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Cultura

In Egitto, sulle orme di Erodoto

Mercoledì 7 gennaio 2026 ore 14:00 Fonte: La ricerca
In Egitto, sulle orme di Erodoto
La ricerca

Veduta delle piramidi di Giza Finalmente. Dopo una vita passata a spiegare agli studenti di Liceo la storia e la civiltà dell’Antico Egitto, nonché a scriverne in vari manuali, in Egitto ci sono stato anch’io: proprio come Erodoto (V secolo a.C.), del quale ho più e più volte – già dai tempi dell’università – letto con attenzione il vasto excursus sugli Egizi contenuto nel secondo libro delle sue Storie.

Insomma, rubando il titolo a un noto quanto bellissimo libro di Ryszard Kapuściński, ho provato (e sottolineo “ho provato”) a mettermi In viaggio con Erodoto (Feltrinelli, Milano 2005); un compagno di viaggio – costui – curioso e stimolante come pochi. Si è trattato dunque – oltre che di un viaggio di piacere, perché negarlo? – di un viaggio necessario, troppe volte rimandato per eventi imprevedibili (tra gli ultimi il Covid-19!) e poi consapevolmente fatto coincidere con l’inaugurazione (anch’essa più volte rimandata…) del nuovo, “faraonico” (scusate l’ovvietà), Grand Egyptian Museum (acronimo GEM), finalmente aperto al pubblico nella sua interezza lo scorso novembre 2025 Egittomania di ieri e di oggi In molti, da ogni parte del mondo, sembra che abbiano avuto la mia stessa idea, perché le località archeologiche egiziane in queste vacanze natalizie sembravano affollate come le calli di Venezia nei giorni del Carnevale o le chiese di Roma nell’anno giubilare.

In effetti – complice un robusto tam tam mediatico – l’apertura del nuovo museo pare avere rinnovato quella sorta di egittomania che pervase l’Europa dopo la spedizione napoleonica in Egitto (1798-1801), che si concretizzò con la decifrazione dei geroglifici – per il tramite della Stele di Rosetta – da parte di Jean-François Champollion (1822). Ma che vide pure il proliferare di archeologi ed egittologi veri o presunti, come il famoso (o famigerato?) padovano Giovan Battista Belzoni, esploratore spregiudicato e fortunato scopritore (e venditore…) di tesori archeologici, tra i quali il busto colossale di Ramesse II da Luxor – ora al British Museum – che ispirò nel 1817 al grande poeta inglese Percy Bysshe Shelley il celebre sonetto Ozymandias, nome greco con il quale Diodoro Siculo chiamava quel faraone.

E qui potrei andare avanti a lungo; invece mi fermo anticipando che intendo scrivere un breve reportage su questo mio viaggio dividendolo in due parti: una prima relativa al GEM e al contesto nel quale di trova, Giza, a poca distanza dalle più celebri piramidi e dalla Sfinge; una seconda relativa ai templi di Abu Simbel e File, e ai loro quasi incredibili “spostamenti”. Le piramidi di Giza I gradoni della piramide di Cheope.

Giza si trova lungo la sponda occidentale del fiume Nilo, a una ventina di chilometri a sud-ovest del Cairo. Siamo dunque nel cosiddetto “Basso Egitto”, non lontani dalla città di Menfi, capitale dell’Egitto faraonico durante l’Antico Regno (2750-2400 a.C.).

I faraoni della IV dinastia Cheope, Chefren e Micerino (nonno, padre e nipote, tutti e tre discretamente megalomani…) ne hanno fatto un importante luogo monumentale, erigendo – accanto a necropoli con sepolture minori – le loro tre grandi piramidi in pietra calcarea a ovest del Nilo, area ritenuta più adatta dalla religione egizia a ospitare i defunti. Tra le tre spicca, per le sue dimensioni, la piramide di Cheope, alta 138 metri, che stupisce non solo per la sua imponenza, ma anche per la complessità della struttura interna, dove si trova la camera sepolcrale.

In realtà devo confessare che – timoroso dei cunicoli stretti e ripidi e parimenti dissuaso dalla coda infinita per entrare (due ore circa) – io quell’interno l’ho visto solo nelle immagini dei libri e in qualche filmato televisivo. Chissà se invece il nostro Erodoto c’è entrato, magari con il taccuino del reporter in mano, come molti altri che già in antico violarono (spesso per depredarle) le sedi del beato aldilà dei sovrani egizi; infatti di questo monumento (come delle altre piramidi che lo affiancano) ha lasciato una dettagliata descrizione, della quale ripropongo qui solo una parte:

Il re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale. Per la costruzione della piramide occorsero vent’anni.

Essa è quadrata. Presenta da tutti i lati una faccia di otto plettri, un’altezza uguale.

