Cultura
Bullismo e comunità LGBTQ+: chi deve intervenire?
L'istruzione dovrebbe essere un diritto fondamentale per ogni cittadin*, in qualsiasi paese del mondo. Questa concezione utopica è, in realtà, accompagnata da difficoltà che si presentano nella vita di tanti studenti, che purtroppo arrivano anche a lasciare il loro percorso di studi.
Uno dei problemi che maggiormente causa l'abbandono della scuola è il bullismo. Tutti noi, in un modo o nell'altro, abbiamo vissuto e a volte commesso atti di bullismo: fa parte della crescita umana e dello scontro adolescenziale.
C'è però un limite a questa manifestazione d'odio che, quando viene superato, causa danni psicologici, sociali e fisici ai ragazzi; in particolare, alla comunità LGBTQ+. Il bullismo, radici sociali e culturali Quando usiamo il termine "bullismo" sappiamo a cosa ci stiamo riferendo, in particolar modo quando il luogo dove avviene tale azione è la scuola.
L'adolescenza è un periodo cruciale, nella vita di un ragazzo e di una ragazza: le emozioni che navigano nel corpo e nella mente sono talmente tante che, a volte, è complicato metabolizzarle, con il rischio di canalizzarle in un'attitudine sbagliata. In uno dei suoi tanti interventi pubblici, lo psicanalista Umberto Galimberti si è soffermato ad analizzare il fenomeno del bullismo.
Galimberti non ha giustificato le azioni di coloro che lo mettono in atto, ma ne ha evidenziato le caratteristiche socio-psicologiche. Proverò dunque a utilizzare alcuni spunti che lo psicanalista ha fornito per ragionare sul bullismo che subiscono le ragazze e i ragazzi appartenenti alle comunità LGBTQ+.
Potremmo partire dal presupposto che la società in cui siamo nati ha vissuto secoli di patriarcato: solo dagli anni ’60 in poi le rivoluzioni sociali hanno avuto un impatto fondamentale nella vita delle donne e di coloro che, socialmente, sono stati etichettati come facenti parte di "minoranze". Il patriarcato ha manipolato a lungo la cultura della nostra società, condizionando il modo in cui ci poniamo rispetto alla novità o nei confronti di ciò che reputiamo differente da noi.
La nostra società ha stilato per decenni una lista di ciò che doveva essere considerato "normale", e in quella lista tutti coloro che non rispecchiavano i canoni prestabiliti venivano definiti "anormali". Le persone omosessuali e transessuali hanno dovuto lottare, spesso pagando un prezzo altissimo, affinché la prospettiva culturale potesse cambiare direzione.
La comunità LGBTQ+ negli ultimi anni ha raggiunto risultati impensabili fino a cinquant’anni fa. Questo progresso sociale porta però con sé tracce profonde della cultura patriarcale, che si manifestano ancora oggi in molte forme, tra le quali: il bullismo.
L'odio verso l'altro Il termine "odio" non rappresenta appieno l'azione del bullismo, perché quasi mai dietro il bullismo c'è un vero sentimento d'odio. Quello che invece questo termine rappresenta è la manifestazione di una paura: si odia qualcosa quando la si teme.
Non riconoscendo l'identità di una persona, perché non si è stati socialmente e psicologicamente introdotti alle differenze culturali, sessuali, di genere, io temo quella persona e il timore fa nascere l'odio, dal quale può emergere solo violenza. Occupandomi in questo articolo di un bullismo che si manifesta in età scolare, dunque tra i 12 e i 17 anni, è corretto affermare che l'odio sviluppato dai ragazzi in questa fascia d’età provenga da un'ignoranza etimologica, causata dallo scarso interesse che lo Stato riversa nei confronti di queste tematiche.
Provenendo da una cultura patriarcale nella quale l'unica identità sessuale riconosciuta è l'eterosessualità, e non potendo esigere che tutti coloro che vivono nel nostro paese siano stati accompagnati verso l'evoluzione sociale degli ultimi decenni, è lo Stato che deve occuparsi del benessere e dell’accettazione in cui gli studenti — ma in generale tutte le ragazze e i ragazzi — devono crescere. Ogni famiglia cresce con valori e ideali differenti, che rispecchiano l'ambito sociale e culturale nel quale è cresciuta; dunque sì, parte della responsabilità ricade su come i genitori crescono i propri figli, ma questa responsabilità non può essere caricata interamente su di loro.
Mi spiego meglio: la libertà di pensiero e di parola non può essere limitata dallo Stato; ciò che invece il governo ha la responsabilità di mettere in atto sono sistemi di educazione e conoscenza che permettano a qualsiasi giovane di interfacciarsi con le realtà che oggi fanno parte di tutti noi, e che hanno il diritto inalienabile di esistere e di essere rispettate. Lo Stato deve mettere nero su bianco che la diversità è un valore sacrosanto del nostro Paese e non il contrario.
