Notizie
Presidiare la fiammella che ci fa restare umani. La storia dal futuro di A Buon Diritto
Le chiamiamo storie dal futuro perché sono esperienze che, secondo noi, costruiscono il futuro. Lo fanno in due modi.
Con il loro solo esistere, perché incarnano un modello di società che vorremmo diventasse dominante. O con quello che fanno: lavorare su criticità che sperano di risolvere.
Perché il futuro sia più facile per qualcuna, qualcuno, tutte o tutti. In alcuni casi, con il mandato, la prospettiva di non dover più esistere: fanno quel che fanno perché un giorno non ci sia più bisogno di farlo.
Ci sono storie dal futuro che fanno entrambe le cose, come quella di oggi: la storia di A Buon Diritto, fondata nel 2001 dal sociologo ed ex senatore Luigi Manconi. Me l’ha raccontata la responsabile della comunicazione dell’associazione, Camilla Siliotti.
L’associazione è animata da persone che hanno un lavoro radicato nei temi del supporto legale alle persone discriminate o che subiscono violazioni dei diritti. C’è l’esperienza di Luigi Manconi, ma anche quella di Valentina Calderone, direttrice fino a tre anni fa e oggi Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Roma.
Ci sono, in generale, professioniste e professionisti, legali e non, che, spiega Siliotti, «hanno una lunga esperienza nel campo del diritto d’asilo e delle migrazioni, ma anche nel campo della privazione della libertà, che denunciano come determinati luoghi violino i diritti e avanzano proposte su cosa dovremmo fare per superare l’attuale sistema». ©A Buon Diritto Il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia A Buon Diritto lavora principalmente su due focus: la privazione delle libertà e la privazione della libertà di movimento. Ma si occupa anche di abusi, compiuti dalle istituzioni o dalle forze dell’ordine. «Supportiamo le famiglie attraverso la diffusione pubblica delle storie e richieste di verità e giustizia.
In questi anni abbiamo seguito alcuni dei casi più gravi e noti, ma anche altri casi sommersi, non arrivati all’attenzione pubblica». «Monitoriamo se e quanto i diritti, nel nostro Paese, vengono rispettati o violati; quando e da chi», spiega Siliotti. Questo immane lavoro di monitoraggio e documentazione vede la luce nei report periodici e nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia che l’associazione pubblica ogni anno da oltre un decennio. «Uno strumento politico che ci permette di avanzare raccomandazioni al Parlamento, alla politica, ma anche di denunciare le storture, le ingiustizie e le discriminazioni che ogni volta continuiamo a mappare».
Larga parte del lavoro di A Buon Diritto si svolge in rete con altre realtà, in coalizioni o tavoli di coordinamento, sugli ambiti specifici di immigrazione e di politiche pubbliche sul diritto d’asilo o su questioni sociali più ampie. Lo scorso anno, insieme al movimento Italiani senza cittadinanza e ad altre organizzazioni, ha promosso la campagna per il referendum sulla cittadinanza. ©Luca Bonaventura A Buon Diritto lavora dove le istituzioni latitano Tra le attività di A Buon Diritto c’è lo sportello legale per persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti.
Anche questo fa un lavoro di monitoraggio delle prassi illegittime, ma soprattutto di supporto materiale. «È diretto alle persone che devono interfacciarsi con l’ufficio immigrazione della Questura di Roma o con una serie di questioni come la residenza, il rinnovo del permesso di soggiorno, il mancato accesso o il ritardo nell’accesso alla protezione internazionale». C’è anche un focus specifico, da qualche anno, su persone LGBTQIA+ e donne sopravvissute a situazioni di violenza di genere o di discriminazione.
Sportelli, spiega Siliotti, che servono a colmare il vuoto lasciato da chi governa. «Come le altre associazioni che hanno sportelli come il nostro, siamo dove le istituzioni non possono o non vogliono arrivare. Proviamo a riempire i buchi creati da politiche discriminatorie o negligenti e manchevoli.
Ci piacerebbe che non dovesse esserci bisogno di questo tipo di lavoro, ma attualmente è ancora necessario. Sembra assurdo che nel 2026 qualcuno debba ancora avere difficoltà ad accedere a una questura per esercitare un diritto.
O che debbano esserci persone costrette a dormire in strada o a rischiare la vita per lasciare il proprio Paese d’origine. Attualmente è così, ma continuiamo a batterci per arrivare a un cambiamento strutturale».
Le azioni legali promosse da A Buon Diritto In rete con altre organizzazioni, A Buon Diritto ha presentato un’azione legale contro Leonardo Spa e lo Stato italiano. «Abbiamo chiesto al Tribunale civile di Roma di annullare i contratti di vendita e fornitura di armi stipulati da Leonardo con lo Stato di Israele. L’ambito legale fornisce strumenti alla società civile per dire la sua e per chiamare gli Stati e le aziende a rispondere delle proprie azioni e responsabilità».
L’associazione partecipa anche ad altre azioni legali per quanto accade nei Centri di permanenza per il rimpatrio e per le condizioni delle persone che vi sono detenute. E si muove, in generale, nel denunciare le prassi illegittime negli uffici pubblici. «Oggi, ancora più del solito, notiamo un accanimento nei confronti di tante categorie di persone, che siano minoranze o persone già marginalizzate.
