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Politica

L’Ungheria di Orbán, capitale delle destre internazionali

Giovedì 2 aprile 2026 ore 08:23 Fonte: MicroMega
L’Ungheria di Orbán, capitale delle destre internazionali
MicroMega

God bless Hungary, “Dio benedica l’Ungheria”, è uno degli slogan – esplicitamente mutuato da uno dei più famosi motti patriottici a stelle e strisce – che è stato ripetutamente scandito durante la Cpac-Conservative Political Action Conference tenutasi a Budapest un paio di settimane fa, e che ha visto radunarsi nella capitale magiara numerose figure della destra internazionale a sostegno della campagna elettorale di Viktor Orbán (che dovrà vedersela con lo sfidante Péter Magyar il prossimo 12 aprile). Dal presidente statunitense Donald Trump al premier israeliano Benjamin Netanyhau (in collegamento video), dal rappresentante di Sogno Georgiano Irak’li Kobakhidze alle sigle sovraniste di Chega (Portogallo), Vox (Spagna), da Matteo Salvini (anche lui per un breve saluto da remoto) fino all’ultraliberista argentino Javier Milei e alla leader delle forze neonaziste tedesche di AfD Alice Weidel, vecchi e nuovi interpreti del conservatorismo più esplicitamente anti-migranti (quando non direttamente a favore della “remigrazione”), anti-woke (cioè, nel loro lessico, per una visione il più possibile tradizionale dei rapporti di genere) e contrario alla “invasione islamica del Vecchio Continente” (dunque per una caratterizzazione di quest’ultimo come “patria della cristianità”) vedono nella repubblica centro-europea un fiero e arcigno “bastione dell’Occidente”, terra promessa di una progettualità politica che – dietro la maschera del “buon senso” – intende la democrazia in modo sempre più autoritario e discriminatorio.

E, d’altra parte, è così che l’Ungheria cerca di presentarsi da un po’ di anni: laboratorio ormai consolidato di (appunto) democrazia controllata o autoritarismo competitivo, di cui Orbán è stato pioniere, emblema delle “piccole nazioni” che non si piegano alla volontà della “tecnocrazia di Bruxelles”, ma al tempo stesso anche campo d’azione di una nuova destra che non rappresenta semplicemente un nazionalismo identitario bensì, forse, una maniera diversa (e in un certo senso, innovativa) di interpretare il rapporto fra potere e popolo, fra globale e locale, e che, in quanto tale, prova a porsi come avanguardia anche oltre i propri confini. Non a caso, è dal 2022 che la Cpac (oltre che, ovviamente, negli Stati Uniti e sporadicamente in qualche altro paese) si svolge con regolarità anche a Budapest.

Non a caso, la nuova amministrazione a stelle e strisce di Donald Trump sta mettendo in campo ben più di uno sforzo affinché l’attuale primo ministro ungherese e leader di Fidesz venga rieletto (per la quinta volta consecutiva): il segretario di stato Marco Rubio ha dato il proprio endorsement durante una recente visita ufficiale nel paese, mentre a ridosso delle elezioni è atteso il vice J.D.Vance. Da un lato, è quanto la compagine Maga sta facendo in maniera oramai sistematica da quando si è insediata alla guida degli Stati Uniti, sia ponendosi in maniera ben più che conflittuale nei confronti dell’Unione Europea in quanto istituzione comunitaria sia appoggiando quelle forze nazionali che, già dal canto loro, rivendicano una rigida opposizione alle politiche di Bruxelles (com’è stato l’anno scorso con l’AUR di George Simion in Romania).

Dall’altro, la ramificazione internazionale della destra ungherese rappresenta anche una dimensione strutturale del sistema di potere messo in piedi da Fidesz, per cui l’attacco ai centri di produzione intellettuale indipendenti (media e università, come quella dell’Europa Centrale) si è sviluppato in parallelo alla creazione e alla promozione di una fitta rete di think-tank, fondazioni e gruppi intellettuali che invece cercano di elaborare una linea di pensiero più fedele all’orientamento del governo e dei suoi potenziali alleati all’estero. Come ha riassunto Jean-Baptiste Chastand su Le Monde, si tratta di una sorta di “ecosistema” che nel frattempo ha anche attratto accademici e figure di destra da oltre frontiera, che in Ungheria possono trovare una maggiore libertà (sic) per esprimere e lavorare sulle proprie teorie senza che il dubbio sottotesto di queste ultime (che hanno spesso accenti razzisti o sessisti) costituisca un problema.

