Politica
Nella società dei social prospera l’internazionale populista e va in crisi la dialettica pubblica
Per la prima volta dal secondo dopoguerra le democrazie occidentali sono entrate in una fase di regressione strutturale, che non si configura come una crisi congiunturale né come l’ennesimo ciclo di sfiducia nei confronti delle élite politiche, ma come una messa in discussione della forma stessa della democrazia rappresentativa. Negli ultimi ottant’anni non era mai accaduto — o almeno non in modo così radicale, sistematico e transnazionale.
Guardiamo ai fatti: un movimento apertamente antidemocratico guida oggi quella che è stata a lungo considerata la principale democrazia occidentale. Gli Stati Uniti stanno attraversando una trasformazione profonda verso forme di governo illiberali: milizie e apparati come la polizia ICE agiscono sotto il diretto controllo del Presidente e in aperta derisione dello stato di diritto; il Presidente stesso governa prevalentemente attraverso ordini esecutivi; il Congresso, e in particolare il Senato, viene progressivamente marginalizzato; il sistema giudiziario è sottoposto a una pressione costante, quando non a un vero e proprio attacco politico.
Siamo di fronte a un mutamento sostanziale della grammatica istituzionale. Fenomeni analoghi — pur nella loro differenziazione geografica, sociale e politica — attraversano l’intero spazio europeo, nel quale l’ascesa delle destre populiste si accompagna a un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche: in Germania, un’organizzazione politica apertamente neonazista raccoglie circa il 20% dei consensi ed è in crescita costante; in Francia, l’area che fa capo alla famiglia Le Pen è ormai una forza strutturale del sistema politico e sembra destinata a vincere le prossime elezioni presidenziali; in Spagna il partito di destra populista Vox è saldamente all’opposizione, ma ha normalizzato un lessico e un’agenda apertamente autoritari;
In Ungheria, sotto il governo Orbán, questo processo è giunto a un punto tale da rendere legittimo parlare di una condizione di post-democrazia, in cui il pluralismo formale convive con una sostanziale erosione dello stato di diritto. In Italia, infine, il governo ha fatto dell’attacco agli spazi della democrazia — a partire dall’ Università e dalla Scuola — e ai poteri di garanzia dello Stato, in particolare la magistratura, un vero e proprio modus operandi, accompagnato da un progetto di revisione costituzionale che, attraverso il premierato, mira a una forte concentrazione del potere esecutivo.
Cosa accade alle democrazie occidentali? Ma che cosa sta realmente accadendo alle democrazie occidentali?
Da dove arriva una crisi così profonda e persistente? A ben vedere, a unire queste esperienze politiche non è solo una comune visione del mondo, ma anche una comune concezione del rapporto tra potere, istituzioni e discorso pubblico che incide direttamente sul funzionamento della democrazia.
Quella che potremmo definire come una nuova internazionale populista antidemocratica non fonda infatti la propria forza soltanto su specifiche opzioni politiche, ma su un fenomeno più ampio che attraversa i singoli contesti nazionali occidentali: la crisi del discorso pubblico e della dialettica democratica, crisi innescata dai processi di disintermediazione. Si tratta di un processo in atto da almeno due decenni, che ha modificato in profondità le modalità attraverso cui le società occidentali producono, trasmettono e legittimano le informazioni.
È proprio a partire da questa trasformazione — dalle nuove forme del comunicare e del confrontarsi nello spazio pubblico — che prende avvio la crisi delle nostre democrazie. La nascita e l’affermazione degli spazi social ha cambiato radicalmente le regole del gioco: è sempre più all’interno di questi ambienti che oggi ci si informa, si discute e si forma la propria opinione politica.
Questo mutamento è stato inizialmente letto — non senza ragioni — come un processo di democratizzazione della parola: per la prima volta, tutti potevano intervenire nello spazio pubblico, senza mediazioni. Tuttavia, è proprio a partire da questa trasformazione che sono emerse contraddizioni profonde, che ancora oggi fatichiamo a governare: il discorso pubblico appare infatti sempre più compromesso e attraversato da patologie strutturali — dalla proliferazione delle fake news all’infodemia, fino alla crescente spettacolarizzazione della cronaca — tutte riconducibili al medesimo processo di disintermediazione e tutte estremamente difficili da contrastare.
È proprio in questa trasformazione che i movimenti populisti antidemocratici hanno visto un’opportunità decisiva: si sono innestati sulla crisi del discorso pubblico e ne hanno radicalizzato le dinamiche patologiche, puntando tutto sull’inquinamento della dialettica democratica. La svolta nella campagna elettorale di Trump nel 2016 Una svolta emblematica, da questo punto di vista, è rappresentata dalla campagna elettorale statunitense del 2016: in quell’occasione Donald Trump, per la prima volta, fece un uso calcolato e sistematico della disinformazione, arrivando a costruire parte della propria strategia comunicativa su una notizia completamente falsa, divenuta tuttavia centrale nel dibattito pubblico, il cosiddetto Pizzagate.