È di pietre levigate e perfettamente connesse, di cui nessuna misura meno di trenta piedi. Questa piramide fu costruita a gradini, chiamati merli o altarini.

E quando si giunse a tal punto della costruzione, le rimanenti pietre furono sollevate con macchine fatte di legni corti. (Erodoto, Le storie, 2, 124-125, trad. L. Rossetti, in Storici greci, Newton Compton, Roma 2007, Prima edizione ebook: aprile 2013) La Sfinge, icona del potere faraonico La Sfinge e le piramidi Accanto alla piramide del figlio di Cheope – cioè Chefren – è poi collocata la Sfinge, enorme scultura in pietra calcarea che raffigura un essere con il corpo di leone e testa umana, che misura 73 metri di lunghezza e 20 di altezza.

La vicinanza alla piramide di Chefren ha fatto credere agli studiosi che il volto – gravemente danneggiato dal tempo (e non dai cannoni di Napoleone, come erroneamente si credeva: al povero Napoleone sono stati spesso attribuiti misfatti non suoi!) – sia quello di questo sovrano, e che la statua ne voglia simboleggiare la forza, l’intelligenza, ma soprattutto il grande potere del quale è segno esteriore il copricapo a righe detto nemes, ancora ben visibile; del cobra sacro sulla fronte e della barba posticcia restano invece solo i segni. La visuale dell’area archeologica di Giza che si può avere stando su una piccola altura di fronte alla Sfinge è davvero impagabile, e immagino che anche Erodoto ne sia stato folgorato; nonostante ciò il nostro non menziona direttamente la Sfinge di Giza, ma afferma – più in generale – che le sfingi egizie avevano tratti maschili, a differenza di quelle greche col volto di donna.

Ennesimo esempio, questo, del tentativo erodoteo di proporre confronti tra civiltà e culture diverse, con un rispetto per l’alterità che – se non incondizionato (i barbari sono pur sempre tali agli occhi di un ellenofono) – è comunque encomiabile per l’epoca. Il nuovo Grand Egyptian Museum La facciata del GEM Quello che lo storico greco non poteva certamente prevedere (nonostante una certa consuetudine con sacerdoti e oracoli) è il fatto che nel mese di novembre del 2025, dopo oltre 20 anni di lavori, sarebbe stato inaugurato non lontano da piramidi e Sfinge l’avveniristico Grand Egyptian Museum.

L’edificio è stato progettato da un team di architetti coordinati da Heneghan Peng Architects (HPARC), uno studio di architettura con sede a Dublino e a Berlino, e la sua imponente struttura – in marmo, vetro e alabastro – lo ha già fatto definire la “quarta piramide” del luogo, anche alla luce delle sue impressionanti dimensioni, che lo rendono (pare) il museo più grande al mondo. Misura infatti quasi 500.000 mq (circa il doppio del Louvre, si dice) pensati per ospitare oltre 100.000 reperti di storia egizia (20.000 dei quali mai esposti), tra i quali il preziosissimo tesoro di Tutankhamon, prima esposto – pur se in forma parziale – al vecchio Museo Egizio del Cairo (collocato dal 1902 in piazza Midan Tahir), che resterà comunque aperto.

Colosso di Ramesse II Impossibile in questa sede neppure una brevissima elencazione dei capolavori conservati, del cui straordinario livello il visitatore è subito avvisato, all’ingresso, dalla vista di una colossale statua di Ramesse II, trovata nel 1822, che è stata spostata dalla piazza Ramses del Cairo, nonché di due altre – più recenti ma non meno importanti – di Tolomeo II e Arsinoe II. Tutankhamon superstar Ovviamente la mia è stata una visita troppo breve rispetto a quanto avrei desiderato, ma nei giorni successivi ho capito che ovunque in Egitto il tempo è sempre troppo poco rispetto alle cose da vedere; inoltre è stata resa piuttosto faticosa dalla quantità enorme di persone presenti nel museo, che spesso impediva una vista sufficientemente tranquilla dei “pezzi” più pregiati.

Si parla per il GEM (ma non sono cifre da me verificate puntualmente) di oltre 15.000 presenze al giorno, che non sono ancora i 30.000 del Louvre ma certo rappresentano numeri importanti. Affollamento al GEM A proposito di Louvre, ho pensato subito alla Gioconda assistendo all’impressionante affollamento davanti alla celebre maschera funeraria d’oro di Tutankhamon trovata intatta nel 1922 – insieme con la mummia e i vari sarcofagi “a matrioska” del giovane faraone (1341 a.C. ca – 1323 a.C. ca) nonché il ricchissimo corredo – dall’egittologo inglese Howard Carter.

Affollamento reso disordinato dalla smania di fotografare l’oggetto e – soprattutto – di farsi fotografare davanti a esso, spesso tramite un acrobatico selfie. Un sarcofago di Tutankhamon.

