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L’8 marzo del governo Meloni ai tempi di “Per sempre sì”
È l’anno – è il caso di dirlo proprio così – del Signore 2026, e dalla seconda ondata dei femminismi, dalla rivoluzione sessuale, dall’amore libero e dalle sperimentazioni relazionali del ‘900 sono passati più di cinquant’anni, sessanta se si calcola l’epoca pre-femminista della controcultura. Il 22 gennaio la senatrice leghista Giulia Bongiorno ha fatto saltare l’accordo su una riforma della legislazione in materia di violenza sessuale che per la prima volta introduceva il consenso “libero e attuale”, cioè attivo, revocabile e preventivo, legge messa a punto con un accordo trasversale fra maggioranza e opposizione e già votata alla Camera.
Facendosi braccio armato dei maschi del suo partito, Bongiorno ha presentato un disegno di legge che sostituisce il consenso con il “dissenso”, vale a dire: devi provare di aver detto no. Il 24 febbraio la Ragioneria dello Stato ha bocciato una proposta di estensione del congedo obbligatorio per i padri che lo avrebbe portato a 5 mesi (dagli attuali 10 giorni).
Il governo non ha nemmeno provato a trovare le coperture. Il 4 marzo, un decreto a firma Giorgia Meloni ed Eugenia Roccella ha abolito la figura delle Consigliere di Parità, ruolo istituito per combattere le discriminazioni sul lavoro e promuovere le pari opportunità, a cui, (con suprema ironia) Roccella detiene la delega.
E al Festival di Sanremo, vero e unico termometro dell’indirizzo culturale del paese, vince una canzone neomelodica sul matrimonio religioso che sembra fatta apposta per fare cassa alle feste di nozze del sud, con tanto di coreografia che indica l’anello. È qui che ci trova la Giornata internazionale della donna, 8 marzo, “Festa della donna” per il marketing che deve inventarsi promozioni e per chi non ha mai aperto un libro di storia neanche per sbaglio.
Del resto, nei manuali scolastici è difficile che venga segnalata con dovizia di dettagli l’iniziativa delle prime parlamentari della Repubblica per l’istituzione della ricorrenza, che scelse la mimosa come fiore simbolico senza prevedere che il cambiamento climatico l’avrebbe fatta fiorire addirittura a fine gennaio. Era ed è una giornata in cui si dovrebbe fare il punto sullo stato delle donne, da sempre trattate come bestie da soma e ricompensate con adulazioni al loro sacrificio quotidiano: e guardandoci intorno, anche quest’anno, non possiamo che constatare che non solo non si è andati granché avanti, ma abbiamo innestato la retromarcia.
Per la prima volta nella storia d’Italia, a capo del governo c’è una donna. E questa donna non ha il minimo interesse a mettere la collettività e le difficoltà strutturali delle sue pari al centro del discorso.
Da brava donna di destra, Giorgia Meloni non può e non vuole riconoscere la natura sistemica dei problemi, anzi: da quando è al governo (quindi: lei è il sistema), ha anche deciso che i problemi non esistono più, le donne stanno benissimo, le madri ancora meglio. Secondo Eurostat, l’Italia è agli ultimi posti per occupazione femminile, crescono il lavoro povero e il divario retributivo e contributivo.
Non è difficile capire come il matrimonio cantato da Sal Da Vinci al Festival della canzone italiana possa ridiventare l’ultimo bene-rifugio delle donne, in una società che continua a trattarci come ospiti del nostro stesso paese. Gli uomini che si lamentano di dover mantenere le mogli, o peggio, le ex mogli, non sembrano essere inclini a organizzarsi perché le donne possano lavorare fuori casa pagate quanto loro e senza dover collassare per la fatica di tenere insieme tutto.
Si fa prima a romanticizzare il “per sempre sì” che a garantire la possibilità di emanciparsi in qualsiasi momento da una relazione affaticata, o a non dover rinunciare alla realizzazione personale per dedicare alla prole un tempo assolutamente dispari rispetto a quello dei coniugi. Delle donne, Meloni si occupa poco: ma è sempre lesta a strumentalizzare i temi cari ai femminismi per fare propaganda razzista e xenofoba.
Con una card (poi cancellata) pubblicata sui social, e che ritraeva proprio la premier con sguardo fiero, mento sollevato e capelli mossi dal vento della vittoria, Fratelli d’Italia ha fatto campagna per il voto al referendum confermativo della riforma della giustizia con questi toni: “I giudici bloccano i rimpatri degli stupratori.
Dove sono le femministe? Vota sì, non ci sarà un’altra occasione”.
Del resto, lo “stupratore” (inteso come qualsiasi persona migrante di genere maschile, non stiamo ad andare tanto per il sottile) ha sempre meno capitale sociale da spendere a protezione della propria reputazione in caso di denuncia. Se sei bianco e benestante, un parente della tua vittima o il partner, la maggioranza di governo pensa che sia lei a dover provare di averti detto di no quando avevi già cominciato a toccarla senza il suo consenso.
Gli stupratori stranieri li mandiamo via, quelli nostrani ce li teniamo cari e facciamo le leggi apposta per tutelarli e scaricare sulle vittime il peso di un’ulteriore violenza psicologica. Così magari si scoraggiano e smettono di denunciarli.
Se Meloni vuole sapere dove eravamo: in piazza contro la legge voluta dai suoi alleati, che cementerebbe una pessima pratica già in uso nei tribunali italiani e che ha portato ad assoluzioni con motivazioni surreali, dalla palpata durata “meno di dieci secondi” alla “porta del bagno lasciata aperta per farsi passare i fazzoletti”. Ci torneremo anche quest’anno, come sempre, perché quando si fa più buio bisogna tenere duro e continuare a occupare gli spazi, restare visibili, tenere accesa la fiamma della protesta.
Ce lo diciamo ogni anno, e ogni anno – per fortuna – il corteo si rimpolpa di uomini, persone trans, persone non binarie, soggettività che non rientrano nella definizione di “donna” ma che riconoscono l’origine delle difficoltà, dell’oppressione e delle discriminazioni: ed è il patriarcato, che non è un ente esterno a noi o un fenomeno nella società, ma la società stessa, la sua struttura e articolazione. Una recente ricerca Ipsos condotta in 29 paesi del mondo ha rilevato che il 31% (quasi un terzo: c’è da mettersi a urlare) dei giovani uomini della Generazione Z ha un’idea delle relazioni molto più retrograda dei Baby Boomer: questi maschi fragili ritengono che le donne debbano obbedire alla loro autorità.
Il “potere dei padri” che diventa potere dei fratelli, compagni e mariti, quelli a cui, con immutato ottimismo ma pure con crescente infrequenza, diciamo “per sempre sì” sperando che questo non ci costi, letteralmente, la vita. Immagine in anteprima: frame video La Repubblica via YouTube