Secondo questa narrazione, Hillary Clinton sarebbe stata coinvolta in un traffico di minori legato a presunti rituali satanici, con epicentro in una pizzeria di Washington. Una costruzione interamente priva di fondamento, eppure creduta da una parte significativa dell’elettorato.
Nella stessa campagna furono inoltre utilizzati siti che imitavano testate giornalistiche autorevoli per veicolare notizie false a sostegno di Trump. Di fronte a una dialettica politica così profondamente inquinata, la domanda diventa inevitabile: è ancora possibile parlare di una scelta realmente consapevole da parte degli elettori?
A partire da quella campagna, Donald Trump ha progressivamente affinato questa tecnica comunicativa, fino a farne l’asse portante della propria strategia politica. Nel corso degli anni successivi, e in particolare nella campagna elettorale che ha condotto alle elezioni presidenziali del 2024, la disinformazione è diventata sempre più centrale: emblematico, in questo senso, è stato il rilancio da parte dello stesso Trump di narrazioni completamente infondate secondo cui i migranti avrebbero “mangiato gli animali domestici” degli americani come cani e gatti.
Nonostante i tentativi di contrasto introdotti dal giornalismo e dai media mainstream, lo tsunami disinformativo si è rivelato sostanzialmente impossibile da arginare: la velocità, la pervasività e la carica emotiva di questi contenuti hanno reso inefficaci le tradizionali forme di verifica e confutazione, che operano su tempi e logiche incompatibili con quelli dell’arena digitale. In Italia, pochi anni dopo la prima campagna elettorale trumpiana, a partire dal 2018, la macchina comunicativa della Lega guidata da Matteo Salvini inizia a egemonizzare le home di Facebook e degli altri social network: prende forma un meccanismo comunicativo integrato, noto come “la Bestia”.
La Bestia ha rappresentato uno dei primi e più espliciti laboratori di comunicazione politica disintermediata nel contesto italiano: un dispositivo capace di adattare in tempo reale il messaggio politico alle reazioni emotive del pubblico, aggirando sistematicamente media, corpi intermedi e contraddittorio. In questo modello comunicativo, il consenso non si costruisce attraverso l’argomentazione, ma mediante la polarizzazione, la semplificazione e la spettacolarizzazione del conflitto: il messaggio politico non mira a persuadere, ma ad attivare risentimento e identificazione.
Questi meccanismi comunicativi sono progressivamente diventati patrimonio comune dell’intero campo della destra populista e antidemocratica, un vero e proprio modello replicabile — con adattamenti locali — in contesti nazionali differenti: la disintermediazione, la centralità dell’emozione e la radicalizzazione del conflitto costituiscono i tratti strutturali di un nuovo modo di fare politica, fondato sulla crisi del discorso pubblico e sulla sua sistematica manipolazione. Dal 2018 a oggi, inoltre, questi meccanismi si sono ulteriormente rafforzati anche grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: la possibilità di produrre e far circolare immagini, audio e video generati artificialmente — ormai indistinguibili dai materiali reali — ha introdotto un ulteriore livello di opacità nello spazio informativo.
La verificabilità delle fonti e la distinzione tra vero e falso risultano oggi sempre più difficili, con effetti diretti sulla qualità del dibattito pubblico. È necessario costruire una nuova agorà Prendiamo come esempio il video su Gaza generato con l’intelligenza artificiale e rilanciato dalla Casa Bianca, nel quale la Striscia appare trasformata in una sorta di scenario “trumpizzato” e dorato: si tratta evidentemente di un contenuto artificiale; eppure, il fatto che venga diffuso dalla più potente istituzione politica occidentale ne altera radicalmente lo statuto, non è più soltanto un falso, ma un oggetto comunicativo ambiguo, che può essere letto come orizzonte e progetto geopolitico.
Questi esempi fanno emergere come lo spazio del discorso pubblico sia ormai talmente inquinato da rendere problematica persino una condivisione minima dei criteri di verità: non riusciamo più ad accordarci neanche sul vero e sul falso, nemmeno sui grandi temi che dovrebbero costituire un terreno comune. Se si vuole preservare la democrazia, è necessario innanzitutto ricostruire un’agorà comune: uno spazio condiviso di confronto, fondato su criteri minimi di intelligibilità, verificabilità e responsabilità discorsiva.
È precisamente questo spazio che i poteri e i movimenti antidemocratici mirano sistematicamente a deformare, svuotare o cancellare. È qui che si gioca la partita decisiva, perché senza un discorso pubblico curato, difeso e rigenerato non può esserci democrazia.
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