Solo in questo modo, a dispetto della provenienza geografica, territoriale, periferica o meno, lo studente potrà entrare in un ambiente sano, in cui il confronto e l’approfondimento delle sfaccettature dell’identità umana potranno consentirgli di comprendere quanto sia importante difendere l’altro, non odiarlo. Dalla teorica alla pratica, lo stato dello cose Dopo una riflessione sulle condizioni socioculturali e psicologiche che portano a tali eventi di violenza, necessaria per avere chiaro come si possano arginare questi fenomeni, bisogna parlare concretamente di ciò che è stato fatto e di ciò che si deve fare ancora per difendere la comunità LGBTQ+ dalle forme di ignoranza che ancora abitano la nostra società.
Attraverso i dati raccolti dalle Nazioni Unite, sappiamo che nel 2023 il 45% degli studenti gay, lesbiche, transessuali o intersex è stato vittima di bullismo a scuola. Nell'Unione Europea, il 44% delle giovani persone LGBTQ+ tra i 15 e i 17 anni riteneva che i loro diritti non fossero supportati negli istituti scolastici.
Secondo LGBTIQ+ Youth: Bullying and Violence at School, pubblicazione di UN Free & Equal e UNESCO, ciò accadrebbe perché «sfidano le aspettative sociali riguardanti le relazioni, il genere e il corpo».
I dati ONU/UNESCO indicano che il 33% delle ragazze trans e il 30% dei ragazzi trans ha preso in considerazione l’idea di abbandonare gli studi. A restituire un quadro globale è anche lo studio di ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), con i dati raccolti nel World Database.
L’organizzazione internazionale, che riunisce oltre duemila associazioni di 170 Paesi impegnate nella difesa dei diritti delle persone LGBTQ+, conferma che la maggior parte degli Stati del mondo non dispone di leggi esplicite che proteggano le persone LGBTQ+ dal bullismo nelle scuole. Solo sei Stati membri delle Nazioni Unite presentano normative specifiche che proteggono da attacchi legati a pregiudizi su orientamento sessuale, espressione e identità di genere e caratteristiche sessuali:
Andorra, Finlandia, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Circa un quinto delle nazioni — circa quaranta Stati — prevede protezioni specifiche contro forme di aggressione motivate da una delle ragioni indicate.
Nello specifico, segnalano da ILGA, 38 leggi fanno riferimento all’orientamento sessuale, 30 all’identità di genere, 13 all’espressione di genere e 14 alle caratteristiche sessuali. La maggior parte delle normative a protezione dei ragazzi in ambito scolastico riguarda l’istruzione e la parità di trattamento.
In concreto, si vietano le molestie contro i giovani LGBTQ+ nei contesti educativi oppure si richiede alle istituzioni di includere il bullismo nei codici di condotta. È esemplare il caso del Brasile: come parte del loro obbligo legale di garantire a tutti il diritto all’istruzione, le autorità scolastiche devono prevenire e affrontare il bullismo motivato da pregiudizi sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.
I fenomeni di prevaricazione per molti rappresentano un ostacolo importante lungo il percorso (scolastico). Quanto i governi si rifiutano di agire, lasciano questi ostacoli al loro posto o, peggio, permettono che i detriti cadano e trasformino un percorso già difficile in una frana.
Il bullismo danneggia la salute mentale degli studenti Lgbt e riduce le loro prospettive accademiche e lavorative». Gurchaten Sandhu, direttore dei programmi di Ilga World Se gli Stati decidessero di intervenire concretamente per affrontare questi problemi, i benefici non sarebbero solo per le vittime di bullismo, ma per tutta la società.
Dobbiamo ricordarci che una consapevolezza generale dell'identità dell'essere umano e la possibilità di aprirci al confronto sono gli elementi che caratterizzano una società in cui tutti possono vivere la propria libertà, senza eccezioni. Dal punto di vista economico, far sì che sempre meno ragazzi lascino la scuola per i motivi appena trattati sarebbe un fattore chiave nella riduzione della povertà.
Creare scuole sempre più inclusive, programmi di formazione per i giovani Lgbt e per tutti gli studenti. Questo miglioramento ci assicura di rompere il ciclo di povertà di un ragazzo o una ragazza che diventerà poi parte significativa della società e sarà in grado di dare il suo contributo.
Gurchaten Sandhu, direttore dei programmi di Ilga World Infine, vorrei invitarvi a prendere visione di una serie che pur non trattando nello specifico gli argomenti appena approfonditi, riesce a raccontare le fasi più difficili per un'adolescente dal punto di vista identitario, sessuale e sociale: Euphoria.
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