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Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Talanca

Sabato 4 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Talanca
Menti in fuga

Paolo Talanca è critico musicale e insegnante nella scuola pubblica statale italiana. Ha insegnato al conservatorio.

Docente formatore per l’inserimento della letteratura della canzone e direttore artistico di importanti manifestazioni e premi musicali nazionali. Cura su Instagram una rubrica dal titolo Tana Talanca.

Scrive per Avvenire e Il Fatto Quotidiano di musica. Gli abbiamo chiesto di chiacchierare con noi per i lettori di Mentinfuga.

In apertura del suo sito nell’About c’è questa sua frase che qui riporto in modo integrale e che recita così: “Sono un disegnatore daltonico di sorrisi sui finestrini”.

D’emblée fa pensare alla metafora del viaggio dell’eroe che è un po’ di appartenenza a tutti noi ma anche alle numerose iniziative di tipo cultural-musicale che la vedono di continuo in movimento in lungo e in largo per la penisola. Ce la spiegherebbe in modo approfondito?

È una frase istintiva, non ci ho mai riflettuto troppo. Di base mi riferisco forse al fatto che sono realmente daltonico, quindi forse una rivendicazione di una propria fragilità: un valore centrale di oggi, che diventa importante anche a scuola.

I sorrisi sui finestrini citano la canzone di Vecchioni, Ninni: un brano a cui sono molto legato, una canzone delicata e potente, geniale per l’intuizione e la resa, quello che per me dovrebbe sempre fare l’arte, che con mano leggera può diventare una potentissima arma contro la barbarie in atto. Poi i sorrisi che sconfiggono le brutture mi stanno particolarmente a cuore.

Insegnare lettere nella scuola secondaria ma occuparsi anche in Conservatorio di discipline come Storia della popular music e Canzone e nuovi media la pone in una prospettiva privilegiata: quella di tastare il polso del panorama musicale italiano e internazionale di continuo e con una certa concretezza e attendibilità anche attraverso alunni e studenti di età diverse. Cosa le offre questa duplice possibilità, anche in termini umani e di crescita, oltre che professionali?

È vero, è una prospettiva privilegiata. Mi fa capire che spesso chi si lamenta lo fa perché spreca troppo tempo nella teoria, nella speculazione sociologica e nell’analisi di uno stato di cose.

Insegnare bellezza equivale invece a capire quanto sia contagiosa. Oggi in particolare secondo me la canzone vive un periodo di ripartenza presso i ragazzi di vent’anni.

Mi riferisco al testo con modulazione vocale e l’accompagnamento di uno strumento, non al rap senza musica o all’arrangiamento fatto con il computer. C’è un futuro nella vita reale.

Se è quindi vero che “la canzone è letteratura del nostro tempo”, cos’è che manca — culturalmente o socialmente — per valorizzarla appieno? Non le sto chiedendo ricette ma un’opinione schietta in qualità di “addetto ai lavori”.

Manca coraggio da parte di chi la deve divulgare mediaticamente e senso del rischio imprenditoriale in chi la deve produrre. Io apprezzo molto figure come Enrico Ruggeri o Geppi Cucciari, che nelle proprie trasmissioni sui canali Rai ospitano artisti bravissimi e che non si piegano alla banalizzazione della forma musicale.

Artisti come Roberta Giallo o John De Leo o Giulia Mei. Non serve una ricetta, le brave cantautrici e i bravi cantautori ci sono già, basta farli conoscere.

Gnut, Giovanni Block, Pilar e Piji ci sono già. “Spesso si pensa che la canzone sia la sorella minore della poesia” è uno stralcio da un’intervista da lei rilasciata qualche anno fa.

Per lei che è italianista per formazione professionale oltre che cultura personale questo stereotipo cosa rappresenta realmente e come si può sfatare una volta per tutte? Il percorso è appena iniziato, e deve portare alla consapevolezza che il testo di una canzone vale solo dentro la musica ma non per questo rappresenta una forma di letteratura minore.

