Politica
San Salvador, una realtà in bilico
Sul taxi che mi porta in città il conducente parla uno spagnolo sincopato, veloce, scandito da una musica insolita, che lo rende quasi una litania. Pronuncia locale?
Sotto, forse, c’è un’altra lingua – chissà, il nahuatl o il pipil –, tra le poche sopravvissute delle molte lingue indigene un tempo parlate nella regione. Il traffico è convulso ma scorre, si alternano veicoli di ogni genere:
Suv, automobili più o meno scalcagnate, vecchi schoolbus inglesi degli anni Settanta riadattati ad autobus di linea, camion americani come quello del film Duel, motocicli di ogni genere, e perfino carretti spinti a mano. A fianco della strada, dai due lati, si protende la selva, un muro verde che incombe sulla strada e sembra costantemente sul punto di ingoiarla.
Il tassista dice che, dopo ogni verano, la lunga stagione calda cui succede la stagione delle piogge, bisogna rifare l’asfalto perché le radici delle piante lo rompono ovunque. La capitale si svela lentamente, con un succedersi di stringhe disordinate di abitato, quasi tutto recente.
La città ha raddoppiato la sua superficie negli ultimi cinque anni: nel nucleo originario vivono poco più di trecentomila persone, ma nella regione urbana la popolazione è arrivata a oltre due milioni di abitanti, concentrando così il 30% della popolazione complessiva del Paese all’interno dei suoi confini amministrativi. La crescita è stata caotica, non pianificata, e l’originaria pianta ortogonale, da città di fondazione ispanica, è rimasta solo al centro, mentre tutto intorno c’è una dispersione all’“americana”.
L’albergo – dove stiamo con i colleghi del progetto di cooperazione che ci ha condotto qui – è bello e ben organizzato, fa parte di una catena internazionale, e ha di fronte un centro commerciale che è stato il primo mall del Paese, costruito nei Novanta, alla fine della guerra civile. Il mall è grande e labirintico, ma modesto come offerta: merce piuttosto dozzinale d’importazione, prezzi pressoché europei, carissimi per i salari locali, che si aggirano sui quattrocento-cinquecento dollari mensili.
È frequentato da un ceto medio ansioso di consumi, che può molto limitatamente permettersi, e vi circolano moltissimi giovani, anche per merito dell’aria condizionata, che qui è un bene prezioso, e il fresco è associato alla ricchezza. Strettamente sorvegliato, ha diversi tipi di polizie che vi si aggirano: polizia di Stato, sorveglianti privati, e una presenza discreta ma pervasiva di polizia in borghese.
Non ci sono poveri o mendicanti – sanno bene che non è un posto per loro. Basta però percorrere a piedi poche centinaia di metri per trovare già abitazioni misere, fatte di mattoni con un po’ di lamiera come copertura, e un’umanità completamente diversa.
Sono i mesones. Un mesón è un’abitazione di dimensioni variabili, suddivisa in diversi locali in affitto, abitati da famiglie a basso reddito che non sono proprietarie.
Pagano l’affitto, e hanno diritto all’uso condiviso di servizi di base collettivi, lavanderie e servizi igienici in comune. Ci vivono poveri e poverissimi, e in queste isole di miseria abitano anche alcuni degli ambulanti che vendono in giro buste di prodotti agricoli, caffè pronto e altre merci improvvisate.
La città intera è attraversata da uno stridente contrasto: esistono quartieri, soprattutto a sud-est, in cui sono insediati i nuovi ceti medio-alti, con ristoranti all’europea, negozi moderni e servizi, esistono esclusivi barrios cerrados ed esistono i mesones, diventati sinonimo di alloggio misero e a volte autocostruito. Nel Salvador, la crisi abitativa non riguarda solo il 16% delle famiglie, che non hanno materialmente un posto dove vivere; esiste un problema della casa molto più grande che tocca tre quarti della popolazione: sovraffollamento, deterioramento delle strutture, precarietà abitativa e costante minaccia di sfratto… Il costo degli affitti è infatti cresciuto, negli ultimi anni, in maniera vertiginosa, e in pochi possono permettersi un appartamento nuovo con tutti i confort, che costa tre volte uno stipendio medio.
Il centro storico – che mostra ancora nelle sue architetture le tracce di una perduta ricchezza, che San Salvador ebbe negli anni venti del Novecento, quando era capitale del caffè – si è andato svuotando di abitanti, negli ultimi anni, e si affolla di derelitti in cerca di opportunità di guadagno nell’informale. Sono i pendolari dell’ambulantato che, dalle zone marginali della regione urbana, si spostano verso il vecchio centro dove vi sono i grandi mercati storici.