Infatti, e si tratta di un’assonanza non superficiale con il movimento statunitense che fa capo a Donald Trump – argomenta il politologo ungherese Péter Krekó – “l’estrema destra [contemporanea] ha cooptato in maniera efficace il linguaggio della libertà, autorappresentandosi come l’ultimo bastione della libertà d’espressione, dell’autonomia del corpo, e della sovranità nazionale di fronte a delle élite liberali intrusive e portatrici di oppressione”. Dunque, ripetono con enfasi i vari ospiti della Cpac (tra cui l’attivista olandese per la remigrazione Eva Vlaardingerbroek, che sostiene di fronte alla platea “il diritto delle persone bianche, popolo nativo del continente europeo, di preservare il proprio status di maggioranza etnica”), God bless Hungary, Dio benedica l’Ungheria (di Viktor Orbán).

Nuovi obiettivi polemici Tuttavia, l’impressione è che la conferenza conservatrice di quest’anno e, in generale, la campagna elettorale del primo ministro magiaro uscente abbiano relegato ai margini alcuni dei tradizionali obiettivi polemici (l’immigrazione, l’ideologia woke, il femminismo, ecc.) per concentrarsi appunto sull’Unione Europea e sui “liberali di Bruxelles” come principale spauracchio su cui costruire il proprio consenso. Con un corollario importante, ovvero che lo scetticismo (quando non il conflitto aperto) nei confronti dell’Europa si traduce in uno scetticismo e in una retorica estremamente ostile verso l’Ucraina, rea – nelle parole del leader di Fidesz – di “portare la guerra sul continente” e, addirittura di mettere in atto un “embargo energetico” contro l’Ungheria (un riferimento alle recenti schermaglie fra Kyiv e Budapest, derivate principalmente dalla ritrosia di quest’ultima a rinunciare al gas e al greggio di Mosca; anzi, i rapporti commerciali, nonché ideologici, fra Orbán e il leader del Cremlino Vladimir Putin sono intrecciati al punto che il paese magiaro ha da poco inaugurato sul proprio territorio una centrale nucleare di proprietà russa, Paks-II, nonostante l’opposizione di Bruxelles).

Accuse che, se si considera la partecipazione del movimento Maga a questo tipo di linea politica, non può che suonare paradossale, dal momento che – mentre tali parole vengono pronunciate – è il governo degli Stati Uniti a mettere in atto e stringere ulteriormente il blocco commerciale nei confronti dell’isola di Cuba. Anche per le strade delle città ungheresi, altrettanto paradossalmente, molto spesso più che i volti dei candidati alle elezioni nazionali si scorge quello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – a certificare quanto il tema della guerra in Ucraina sia stato posto al cuore della corsa al voto da parte dell’esecutivo magiaro.

Durante le manifestazioni a sostegno di Fidesz è possibile ascoltare dal palco proclami per cui “l’Ungheria non diventerà mai una colonia di Kyiv”, così come sui social media ci si imbatte in video generati attraverso l’intelligenza artificiale che mostrano una ragazza ungherese che piange la morte di suo padre, in uniforme militare, giustiziato – almeno così sembrerebbe – in Ucraina (il richiamo è, oltre che al conflitto in sé, anche alla protesta formale di inizio marzo da parte di Budapest per la coscrizione militare di due ungheresi etnici nell’esercito di Kyiv). Ma innumerevoli sono oramai i gesti ostili da parte di Orbán nei confronti del paese aggredito dalla Russia: i ripetuti veti presso il Consiglio Europeo a bloccare gli aiuti finanziari per l’Ucraina nonché il percorso ucraino di adesione all’Unione Europea; l’assalto da parte delle forze speciali ungheresi di due furgoni portavalori in transito verso l’Ucraina, con il conseguente fermo di un giorno di sette funzionari della banca statale ucraina Oschadbnak che si trovavano a bordo del veicolo a inizio marzo; a maggio dello scorso anno, invece, i servizi di sicurezza ucraini avevano smantellato una rete di spionaggio militare in Transcarpazia (la regione ucraina dell’ovest dove è appunto presente la più parte della comunità magiara) che è stata descritta come riconducibile all’intelligence ungherese.

Non da ultimo, il recente “scandalo” in cui è coinvolto il ministro degli esteri Peter Szijjártó, che ha ammesso – dopo essere stato accusato a mezzo stampa da alcuni funzionari europei – di intrattenere colloqui regolari con Mosca e di passare a quest’ultima informazioni relative a politiche e decisioni dell’Unione, a riprova di quanto i rapporti fra la repubblica magiara e il Cremlino siano tuttavia molto stretti e vadano oltre il piano dei benefici commerciali ed energetici. Tutta questa serie di screzi e conflitti con Kyiv, comunque, è sì una conseguenza della vicinanza fra Ungheria e Russia ma rappresenta anche la prosecuzione, a tratti parossistica, delle politiche orbaniane verso le comunità ungherese transfrontaliere.

