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Alberto Bertoli, non solo il figlio di Pierangelo
Alberto Bertoli pubblica singoli e album dal 2004, ma suona da molto prima. Da anni è in tour in tutta Italia con una passione viscerale per il palco.
Figlio di un mostro sacro del cantautorato italiano come Pierangelo Bertoli, ha dato ai suoi dischi un’impronta più rock, pur mantenendo quella linea cantautorale che ha caratterizzato il lavoro del padre. Padre omaggiato nel 2022 con Due voci intorno a un fuoco, disco in cui Alberto duetta virtualmente con Pierangelo.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con grandi artisti italiani e ha anche ideato il premio dedicato al padre. Lo abbiamo intervistato.
La tua carriera discografica conta ormai molti album e tanti anni di palcoscenico. Quando hai capito che la musica sarebbe stata davvero la tua strada?
A dirti il vero devo ancora capirlo, perché le persone sono sempre in divenire. Io faccio il musicista e mi sta andando bene così.
Per 15 anni, però, ho fatto sia il musicista sia il logopedista, e non è stato esattamente facile. Mi sono fatto un gran mazzo e, quando le date sono aumentate, ho dovuto per forza prendere una strada unica che comprendesse solo un paio di lavori, musicista e direttore artistico, invece che tre.
Quando ero alle elementari c’era un mio amico che diceva: ‘Questo canta sempre’. Aveva visto giusto….
Essere il figlio di Pierangelo Bertoli è un’eredità artistica enorme. All’inizio è stato più uno stimolo o un peso da portare?
Non è mai stato un peso. È un pacchetto, accetti il regalo completo.
Sono irrimediabilmente il figlio di Pierangelo e devo rendere conto al pubblico di questo. All’inizio vedevo che c’era soprattutto il ricordo di mio padre, ora le cose sono completamente diverse.
La gente segue me e segue anche mio padre. Non sarei contento se non seguissero più lui: noi siamo una bottega aperta.
Mi piace che nel mio lavoro ci sia anche una parte di lui. Mi piace che ci sia questa sorta di continuità.
Quanto tuo padre ha influenzato il tuo modo di scrivere, e in cosa invece senti di aver preso una strada personale? Nel modo di scrivere io mi sentivo molto diverso.
Lui era un uomo del 1942, io ho cominciato a studiare e a leggere negli anni ’90, quindi tematiche e stile sono differenti. Quando ho cominciato a collaborare con altri autori, però, il rimando che ho ricevuto è sempre stato quello di essere un cantautore.
Sono portato naturalmente lì. Su un pezzo pop io ho scritto: ‘Siamo due isole tenute insieme da un braccio di strada scura’.
Il concetto era semplice per me, ma l’esposizione era più aulica. C’è quindi sempre qualcosa di mio padre, ma ho 40 anni di meno.
Pierangelo Bertoli negli anni Settanta Nei tuoi concerti il repertorio di tuo padre è ancora molto presente. Nel disco Stelle hai inserito Eppure soffia e Spunta la luna dal monte, e lo hai omaggiato nel 2022 con Due voci intorno a un fuoco, che è anche uno spettacolo.
Che rapporto hai oggi con le sue canzoni? Mi piacerebbe mettere sempre un pezzo di mio padre nei miei dischi, dandogli un vestito un po’ più nuovo.
Nella nostra casa questi brani sono sempre passati molto e poterli cantare in un mio concerto mi fa piacere. Sono canzoni che fanno parte della bottega Bertoli e mi piace sempre farle.
C’è una canzone di Pierangelo Bertoli che senti particolarmente tua quando la interpreti sul palco? Spesso me lo chiedo e purtroppo è A muso duro.
È quella che ci collega di più. È una denuncia poetica che dice che noi vogliamo essere quello che vogliamo essere, dire quello che pensiamo.
Non rappresentiamo tutti? Pazienza.
Bisogna essere se stessi. È sempre stata scambiata per la canzone in cui voleva descrivere il suo handicap, ma non c’entra niente l’handicap nelle sue canzoni.
