Politica
Da Albanese a Ghali: fake news e censure in nome della lotta all’antisemitismo
Per il rappresentante di Gerusalemme all’Onu è “una strega fallita”. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati da Israele, è un bersaglio perfetto.
Si spara su di lei per colpire ciò che sta diventando coscienza comune nella maggioranza dei Paesi: in Israele vigono col governo Nethanyahu un apartheid di fatto verso i non ebrei e una pratica genocidiaria nei confronti dei palestinesi. Concetti indigeriti in un Occidente che non si capacita di non essere più l’ombelico del mondo.
Il nodo è enorme e dolente. Ma cosa ha combinato stavolta l’avvocata esperta di diritto internazionale?
Già sanzionata dagli Usa nel luglio scorso, perché “colpevole” di aver presentato alle Nazioni Unite un documentato dossier sulla complicità di fatto tra politiche anti-umanitarie a Gaza e Cisgiordania e grandi imprese degli armamenti, dell’intelligence e della logistica, Albanese è stata adesso accusata di aver pubblicamente parlato di Israele come di un “nemico comune dell’umanità” durante un collegamento, il 7 febbraio scorso, con un convegno giuridico internazionale organizzato da Al Jazeera in Qatar. Francesca Albanese Una sessantina di parlamentari francesi, compresa l’ex prima ministra Élisabeth Borne, ha chiesto al governo misure contro di lei e il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha rincarato in Assemblea Nazionale dichiarando che la Francia chiederà alle Nazioni Unite la sua rimozione alla prossima sessione del Consiglio per i diritti umani del 23 febbraio.
La Germania del cancelliere conservatore Merz ne ha invocato le dimissioni a causa della “posizione insostenibile di Francesca Albanese su Israele”. Stessa lunghezza d’onda per l’Ungheria, Salvini (si dimetta, “fomenta più che leciti sospetti sul suo antisemitismo”) e il nostro ministro degli Esteri Tajani:
“Le sue affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite”. C’è solo un problema per i ben imbeccati dal prodigioso dispositivo manipolatorio di Tel Aviv, ed è che Albanese MAI ha detto che Israele è il “nemico comune dell’umanità”.
L’avvocata ha così commentato l’incommentabile manovra orwelliana di ribaltamento della realtà: “Circola un video manomesso (tutto verificabile sul web, ndr) di una organizzazione che difende l’apartheid israeliana” e adesso “il ministro francese si scusi oppure è in malafede”.
Il testo integrale della relatrice Onu al convegno di Al Jazeera Infliggiamo ai lettori, per onorare la verità in questo tempo di slavine morali, il testo integrale della relatrice Onu al convegno giuridico di Al Jazeera, è un documento indispensabile per capire e chiederci: a che punto è la notte? Ecco il testo (il corsivo è nostro):
“Abbiamo passato gli ultimi due anni assistendo alla pianificazione e alla realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è ancora finito. Genocidio è la distruzione intenzionale di un gruppo come tale, è chiaramente svelato.
Era nell’aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile denunciare il genocidio.
Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel mondo dei media a causa di tutte le perdite subite come media company (dieci tra giornalisti e collaboratori uccisi, ma nel complesso tra giornalisti e reporter di radio e tv palestinesi, i morti dall’ottobre 2023 sono ben oltre i duecento, ndr), ma nessuno lo conosce meglio dei palestinesi stessi. I palestinesi hanno continuato a narrare il diluvio che si è abbattuto su di loro senza sosta.
E questa è una sfida, il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo si sia armata, dandogli scuse e copertura politiche, sostegno economico e finanziario. E questa è una sfida, il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro-apartheid e genocidiaria è una sfida”.
Continua Albanese: “Ed è qui che sta anche l’opportunità: se è vero che il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è altrettanto vero che la comunità internazionale non si era mai trovata prima davanti a sfide di questo tipo.
Noi, che non controlliamo grandi risorse finanziarie, né algoritmi né armi, stiamo capendo che, come umanità, abbiamo un nemico comune. E le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultima via pacifica, l’ultima cassetta degli attrezzi pacifica che abbiamo per riconquistare la nostra libertà.
Ma dobbiamo sollevarci, fare la cosa giusta, tutti noi nella nostra sfera individuale. Siamo avvocati, giornalisti, educatori, studenti, cittadini comuni nelle loro case.
Tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere e questo ruolo sta cambiando le nostre abitudini, da ciò che scegliamo, compriamo, leggiamo, consumiamo a come ci poniamo di fronte al potere. Dobbiamo essere in grado di farci sentire, abbiamo bisogno di avere la forza di rispecchiarci negli altri, vedere i nostri fratelli e sorelle e sentirli come alleati.
E sotto questo aspetto penso che al Jazeera abbia una sfida più grande di altre, perché deve rimanere fedele ai suoi valori fondamentali, fedele alla missione che l’ha resa nota in tutto il mondo, la sua capacità di produrre notizie vere e marciare attraverso di esse verso la giustizia. Credo davvero che la Palestina sarà libera, credo che saremo tutti liberi perché troppa coscienza dei diritti umani è radicata nel mondo di oggi, dopo ottanta anni di predicazione e insegnamento dei diritti umani.
Dobbiamo agire e il momento è adesso per un 2026 di pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia”. Vien da gridare: beato chi ha – appunto – sete di giustizia, perché verrà giustiziato.
Fino a quando si potrà denunciare il dramma di un popolo con la parola giusta, senza essere tacciati di antisemitismo? Genocidio.
Non è un’alzata d’ingegno dei malefici pro-Pal e lo ha spiegato bene Luigi Marini, già magistrato e segretario generale della Corte di Cassazione, sul sito questionegiustizia.it facendo riferimento alla relazione di 70 pagine e 800 note esplicative che la Commissione Onu sui Territori occupati da Israele ha presentato il 16 settembre 2025, concludendo che le condotte poste in essere dal Paese occupante possono essere qualificate come genocidio ai sensi della Convenzione internazionale del 9 dicembre 1948 che all’articolo II recita tra l’altro: “Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a.
Uccisione di membri del gruppo; b. Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c.
Sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale”. Scrivono infatti nel settembre scorso i commissari Onu – regolarmente accusati da Israele di preconcetta ostilità e complicità coi terroristi – che “gli eventi in Gaza a partire dal 7 ottobre 2023 non sono accaduti isolatamente, sono stati preceduti da decadi di occupazione illegale e di repressione seguendo una ideologia che richiede la rimozione della popolazione palestinese dalla sua terra e la sua sostituzione”.
Ci sono insomma ragionevoli elementi per affermare che “le autorità di Israele e le sue forze di sicurezza hanno commesso e continuano a commettere più condotte illegali”. Non basta: il Presidente Herzog, il primo ministro Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant hanno reso dichiarazioni di incitamento al genocidio e le altre autorità israeliane hanno omesso di agire al fine di punire tali condotte.
Si è in presenza di una “volontà genocidiaria di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella Striscia di Gaza”. Da tutto ciò discende “che lo Stato di Israele ha la responsabilità per la mancata prevenzione del genocidio, la commissione di genocidio e la mancata punizione degli autori del genocidio contro i Palestinesi nella Striscia di Gaza”.
Domanda: riferirsi a un documento dell’Onu è un atteggiamento antisemita? Strepitosa tattica quella di fondere nel medesimo anatema l’antisemitismo fondato sul pregiudizio etnico/religioso e l’antisionismo basato sul giudizio negativo verso politiche concrete.
Sono termini indicanti cose diverse. Le altre “piccole storie ignobili” di questo tempo Ghali Passiamo a qualche nostrana “piccola storia ignobile (cit.
Francesco Guccini, “Via Paolo Fabbri 43”), al solito non ci facciamo mancare niente. Come Strisciarossa ha ricordato, il rapper Ghali, italiano di origini tunisine, invitato alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, è stato dissuaso dallo spendere qualche parola sulla sorte dei palestinesi e ha recitato le potenti parole contro la guerra di Gianni Rodari contenute in “Promemoria”.
Il resto lo lasciamo raccontare a una delle massime esperte di Palestina e Vicino Oriente, Paola Caridi: “Ghali ha recitato in italiano e in francese.
Ghali conosce molte lingue. Tra le sue lingue madri – la vera lingua materna – c’è l’arabo, spesso usata nei suoi brani.
All’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, però, Ghali non ha potuto usare l’arabo – l’arabo, la lingua della poesia – nel recitare i versi di Rodari che facevano riguadagnare all’umanità uno spazio così popolare. Diffuso”.
