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Criminalizzazione della solidarietà e “spazio civico ostruito”. Abbiamo un problema
L’Europa sta attraversando una fase di profonda trasformazione sul terreno dei diritti fondamentali, della libertà di protesta e della protezione delle persone in movimento. Due segnali recenti -l’allarme lanciato dagli esperti Onu sul rischio di criminalizzazione dell’assistenza umanitaria e il declassamento dell’Italia a “spazio civico ostruito” da parte del Civicus monitor (la più ampia piattaforma mondiale che analizza lo stato delle libertà civiche)- raccontano un Paese e un continente che, anziché rafforzare la democrazia e il ruolo della società civile, sembra muoversi nella direzione opposta: ridurre lo spazio delle libertà, punire la solidarietà e delegittimare chi difende i diritti.
Il primo dicembre scorso quattro esperti delle Nazioni Unite, tra cui la Relatrice speciale sul traffico di esseri umani Siobhán Mullally e la Relatrice speciale sui difensori dei diritti umani Mary Lawlor, hanno espresso “profonda preoccupazione” per l’assenza, nella proposta europea di revisione della Facilitation Directive, di una clausola umanitaria obbligatoria. Senza quella salvaguardia, spiegano, chi compie atti di solidarietà in mare o a terra rischia di essere criminalizzato per “favoreggiamento”.
Una possibilità che contraddice non solo il Protocollo Onu contro il traffico di migranti ma anche il fondamentale dovere internazionale di prestare soccorso alle persone in pericolo. Gli esperti Onu parlano apertamente di un clima crescente di ostilità verso migranti, rifugiati e società civile, dove chi difende i diritti umani è sempre più esposto a procedimenti giudiziari, campagne diffamatorie e restrizioni legali.
Dovremo considerare ormai la solidarietà come atto sovversivo. Pochi giorni dopo, il Civicus monitor ha annunciato il declassamento dell’Italia: da “limitata” a “ostruita”, una categoria che segnala gravi ostacoli al pieno esercizio delle libertà di espressione, associazione e protesta.
Le ragioni sono molteplici ma convergono in una diagnosi univoca: il governo italiano sta restringendo in modo sistematico lo spazio civico attraverso nuove leggi, pratiche punitive e un uso crescente della sorveglianza. La svolta è arrivata con il cosiddetto "Decreto sicurezza" -ribattezzata legge “anti-Gandhi”- entrato in vigore nell'aprile 2025 (poi convertito a giugno) nonostante l’opposizione di migliaia di manifestanti e associazioni.
La legge, definita dal rapporto come “draconiana”, introduce decine di nuovi reati e irrigidisce drasticamente le pene per forme di protesta pacifica: blocchi stradali, sit-in, occupazioni simboliche e perfino scioperi della fame nei centri di accoglienza. Qualche esempio?
Bloccare il traffico può ora costare due anni di carcere; resistere anche passivamente durante manifestazioni contro grandi opere può portare fino a vent’anni. Le proteste per il clima e contro la guerra sono nel mirino, con attivisti minacciati da ordini di espulsione tramite norme pensate per le mafie.
Le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina sono state etichettate come estremiste dalla stessa presidente del Consiglio. Ma il quadro si fa ancora più inquietante con le notizie relative all’uso di Graphite, uno spyware di livello militare -venduto solo ai governi- contro giornalisti e difensori dei diritti umani critici verso l’esecutivo.
Fra gli spiati compaiono l’investigativo Francesco Cancellato, e attivisti di lunga data come Luca Casarini e perfino don Mattia Ferrari, volontario sulla nave Mediterranea. Come documenta il Civic space report 2025 - Italy promosso da Arci e dalla rete In difesa di, l’Italia è oggi il Paese europeo con il più alto numero di cause temerarie (Slapp) contro giornalisti, attivisti e Ong, mentre nello stesso periodo ha perso posizioni sia nel Democracy index (meno tre posti, 37esima) sia nella classifica mondiale della libertà di stampa, scivolando dal 41esimo al 49esimo posto.
Secondo Civicus, si tratta di un segnale chiaro: un governo sempre più allergico al dissenso, disposto a utilizzare strumenti legali, penali e tecnologici per neutralizzare la critica. “La criminalizzazione delle proteste pacifiche e l’intimidazione della stampa stanno smantellando lo spazio civico”, denuncia Martina Corti di Solidar, la rete europea delle Ong.
Mettendo insieme i tre rapporti -quello Onu, quello di Civicus e di Arci/Rete in difesa di- il quadro che emerge è coerente e preoccupante. L’Europa discute leggi che rischiano di rendere il soccorso un crimine.
L’Italia produce norme che trasformano la protesta un crimine. E nel frattempo si diffonde l’uso di strumenti da Stato di polizia contro giornalisti e difensori dei diritti.
