina secondo i canoni tragicomici dei fratelli Coen. Presente quel gioiello di “Fargo”?

Senza scomodare gli Usa, basterebbe comunque ricordare “Squid Game”, la celebrata serie coreana di Hwang Dong-uk imperniata su un gioco ordito da un milionario annoiato in cui persone indebitate e loser di ogni genere mettono in palio la vita col miraggio di grosse vincite. Avidità, miseria non solo economica, un orizzonte senza solidarietà disegnato dal conto in banca.

Sono i marchi distintivi di Man-soo. Lo vediamo in tuta “spaziale” nel finale di “No other choice” mentre si aggira soddisfatto nella fabbrica ultramoderna e deserta per controllare i macchinari.

Anche lui condannato a passare, prima o poi, da killer a vittima del “progresso”. L'articolo “No other choise”: scene di lotta nella classe media coreana proviene da Strisciarossa.

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