Paola ha rimediato pubblicando “Promemoria” in arabo sul suo profilo facebook, grazie alla voce recitante di Nabil Bey Salameh, palestinese e italiano, poeta, cantante ed etnomusicologo. Aria di lingue tagliate, grazie Meloni.
A coronare un andazzo censorio sull’onda di un bieco opportunismo governativo che preoccupa la coscienza civile, c’è anche una nuovissima legge “per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo” assegnata alla 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali) del Senato in sede redigente, inizio lavori il 15 febbraio. Vediamo.
La legge adotta la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) il 26 maggio 2016, dove per antisemitismo s’intende “una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici”. L’intento è promuovere “una cultura libera da pregiudizi e stereotipi nei confronti degli Ebrei in quanto popolo”.
Abbiamo già la legge Mancino del ’93 contro la discriminazione e l’odio razziale, etnico o religioso e un’altra legge, la 115 del 2016, contempla il reato di negazionismo dell’Olocausto. Non bastano?
Poi dai una scorsa all’intera legge, contenente propositi più che auspicabili contro una odiosa forma di razzismo, e a un certo punto si legge: “Il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica per ragioni di moralità, di cui all’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, può essere motivato anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”.
Allora, se sfilo sotto lo striscione “From the River to the sea Palestina will be free” commetto un reato? Quella dizione che richiama l’auspicio ideale di una terra in cui palestinesi ed ebrei convivano in pace, non si può esprimere?
E se sostengo che Nethanyahu e soci sono autentici macellai non posso dirlo perché godono di un’immunità in quanto ebrei? Cos’è, un privilegio, questo sì, etnico?
Idem se pronuncio la parola “genocidio”, anche se vidimata dall’Onu? Se spiego che in Israele de facto c’è l’apartheid commetto un reato?
Nel luglio 2018 la Knesset, il parlamento di Tel Aviv, ha approvato una legge che sancisce Israele come “Stato-nazione del popolo ebraico” e incoraggia insediamenti ebraici (senza parlare di confini: lasciamo fare alla… provvidenza). Gli israeliani non ebrei sono due milioni e mezzo, secondo quella legge coloniale sono a tutti gli effetti cittadini di seconda categoria.
Sono antisemita se lo affermo? E se metto in dubbio la possibilità che possa essere democratico uno Stato che si definisce ebraico, quindi su basi religiose?
Se distinguo fermamente Eretz Israel, la Terra promessa dalla Bibbia, intimamente connessa al futuribile ritorno del Messia, da Medinat Israel, ovvero lo Stato di Israele, sono antisemita? Risposta: no, sono uno delle migliaia di ebrei antisionisti ultraortodossi, appartenenti a diverse correnti, che sostengono l’Aliya, il ritorno alla Terra Promessa ma non il sionismo, movimento reputato laico fin dagli albori e non aderente alla Torah.
Sarei per questo un ebreo antisemita? Peraltro la legge del 2018 ha violato chiaramente lo stesso spirito della Dichiarazione di indipendenza del ’48 letta da Ben Gurion a Tel Aviv e che prescriveva “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”.
Con Israele definito dalla legge “stato-nazione del popolo ebraico” il diritto all’autodeterminazione è invece limitato agli ebrei. Dobbiamo stare zitti?
Leggete qua: “Avremo dunque una teocrazia?
No: la fede ci rende uniti, la scienza ci rende liberi. Non permetteremo affatto che le velleità teocratiche di alcuni nostri rabbini prendano piede: sapremo tenerle ben chiuse nei loro templi, come rinchiuderemo nelle caserme il nostro esercito di professione.
Esercito e clero devono venire così altamente onorati come esigono e meritano le loro belle funzioni; nello Stato, che li tratta con particolare riguardo, non hanno da metter bocca, ché altrimenti provocherebbero difficoltà esterne e interne”. Parole di Theodor Herzl (“Lo Stato degli Ebrei, Treves editore, pagg. 129-130), padre fondatore del sionismo, scomparso nel 1904.
Cortocircuiti folli che accadono nell’epoca dei sovranismi, del rombante risorgere della legge del più forte, dei grandi feudatari e relativi, miopi vassalli. Compresi i La Russa che oggi impugnano la bandiera insanguinata con la Stella di Davide e ieri si crogiolavano nel ricordo nostalgico del Benito fautore delle leggi razziali e complice fino in fondo dei rastrellamenti dell’ottobre ‘43 nel Ghetto di Roma.
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