A partire dal suo secondo mandato, il leader di Fidesz si è infatti speso per semplificare il processo di naturalizzazione dei magiari all’estero, garantire loro il diritto di voto e destinare fondi e risorse per le diverse comunità divise fra Ucraina, Romania, Slovacchia e Serbia. Una strategia che, fra le altre cose, ha ripagato in termini di consenso, dal momento che le percentuali per il partito di governo nei seggi all’estero si aggirano stabilmente attorno al 90% – anche se, forse per la prima volta in questa occasione, il livello di tensione raggiunto nei rapporti con Kyiv, potrebbe creare qualche riorientamento di preferenza elettorale presso gli ungheresi in Transcarpazia (nel mentre che il ruolo di Orbán come “protettore degli ungheresi all’estero” è stato di recente messo in discussione da alcuni sviluppi in Slovacchia, per quanto qui alla comunità magiara non è consentita la doppia cittadinanza).

A ogni modo un contenzioso fra Ungheria e Ucraina si era già prodotto prima dell’invasione su larga scala, nel 2017, e aveva come oggetto l’introduzione di una nuova legge educativa da parte del governo di Kyiv che avrebbe potuto limitare i diritti linguistici delle minoranze, tra cui quelle ungheresi. Questo fondo di ostilità, derivante a sua volta dallo studiato atteggiamento verso le comunità transfrontaliere che il leader di Fidesz ha costruito nel corso del tempo, si è dunque “saldato” alla rinnovata e accresciuta fedeltà, più o meno strumentale, verso il Cremlino anche dopo che questo ha deciso di scatenare guerra oltre i suoi confini e si è posto in definitiva rotta di collisione con l’Europa.

Soprattutto, il conflitto armato in Ucraina serve a Budapest per rilanciare e rinfocolare la percezione dell’Ungheria come un paese in costante assedio da parte di minacce esterne (ruolo che prima magari era svolto dai migranti, poi appunto dal woke o affini). Non solo, nel momento in cui gli ultimi anni hanno visto una situazione di generico declino economico e di scarso miglioramento del benessere dei cittadini, l’esasperazione delle questioni internazionali rappresenta una carta facile da giocare per distogliere l’attenzione dai problemi interni.

Vero è, comunque, che la linea scelta dal primo ministro si riflette parzialmente anche presso la popolazione: alcuni sondaggi indicano che il 27% degli ungheresi vede Kyiv come la principale minaccia per il proprio paese (e un 33% assegna invece questo ruolo a Mosca). È la propaganda di Orbán, supportata e diffusa tra l’altro dal fitto ecosistema di centri intellettuali che si citava in apertura, a influenzare l’elettorato e magari, visto il carattere illiberale e censorio dell’attuale sistema di governo, anche a stimolare risposte e adesioni politiche più fideistiche che criticamente sincere?

Sul tema non si è sbilanciato troppo nemmeno il candidato d’opposizione Magyar, per quanto il suo orientamento sia decisamente più filoeuropeo e meno accondiscendente nei confronti del Cremlino. Tuttavia è probabile che un eventuale cambio di timone a Budapest porti anche a rasserenare un clima politico sempre più irrigidito nel tempo, con la conseguente apertura di spazi di opinione e ripensamenti strategici che all’oggi appaiono estremamente distanti dall’orizzonte delle possibilità.

Un comodo nemico? Nonostante le difficoltà (e la popolarità dello sfidante, che da diverse analisi è dato in testa nella corsa elettorale), Orbán continua comunque a godere di un appoggio trasversale delle destre europee e internazionali.

Se è vero che l’alleanza di Visegrád (quel consenso politico che in passato univa Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) è sostanzialmente defunta dopo l’invasione russa in Ucraina, data soprattutto l’intransigenza di Varsavia (ma anche di Praga) nei confronti del Cremlino, con il ritorno al potere di Robert Fico in Slovacchia il primo ministro magiaro può contare ancora su una stampella piuttosto solida nelle sue politiche di contrasto all’Unione Europea e di rivendicazione di una “sovranità energetica” che continua a legarlo al gas e al greggio di Mosca. Ma non va sottovalutata nemmeno la presenza alla Cpac dell’ex-capo dell’esecutivo polacco Mateusz Morawiecki, esponente della forza ultraconservatrice del PiS sì scalzata alle ultime elezioni dai centristi ma in ogni caso durevole soggetto di peso sulla scena politica del paese a est dell’Oder.

Morawiecki, infatti, durante la conferenza si è augurato una “riconquista” dell’egemonia sovranista presso il gruppo di Visegrád. Il punto è che Orbán e il suo sistema di potere continuano a rappresentare – pur dentro una relativa marginalità sullo scacchiere globale – una pluralità di linee e opzioni politiche che entrano in sintonia con e ispirano una altrettanto grande pluralità di forze di destra di numerosi paesi.