È un intreccio che dovrebbe interrogare profondamente le società democratiche. L’Italia è uno dei Paesi in cui più chiaramente si manifesta la saldatura fra criminalizzazione della solidarietà e restringimento dello spazio civico, due dinamiche che si alimentano a vicenda: colpire chi salva vite rafforza la narrazione di chi indica nei migranti e nei loro difensori un “nemico interno”; colpire chi protesta isola le opposizioni e indebolisce la capacità dei cittadini di reagire a leggi ingiuste.
Ma questi due segnali non sono isolati. Una lettura più ampia e strutturata -come quella fornita dalle analisi Country analysis and risk assessment (Cara) coordinata da Cospe nell’ambito del progetto europeo Our rights, our future!- mostra che siamo di fronte a un fenomeno sistemico che attraversa numerosi Paesi: la progressiva erosione dello spazio civico, cioè delle condizioni che permettono alla cittadinanza, ai movimenti, ai giovani e alle organizzazioni sociali di esprimersi, mobilitarsi e difendere i diritti.
Nove gli stati analizzati: Palestina, eSwatini, Colombia, Sri Lanka, Tunisia, Kenya, Senegal, Indonesia, Brasile.
In diversa misura e combinazione le leggi sul terrorismo, sulla sicurezza e sull’ordine pubblico sono utilizzate per limitare o criminalizzare l’attivismo sociale, ambientale e giovanile. Giovani, donne, migranti e minoranze sono coloro che pagano il prezzo più alto della chiusura dello spazio civico.
I dati emersi dalle analisi Cara mostrano con chiarezza che la restrizione dei luoghi democratici non colpisce infatti in modo neutro o uniforme ma si accanisce soprattutto su alcuni gruppi sociali, già esposti a disuguaglianze strutturali. In primo luogo, giovani e studenti, che risultano tra i soggetti più attivi nella protesta ma anche tra i più vulnerabili alla repressione.
Accanto a loro, donne e attiviste femministe e persone lgbtqia+ sono sistematicamente bersaglio di discriminazione, campagne di odio, violenze fisiche e digitali, attacchi sessisti, campagne di delegittimazione e procedimenti penali, mentre migranti e rifugiati vengono resi sempre più fragili da un impianto normativo securitario che li trasforma in oggetto di controllo e sospetto. Allo stesso modo, i difensori dell’ambiente -come documentato in Brasile, Colombia, Kenya e Tunisia- affrontano una repressione crescente che oggi trova eco anche in Italia, così come giornalisti, ricercatori e comunicatori indipendenti, colpiti da cause temerarie, sorveglianza e minacce.
Ciò che rende questo quadro particolarmente allarmante è la forte somiglianza delle dinamiche repressive, che si ripetono quasi identiche in contesti politici e geografici diversi. La demonizzazione pubblica degli attivisti, osservata in Senegal, Tunisia e Brasile, si riproduce oggi nel discorso politico e mediatico italiano.
Gli attacchi preventivi alle proteste, tipici di Paesi come Indonesia e Palestina, trovano riscontro in pratiche sempre più diffuse anche in Italia. Infine, l’impiego di leggi vaghe e securitarie contro Ong e società civile, sperimentato in Tunisia, Sri Lanka ed eSwatini, si materializza oggi anche qui attraverso il nuovo impianto normativo sulla sicurezza.
Di fronte a questo scenario, la questione non è più stabilire “se” siamo a rischio. La vera domanda, ormai, è quanto rapidamente stiamo scivolando verso una normalizzazione della repressione e se saremo in grado di invertire questa traiettoria prima che lo spazio civico venga definitivamente eroso.
È proprio a partire da questa consapevolezza e per rispondere a questo interrogativo che emerge la necessità di costruire spazi sicuri di natura transnazionale, capaci di andare oltre i confini nazionali sempre più segnati da derive repressive. Bisogna impegnarsi collettivamente, come società civile e come forze democratiche, affinché giovani, attivisti, comunità e movimenti possano rafforzare le proprie competenze sui diritti umani e sulla protezione del proprio impegno civico, creare reti di solidarietà che attraversino i Paesi e i continenti.
Il messaggio che emerge è netto: in un mondo in cui gli spazi civici si chiudono, la risposta per noi non può che essere l’apertura di nuovi spazi condivisi, solidali e transnazionali, capaci di sostenere chi oggi tiene viva la democrazia dal basso. La storia insegna che la democrazia muore quando muore la capacità delle persone di organizzarsi, dissentire e immaginare alternative.
Anna Meli è giornalista ed esperta di mobilità umana e relazioni internazionali. È presidente del Cospe (Ong internazionale impegnata a sostenere i gruppi emarginati e discriminati nelle loro istanze di inclusione sociale, diritti umani e democrazia) e Vicepresidente dell'associazione Carta di Roma.
È inoltre autrice di "Europa media e diversità: idee e proposte per lo scenario italiano" (2015) © riproduzione riservata L'articolo Criminalizzazione della solidarietà e “spazio civico ostruito”. Abbiamo un problema proviene da Altreconomia.