Ci sono cantautori che hanno descritto certi decenni in maniera diretta, colloquiale, ed estremamente poetica. Mi riferisco non solo ai grandi cantautori degli anni settanta come De André o Guccini, ma anche a gente come Samuele Bersani o Niccolò Fabi.

L’artista ha il grandissimo privilegio e l’enorme capacità di descrivere la società da un punto di vista inedito allo scorrere quotidiano delle cose, in cui noi tutti siamo invischiati. Sempre con riferimento a questo binomio per lei imprescindibile, esiste un cantautore contemporaneo che, secondo lei, incarna perfettamente questa unione tra poesia e canzone?

Perché e in che modo? Se devo fare un nome faccio quello di Dario Brunori.

Brunori sas. Dario ha capito come arrivare direttamente al cuore della propria generazione, perché viene da rock, viene da una musica molto suonata e che non gira intorno ai discorsi filosofici con le parole.

Dario rappresenta una generazione precaria, di ragazzi che si sono affacciati al mondo del lavoro nei primi anni Zero, un’età in cui tutto il meglio in Italia era già successo, a giudicare da quello che ci veniva detto. Quindi ha saputo raccontare il suo mondo e darsi da fare, cercando di far venire fuori la propria capacità e il proprio talento.

Ci è riuscito, ci sono voluti tanti anni, ma il risultato è estremamente credibile e autentico: ora vederlo sul palco è un enorme piacere, una goduria per i sensi. È spiritoso, capace, poetico, musicalmente di altissimo livello.

I suoi concerti sono davvero divertenti. Ne Il canone dei cantautori italiani.

La letteratura della canzone d’autore e le scuole delle età Carabba (2017), saggio in cui lei sancisce in modo inequivocabile come la canzone d’autore possa elevarsi a genere letterario autonomo in base a quanto da lei già in precedenza puntualizzato, lei indica specificità codicologiche e si occupa anche di riferimenti particolareggiati a quelle che lei chiama le “scuole delle età”: la scuola genovese, romana, milanese, ecc. Ce ne parlerebbe un attimo in maniera più diffusa?

Quel libro è la mia tesi di dottorato all’Università di Tor Vergata in Italianistica, ma nel titolo tradisco un gioco: è il calcolo del titolo del libro di Harold Bloom Il canone occidentale. Nella realtà, per quanto sia vero che si parla troppo spesso di scuole di canzoni d’autore, io credo che ogni singolo artista abbia messo nelle canzoni il proprio vissuto, la propria necessità espressiva e contenutistica, il proprio carattere, la propria formazione.

Nella prima parte del volume mi soffermo a isolare il codice squisitamente letterario e, per ciò che riguarda una canzone, la letterarietà non può fare a meno di essere considerata nella musica. Faccio una ricognizione critica, storica e sociologica.

Mi chiedo cosa sia la letteratura, sulla scorta di riflessioni di Sartre o Fortini, poi ragiono sulla metrica del testo e della musica – o, meglio, nella musica –, poi rifletto su ciò che è avvenuto presso gli ascoltatori. Dopo aver isolato il codice, parto a stilarne il canone: i migliori che abbiano fatto scuola attraverso quel linguaggio, nel combinato disposto tra bravura e incidenza sui successori.

Sono venuti fuori 39 nomi e credo che siano esaustivi dagli anni Cinquanta del Novecento agli anni Dieci del secolo incorso, periodo in cui il libro è stato pubblicato. In Breve storia della canzone d’autore in Italia, (Carocci 2024) lei si sposta dal campo semantico e letterario della sua precedente opera per impegnarsi in un racconto assai preciso di singoli artisti e gruppi italiani in un arco di tempo che va dall’Ottocento ai tempi nostri occupandosi di categorie musicali stilistiche come la canzone napoletana sino ad arrivare al fenomeno della trap inquadrandole nel contesto storico-sociale da cui i singoli stili e le singole poetiche si sono originati.