Tra i turisti che ho incontrato moltissimi italiani, spagnoli e britannici, ma anche tanti giapponesi, che forse si sentono (non senza qualche ragione) visitatori “di serie A”, dato che il GEM è stato ultimato soprattutto grazie a robusti prestiti agevolati dalla Japan International Cooperation Agency (JICA), vero e proprio ossigeno per le autorità egiziane messe in difficoltà dall’aumento dei costi dovuti alla galoppante svalutazione della moneta locale. I rischi dell’overtourism Chi scrive ha preferito dunque vedere la maschera da lontano, e provare invece ad avvicinarsi un po’ di più al resto del corredo (che comprende anche ciabatte e biancheria intima di ricambio, meglio di un hotel a cinque stelle…) e soprattutto ai meravigliosi sarcofagi, davanti ai quali qualche varco si apriva.

Che dire, a commento di ciò? Vedere così tanta gente davanti a dei reperti archeologici da un lato non può che gratificare chi allo studio della storia antica e dei suoi documenti ha dedicato larga parte della propria vita; dall’altro, però, questa ressa da metropolitana all’ora di punta si configura come manifestazione “da manuale” dei rischi dell’overtourism.

Altro sarcofago di Tutankhamon E anche altrove le cose non sono andate troppo diversamente: il 30 dicembre 2025 alla Valle dei Re, dove Tutankhamon ha riposato indisturbato – in compagnia di vari “colleghi” – per oltre tremila anni, c’erano infatti circa 1.500 pullman di varie dimensioni, mentre il Nilo tra Luxor e Assuan era solcato in contemporanea da 93 navi da crociera (la fonte di questi numeri è la nostra guida, il Sig. Miso, che pur avendo alle spalle un’esperienza trentennale, non ricordava un numero così alto di visitatori).

Un viaggio da raccontare Ribadisco, che dire? Non ho soluzioni da offrire, se non quella – del tutto pragmatica, individuale – di suggerire un viaggio in Egitto al di fuori delle vacanze natalizie, quando però il clima è quello ideale.

Comunque sia, anche in questo periodo (l’unico possibile per chi come me insegna: d’estate fa troppo caldo!), si tratta di un viaggio indimenticabile, reso tale dal contesto ambientale ma soprattutto dalle incredibili dimensioni dei monumenti rimasti dall’era faraonica. Qui è davvero tutto fuori scala… Tolomeo II e Arsinoe Non stupisce allora che Erodoto, il quale pure avrebbe dovuto scrivere soprattutto di Greci e Persiani, cerchi ogni scusa per “tirare in lungo” la sua descrizione dell’Egitto e degli Egizi (che ammira definendoli «i più saggi tra gli uomini», Le storie, 2, 160), divenuta quasi una monografia geo-storica ed etnografica che dà respiro alla narrazione bellica.

Perché se l’Egitto l’hai visto, hai solo voglia di raccontarlo: ed è questa l’unica cosa – purtroppo – che accomuna il vostro modesto cronista al grande “padre della storia”, il quale tra l’altro credo abbia anche trovato nel suo viaggio egizio molta meno gente; almeno i giapponesi non deve proprio averli incontrati, altrimenti la sua acuta, curiosa e fantasiosa intelligenza ce ne avrebbe dato una memorabile descrizione fisica e spirituale. Un racconto di altro genere Poiché parlo di Egitto, mi permetto di suggerire ai lettori de «La ricerca» un bel romanzo da poco edito da Neri Pozza (Vicenza, 2025) dal titolo Tornare al Cairo.

L’autrice è la scrittrice e giornalista Denise Pardo, che all’ombra delle piramidi è nata e vissuta a lungo, la quale narra una coinvolgente quanto difficile storia d’amore tra una ragazza inglese e un giovane egiziano. Ovviamente non siamo in epoca faraonica, ma in quella del secondo dopoguerra, quando Il Cairo era una città cosmopolita, tollerante (ci vivevano molti ebrei arrivati qui in fuga dal Nazismo) e multi-culturale, ma dove stava maturando quel ribellismo anti-britannico che porterà nel 1952 al rovesciamento di re Farouk – considerato un “fantoccio” in mano agli Inglesi – per mezzo di un colpo di Stato militare guidato dal futuro presidente Gamal Nasser.

Questo mix di amore e storia, paesaggi sul Nilo e interni di case, profumi e colori, hotel di lusso e bassifondi cittadini, credo che anche a Erodoto non sarebbe dispiaciuto, così come è piaciuto a me. Forse, dunque, io e lui potremmo avere qualcos’altro in comune… P.S. Tutte le fotografie di questo articolo sono state scattate dall’autore.

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