Politica
Il garantismo di Nordio: cancellate nelle carceri sgradite le attività di teatro e di cultura
La Costituzione e le sue previsioni possono essere offese anche con le circolari e non solo con le iniziative legislative. Così una disposizione del DAP ( Dipartimento per l’amministrazione Penitenziaria) emanata nel mese di ottobre 2025 ha stabilito che «l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgersi presso gli istituti ricomprendenti circuiti di Alta Sicurezza debba ora essere sempre richiesta alla Direzione Generale, anche quando gli eventi siano rivolti ai soli detenuti del circuito di media sicurezza».
Nei fatti l’attuazione pratica di questa normativa ha portato a revocare l’autorizzazione allo svolgimento di attività che si svolgevano da anni senza alcun problema e che rappresentavano un momento di crescita per le persone coinvolte. In particolare si è negata la prosecuzione dell’attività di lettura e teatro che vedeva da oltre 20 anni coinvolti, nell’ambito del circuito di appuntamenti del “Salone del libro”, studenti e detenuti del carcere di Saluzzo; sospeso il progetto “Adotta uno scrittore”, vietato ai ragazzi di assistere allo spettacolo preparato con i reclusi.
Foto Repertorio – Carcere di San Vittore, incontro con il Sovrintendente e direttore artistico del Teatro alla Scala Alexander Pereira con i detenuti. Carla Fracci ed il marito Beppe Menegatti Un diniego, racconta “la Stampa” che si era già registrato per analoga occasione di incontro in occasione del Natale 2025.
Vietato anche uno spettacolo teatrale, anche in questo caso protagonisti studenti e detenuti, nel carcere di Asti Limiti sono stati imposti anche alla compagnia teatrale che opera all’interno dell’Istituto di detenzione a Rebibbia. A Padova invece si “smonta” improvvisamente un reparto del carcere per le “troppe attività di associazioni e cooperative” legate alle attività lavorative svolte nella struttura.
Ciò ha provocato proteste e prese di posizione come quella della Legacoop Veneto che denuncia l’interruzione di “progetti di rieducazione frutto di decenni di lavoro rivolto al recupero dei detenuti, demolendo così un’esperienza positiva che era modello a livello nazionale”. Che fine ha fatto dunque la previsione contenuta nell’articolo 27 della nostra Carta relativamente alla funzione di rieducazione e di recupero sociale del condannato?
Il tutto in un contesto che ha da anni molta difficoltà anche a mettere in pratica l’altro enunciato dell’articolo costituzionale ovvero il fatto che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. A negarlo sono gli impietosi dati del sovraffollamento negli Istituti di pena ( 63.000 detenuti su 46.000 posti disponibili con situazioni limite come quelle di Lucca con una percentuale di presenze pari al 246% della capienza), la carenza di personale, i frequenti episodi di violenza (di questi giorni la notizia delle percosse che sarebbero state subite dai detenuti del carcere minorile di Roma).
Numerose sono le denunce di associazioni, giornalisti e parlamentari (su tutte Ilaria Cucchi) nonché degli stessi detenuti, tra le quali spicca per la visibilità ottenuta, quelle dell’ex ministro e sindaco di Roma Gianni Alemanno. La corsa al reato perseguita dal governo Meloni con una determinazione sconosciuta per altri obiettivi (oltre 50 nuove fattispecie in tre anni e mezzo) ha aggravato il problema e anche condotto, come rilevato dal rapporto Antigone, ad un innalzamento delle presenze nelle carceri minorili (mercé il “decreto Caivano”).
Appare fondata dunque la considerazione del garante dei detenuti Paolo Allemano quando dichiara che «La tendenza è quella di chiudere ogni forma di collaborazione tra detenuti e mondo esterno» , una visione esclusivamente punitiva nella quale è facile riecheggiano le parole del sottosegretario alla giustizia Delmastro lieto di “far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare”. Mattia Feltri, nella sua rubrica sul quotidiano di Torino, definisce questo atteggiamento governativo “Banditismo protetto dalla legge”.
Una visione pressoché esclusivamente punitiva come da tradizione ideale della destra a partire da Alfredo Rocco, lontana dall’evoluzione democratica e umanistica sul tema del trattamento carcerario sviluppatasi soprattutto negli anni ’70 (la riforma dell’ordinamento penitenziario che finalmente ha archiviato quello dell’era fascista basato su privazioni e sofferenze fisiche è del 1975), una concezione che allontana il recupero e favorisce l’emarginazione. Un’altra vicenda che mostra come, un passo per volta, circolare dopo circolare, decreto dopo decreto, menzogna dopo menzogna, referendum dopo referendum, il “progetto” prosegue.
Chi non lo vede oggi e non prova ad opporsi lo vedrà quando sarà troppo tardi per dolersene. L'articolo Il garantismo di Nordio: cancellate nelle carceri sgradite le attività di teatro e di cultura proviene da Strisciarossa.