Parla di essere se stessi, semplicemente. Il cantautorato italiano oggi è molto diverso da quello degli anni di tuo padre.
Tu hai collaborato con molti artisti importanti, tra cui Ligabue. Come lo vedi oggi e quali artisti ti sembrano portare avanti quello spirito?
“Dobbiamo toglierci dall’idea che il cantautorato faccia capo soltanto a quelli là che ben conosciamo: Bertoli, Battiato, Guccini, De Andrè, Fossati, Lolli… Sono grandi autori del passato, che scrivevano cose del passato, ma non torneranno mai più.
Mio padre diceva che ogni tempo ha la sua voce e deve essere raccontato dalla voce del tempo in cui è inserito. Se ci mettiamo insieme a una donna e cerchiamo un’altra donna in quella che abbiamo trovato stiamo facendo un errore madornale e saremo sempre infelici.
Negli anni ’70 e ’80 i cantautori non erano comunque i più ascoltati: nelle vette delle classifiche ce n’era magari uno di loro. E poi svettava il pop.
Secondo me i cantautori di un tempo non hanno avuto grande spazio per emergere, oggi, certo, anche meno. Ma per esempio Fulminacci è un cantautore sociale bravo, giovanissimo, e lo ascoltano in tanti.
Emma Nolde è un’altra molto brava, finalista all’ultimo Premio Tenco. Certo, bisogna andarli a cercare”.
Riascoltando in questi giorni Italia d’oro, la canzone che tuo padre portò a Sanremo nel 1992 denunciando tangenti e corruzione, viene spontaneo chiedersi: oggi qualcuno avrebbe ancora il coraggio di presentare un brano così su quel palco? E soprattutto: il Festival lascerebbe davvero spazio a una canzone così diretta e politica?
Probabilmente la accetterebbero, perché oggi cercano davvero lo scandalo e la polemica. Più stupefacente è che l’accettarono allora.
Solo qualche mese prima di Tangentopoli: è stato un visionario con quel testo. Lui però diceva anche che non c’era niente di magico; certe cose che succedevano all’epoca si sarebbero riproposte nel tempo.
Qualcuno scrisse che aveva composto la solita canzone di un uomo di sinistra. Quando scoppiò Tangentopoli, lo stesso giornalista si scusò e gli diede proprio del visionario.
Se pensi a Passeggiata sudamericana e la ascolti adesso, dopo quello che è successo in Venezuela, non ci credi. Cristiano De André porta in tour il repertorio di suo padre Fabrizio, come in parte fai tu.
Ho letto nel nuovo libro di Andrea Scanzi che Pierangelo Bertoli e Fabrizio De André avevano anche ipotizzato un progetto insieme. Lo confermo, l’ho detto a Scanzi.
Si trovarono a Saint-Vincent e mio padre raccontò poi che tutta la sera Fabrizio gli chiese di fare un disco insieme, di raggiungerlo all’Agnata. Però mio padre, anzitutto, non voleva essere totalmente oscurato da Fabrizio, cosa che con De Andrè succedeva a tutti, e poi per lui andare all’Agnata era anche un problema motorio, logistico.
Guardando avanti: quali sono i progetti e le direzioni musicali su cui ti stai muovendo oggi? C’è il tour delle canzoni di mio padre, che faccio tuttora, fra gli altri progetti live diversi.
Ed è proprio Due voci intorno a un fuoco che porto soprattutto in teatro. Mio padre appare in video e io canto in duetto con lui: sono 18 canzoni più tre bis, tutte sue tranne una, in cui la musica è mia, il testo è suo, e non era mai uscita prima.
Io ho studiato molto canto e sia io sia mio padre abbiamo anche l’attitudine dell’interprete. Mi piacerebbe quindi poi fare un monografico su un altro grande cantautore… Ho appena finito la preproduzione di un nuovo disco mio.
Quest’anno qualcosa bisognerà effettivamente far uscire, altrimenti impazzisco. Grazie mille Alberto.
È stato un piacere, a presto. Marco Quaroni Pinchetti The post Alberto Bertoli, non solo il figlio di Pierangelo appeared first on Mentinfuga.