Un obiettivo bello e difficile, a ben vedere… Quella è stata una sfida, dopo il canone, che si occupava di questioni critiche, ho pensato che sarebbe stata ora di raccontarne la storia. Raccontare la storia vuol dire documentarsi soprattutto sull’incidenza che l’oggetto artistico canzone ha avuto nella società italiana: quando è stata percepita come tale, perché altrimenti si gioca ad armi dispari, e ancora una volta quali sono stati i protagonisti che nel tempo l’hanno forgiata.

La canzone d’autore è un sottoinsieme della canzone italiana generale, dunque sono dovuto necessariamente partire da un discorso più ampio e, nel caso della canzone, da Napoli. Fino agli anni Cinquanta, quindi fino a Carosone, Buscaglione, Modugno, mi sono occupato di creare una rincorsa.

Poi dagli anni Cinquanta e anni Sessanta vado avanti per decadi, perché la rete si infittisce, parlo di De André, parlo di Guccini, parlo di De Gregori, parlo di Battiato. Via via fino ai protagonisti dei giorni nostri.

Il modo in cui questi artisti abbiano sentito la necessità di raccontare il presente, tenendo ben in mente sempre una cosa indispensabile perché ci sia canzone d’autore: l’autenticità dell’origine del canto. Questi artisti non scrivono mai solo per accordare la canzone con le necessità del mercato: alla base ci deve essere una necessità di raccontare il mondo che abitano.

Come diceva Giorgio Gaber: “Ci sono quelli che scrivono canzoni per passare alla storia e quelli che scrivono canzoni per passare alla cassa”.

A me interessavano solo i primi. Domanda al vetriolo: negli anni ha spaziato da docente a direttore artistico, da giurato in premi come il Premio Tenco a formatore.

Cosa significa vivere di cultura nella musica oggi, concretamente Oggi vivere di cultura vuol dire necessariamente diversificare. Io vado pazzo per la divulgazione, bisogna prima capirsi bene, intendo capire se stessi.

Io penso di averlo fatto relativamente presto, visto che avevo 16 anni più o meno. Sono stato molto fortunato.

Compresi la forza della canzone ma soprattutto che mi piaceva farla scoprire agli altri. Allora ho capito che avrei dovuto lavorare divulgando le cose che mi piacevano tanto.

Quindi l’insegnamento e la critica musicale. Con la crisi dell’industria culturale è inverosimile pensare di potersi specializzare solo in un ambito: a me piace scrivere libri ma mi piace ancora di più raccontare i cantautori su un palco, a teatro, in una conferenza o in una masterclass all’università.

Riesco a collegare tutto questo, perché per esempio tra poco uscirà un libro che porterà i cantautori nelle scuole, funzionale al lavoro dei colleghi insegnanti della secondaria. Porto sempre in giro lo spettacolo con Andrea Mirò, dove racconto la storia della canzone d’autore, vado spesso a raccontare con spettacoli monografici sulla poetica dei migliori le canzoni che più mi piacciono e che secondo me non hanno nulla di invidiare alla migliore letteratura italiana.

Quando capisci chi sei, devi fare di tutto per diventare il migliore nel tuo ambito: che vuol dire sacrificio, che vuol dire studio, che vuol dire andare oltre i propri limiti. Io da adolescente ero un ragazzo molto timido, quando prendevo la parola diventava rosso.

È passato del tempo, mi sono compreso ho capito quali sono i miei limiti e quali sono i miei talenti. Dovrebbero farlo tutti.

Quale sarà, secondo lei, il futuro della canzone nel rapporto con le nuove tecnologie (AI, interazione digitale, live immersivi)? La canzone d’autore sarà avvantaggiata dai nuovi scenari.

Quella che sparirà sarà la canzone pop commerciale, perché l’AI farà, in meno tempo e senza alcuno sforzo, il lavoro di tutti gli autori che fanno canzoni solo per il mercato. Ma una persona che sa suonare bene la chitarra a un metro da me anche senza amplificazione non c’entra con l’AI.

Un cantautore o una cantautrice che sanno spalmare la propria poetica filologicamente riconoscibilissima in più canzoni in più album o in più stagioni creative sono del tutto estranei all’AI. In un futuro nemmeno troppo lontano sono certo che ci divertiremo ancora di più.

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