Si parla di oltre centomila persone che, tutti i giorni, affollano le strade del centro, rendendole quasi intransitabili al traffico veicolare, nonostante il governo abbia emanato norme severe per restringere il fenomeno e abbia cercato di ricollocare all’interno del vecchio mercato coperto Tinetti i venditori delle bancarelle, che occupavano quasi completamente le strade, creando degli spazi per loro. Anche nel centro storico la sicurezza regna sovrana: polizia armata fino ai denti ed esercito controllano il viavai dei poveracci in cerca di qualche opportunità di guadagno.
Il padrone del Paese, il presidente Nayib Bukele, ha costruito tutta la sua carriera politica sulla questione della sicurezza. Giunto al potere nel 2019, dopo essere stato sindaco della città, Bukele è una figura controversa.
Il Salvador aveva fama di essere uno dei Paesi più pericolosi del mondo, con un altissimo numero di omicidi e interi quartieri dominate dalle bande criminali delle pandillas. Già durante il primo anno di mandato del presidente, gli omicidi sono diminuiti della metà, grazie al dispiegamento di migliaia di poliziotti e soldati nelle roccaforti delle gang.
Il suo governo è stato però accusato, fin dal suo insediamento di avere negoziato segretamente con le bande, dette anche maras, per ridurre gli omicidi e attribuirne il merito alla propria azione. Ammesso che vi siano state, le trattative con le maras si sono interrotte bruscamente, dopo che quasi cento persone sono state uccise, durante un solo fine settimana, nel marzo 2022.
Dopo questo evento, il governo di Bukele ha realizzato una gigantesca retata, arrestando oltre settantamila sospettati di essere affiliati alla criminalità organizzata. Gli arrestati sono stati segregati in un supercarcere dalle condizioni di detenzione estreme, il Cecot (vedi qui), più volte agli onori della cronaca per le spaventose gabbie che lo caratterizzano, davanti a cui si era fatta fotografare compiaciuta la trumpiana Kristi Noem, all’epoca segretaria alla sicurezza.
All’interno del carcere, vi è una sorveglianza intensiva e asfissiante, supportata da una tecnologia avanzata. Nei video pubblicati dalle autorità salvadoregne, il personale di sicurezza si presenta come un meccanismo, in cui la precisione e la forza configurano la prigione come una macchina infallibile, ma sono stati denunciati abusi e violenze.
La struttura è un grande complesso situato fuori città, di difficile accesso da parte di medici, familiari dei carcerati e giornalisti. Il Cecot ha una capacità di quarantamila detenuti, ed è destinato esclusivamente a coloro che siano individuati come “alti ranghi” delle maras.
Sebbene il rapporto tra urbanizzazione e bande giovanili sia complesso, è chiaro che l’emergere e l’aumento di questo fenomeno sono da ricondursi alle modalità con cui sono cresciute le città del Paese, caratterizzate da disuguaglianze enormi, dalla ristrettezza degli spazi personali e collettivi, dalle precarie condizioni di vita dei loro abitanti, dal semianalfabetismo e dalla mancanza di reti di sostegno sociale. Città di questo genere finiscono per diventare focolai di violenza.
Il presidente, peraltro, non ha mancato di fare rilevare che il Salvador, grazie a questo incarceramento di massa, è passato da essere il Paese meno sicuro del mondo a quello più sicuro del Centroamerica. Il sostegno di cui gode è evidente: sono poche le voci critiche, che stigmatizzano i metodi spicci e autoritari con cui il rilancio è stato condotto.
Così il giro di vite continua: è del marzo scorso la modifica all’articolo 27 della Costituzione, che prevede l’ergastolo per i terroristi, gli omicidi e gli autori di violenza contro le donne. Intanto, gli affari prosperano, stanno arrivando investitori stranieri, tra cui spicca la presenza cinese, e il Paese pare credere che si stia aprendo un’epoca nuova; ovunque si respira un’aria di ottimismo.
Rimane insoluta la questione del “che fare” dei detenuti nel supercarcere, parecchi dei quali sono ancora in attesa di un processo, e di cui non sono chiare le motivazioni specifiche della detenzione, al di là di un’attestata partecipazione alle maras. Un sociologo vicino al governo, Mauricio Rodríguez, in una lunga intervista televisiva, li ha etichettati come “irrecuperabili”: il che fa pensare che il Cecot sia destinato a funzionare ancora a lungo, non solo come spauracchio, ma come un luogo di detenzione semidefinitiva.
Il Salvador e la sua capitale stanno cercando di porsi come un modello per tutti i Paesi centroamericani, in buona parte travagliati da problemi analoghi, e l’élite modernizzatrice al potere appare determinata a procedere sulla strada finora percorsa; ma il prezzo sociale da pagare per questo passaggio è estremamente alto e il futuro è incerto. L'articolo San Salvador, una realtà in bilico proviene da Terzogiornale.