Se, restando al contesto italiano, la centralità del discorso (e delle azioni) contrarie ai migranti combacia certo con l’atteggiamento e la postura della Lega di Salvini, l’idea di un premierato forte che non deve troppo rendere conto alla stampa e all’opinione pubblica e può facilmente scavalcare il bilanciamento democratico dei poteri (pur conservandone la struttura, sempre più svuotata) non può che attirare l’attenzione di Giorgia Meloni. Così come la strumentalizzazione delle guerre culturali e l’insistenza su una visione conservatrice della società e del rapporto fra i generi pone il leader di Fidesz in evidente consonanza con l’alt-right statunitense, da un lato, e la miriade di associazioni e gruppi di lobbistici pro-vita e anti-femministi, dall’altro.

Un magma, ormai codificato da anni ma al tempo stesso sufficientemente flessibile da adattarsi alle circostanze del momento (come con la guerra in Ucraina), che appunto rimanda anche alla tradizionale conflittualità dei movimenti e delle tendenze sovraniste verso l’Unione Europea: in questo senso l’Ungheria di Orbán, più che costituire un caso isolato nel panorama continentale, occupa in realtà una posizione eclettica, e per certi versi di eclettica efficacia, nelle dinamiche istituzionali di Bruxelles. In costante tensione, ai limiti dello strappo, sulle politiche a sostegno di Kyiv, ma al contempo in buoni se non ottimi rapporti – anche in termini di allargamento comunitario – con l’area dei Balcani orientali (dove si sconta un certo grado di insoddisfazione per le promesse di ingresso nell’Unione Europea, poi eternamente ritardate); interprete di un modo autocratico e illiberale di intendere la democrazia, ma al contempo depositario di un consenso ancora durevole e in contatto con alcuni dei sentimenti e delle paure che ancora paiono maggioritari presso le popolazioni “occidentali”.

In generale, il dibattito sulla possibilità di eliminare il diritto di veto a livello comunitario appare ancora a una fase talmente embrionale – e talmente foriera di potenziali screzi e opposizioni all’interno dei diversi stati membri – che difficilmente potrà concretizzarsi in un futuro prossimo. L’orizzonte, dal punto di vista delle nuove destre, più che inseguire improbabili scenari di uscita dalle strutture comunitarie (che appartenevano forse a una fase politica passata), è quello allora di stare, paradossalmente, dentro e contro l’Unione Europea, assorbendone il più possibile i benefici ma contemporaneamente bloccando qualsiasi tipo di processo che vada nella direzione di un’integrazione più ampia e profonda.

D’altra parte, è la stessa politica di Bruxelles pronta e determinata a compiere passi decisivi in questo senso? L’apertura nei confronti dell’Ucraina (e della Moldova e della Georgia) è avvenuta tra proclami piuttosto altisonanti, ma si è instradata a procedere – non senza buone ragioni, che tuttavia cozzano con il carattere emergenziale dato dalla guerra – sulla “solita” strada composta da tecnicismi ed equilibrismi tecnocratici.

La partita che si è giocata recentemente sulla confisca degli asset russi, anch’essa comunque problematica in sé per diversi motivi di natura finanziaria, ha comunque visto in primo luogo l’opposizione del Belgio (e non di un paese con governi comunemente considerati “euroscettici”) e si è risolta con una soluzione di compromesso. Il fatto è che a livello europeo – come ha notato di recente, tra gli altri, il giornalista ed esperto di nuove destre Valerio Renzi – il “cordone sanitario” contro le forze sovraniste su cui si è basata inizialmente la maggioranza a favore di Ursula von der Leyen è ormai una barricata estremamente friabile, e le convergenze fra Popolari e destre sono sempre più sistematiche, come è successo qualche giorno fa anche con la stretta su rimpatri e migranti.

Il dubbio, pertanto, è che l’Ungheria di Orbán sia sì un alleato “di ferro” e magari anche “di comodo” per tanti rappresentanti della “internazionale nera” delle forze ultra-conservatrici a livello mondiale, ma anche un comodo nemico per un progressismo europeo che, al momento, non sembra avere né i mezzi né la volontà di cambiare uno status-quo sempre più irretito e impotente di fronte agli sconvolgimenti di portata globale e regionale. CREDITI FOTO:

Viktor Orbán al Conservative Political Action Conference (CPAC), Budapest, 25 Aprile 2024. SZILARD KOSZTICSAK/ANSA L'articolo L’Ungheria di Orbán, capitale delle destre internazionali proviene da MicroMega.

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