È peggiorato tanto il dibattito pubblico e politico, quanto anche quello mediatico: diritti che pensavamo fossero acquisiti non lo sono, o non per tutte e tutti, o vengono messi in discussione dalle recenti leggi e decreti, come quelli in materia di cosiddetta “sicurezza”», continua Siliotti. «Basti pensare alla proposta di uno scudo penale per le forze dell’ordine, o alle misure repressive varate nei confronti di chi protesta e manifesta, che tutto fanno tranne che garantire la sicurezza». ©Luca Bonaventura In Italia c’è un problema di razzismo istituzionalizzato In Italia, riflette Siliotti, c’è un problema di razzismo istituzionalizzato. Non lo dice per velleità woke, ma sulla base dell’osservazione quotidiana che volontarie e volontari fanno sul campo.
Le persone migranti, richiedenti asilo o rifugiate – più in generale, con background migratorio – sono messe costantemente in difficoltà. «Succede a Roma, che è il nostro osservatorio privilegiato, ma anche nel resto d’Italia. C’è un accanimento nei confronti della persona in quanto tale, della sua dignità, dei suoi diritti».
Le operatrici e gli operatori che supportano chi deve avere a che fare con l’ufficio immigrazione, in Questura, raccontano di persone trattate come cose. Lasciate per ore in attesa, senza spiegazioni.
O ignorate, private di risposte da chi sarebbe preposto a fare esattamente questo. «È come se ci fosse uno scollamento tra chi sta dall’altra parte del vetro, che è una persona, e la pratica che sta facendo». Non si tratta di responsabilità individuali, specifica.
È un meccanismo sistemico. Agisce prima di tutti gli impedimenti normativi, di tutte le leggi discriminanti.
È razzismo. E ha chiare radici in una serie di politiche più o meno recenti. «Basta guardare alle leggi in materia di immigrazione varate tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000.
La legge sulla cittadinanza, per come è concepita, rende la cittadinanza italiana una concessione fatta a una persona che in Italia ci è nata o cresciuta. Tiene conto del sangue e non della vita delle persone che ritengono questo il proprio Paese, ma ne sono discriminate».
Lo stesso impianto discriminatorio, spiega, anima la Bossi Fini, contro cui A Buon Diritto si batte da anni. Newsletter Iscriviti a Storie dal futuro Ogni due lunedì una storia di sostenibilità e trasformazione.
Perché il futuro è oggi. Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Bisettimanale Anteprima La campagna Ero straniero contro il “decreto flussi” «Con la campagna Ero Straniero denunciamo il malfunzionamento dell’attuale sistema di ingresso per lavoro, il cosiddetto “decreto flussi” che non funziona e di cui chiediamo una riforma.
Come società – riflette Siliotti – non concepiamo le migrazioni come qualcosa di naturale, umano, ma come un problema da gestire. Pubblicamente, politicamente, mediaticamente, si parla delle persone che vengono qui come se fossero pacchi.
Ma i pacchi ormai si spostano dappertutto e lo fanno a una velocità piuttosto sostenuta. Le persone non possono e, anzi, rischiano la vita».
Tutto l’impianto normativo recente in materia si basa su questo concetto. Chi si muove verso l’Italia per qualsiasi ragione, se non rispetta alcuni canoni (che spesso si identificano con la ricchezza posseduta e col colore della pelle) viene percepito come un problema.
Chi non rientra in certi paletti, spiega Siliotti, viene invisibilizzato o discriminato e rischia lo sfruttamento. @Lorenzo Boffa Presidiare la fiammella che ci fa restare umani Per fortuna esiste un ampio pezzo di mondo che non ha ceduto a questa visione. Che si impegna per ribaltarla e lo fa con un lavoro quotidiano, dagli sportelli all’accompagnamento negli uffici pubblici. «Siamo una storia dal futuro perché ogni giorno lavoriamo nella direzione in cui, secondo noi, deve andare il futuro.
Crediamo che a tutte e tutti debba essere data la possibilità di avere una vita bella e vivere bene. Di avere accesso a tutte le possibilità.
Non lo facciamo da soli, ma in rete con altre realtà, sia associazioni sia persone che si impegnano nel proprio quartiere o in uno spazio sociale», conclude Siliotti. «È faticoso, ma pensiamo che ci sia bisogno di farlo. Tessere relazioni è l’unica strada per un futuro alternativo.
È l’antidoto a questo presente di solitudine e marginalizzazione a cui questo sistema sembra volerci costringere. Il mondo sembra andare in tutt’altra direzione, ma questo ci motiva ancora di più.
L’unica risposta che possiamo darci è continuare ad alimentare quella fiammella. Presidiare gli spazi, materiali e immateriali, dedicati al nostro restare umani ed essere comunità.
Non allungare la lista di quelli di cui ci hanno privati». L'articolo Presidiare la fiammella che ci fa restare umani.
La storia dal futuro di A Buon Diritto proviene da Valori.it.