Politica
L’emergenza sfruttamento dopo il caso Glovo-Deliveroo: è l’ora del salario di dignità
Il diritto del lavoro si distingue dal diritto pubblico per un aspetto fondamentale: esso guarda certamente alle leggi e alle norme scritte che lo regolano, come ogni altra branca del diritto, ma da un punto di vista particolare: quello di come concretamente si svolgono le relazioni, le attività dei e fra i diversi soggetti che entrano in rapporto quando si firma un contratto. Potremmo dire che l’attenzione non si concentra soltanto sul punto di inizio di un rapporto di lavoro (il contratto) o sulla sua conclusione (licenziamento o risoluzione consensuale o pensionamento), bensì soprattutto di quello che accade durante il concreto svolgimento del rapporto di lavoro.
Così il caso sollevato dal pm milanese Paolo Storari che ha messo in controllo giudiziario la società Foodniho srl, che gestisce i 40.000 fattorini di Glovo e di Deliveroo in Italia, per sfruttamento dei “suoi” lavoratori, facendo leva sulla loro condizione di “stato di bisogno” pagandoli fino all’81% in meno della contrattazione collettiva, si è attenuto a questa impostazione giuslavoristica. Ovvero ha, concretamente, analizzato la condizione di lavoro delle persone contrattualizzate evidentemente come liberi professionisti e quindi non sottoposti a subordinazione e ad eterodirezione da chicchessia nell’azienda.
Può anche darsi che contrattualmente i ciclofattorini siano “in regola”, tante o così diverse sono oggi le forme di contrattualizzazione precaria, ma il modo e la retribuzione con cui viene svolto e retribuito il lavoro di queste persone sono talmente bassi in qualità e quantità, da risultare in contrasto insanabile con la lettera dell’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Come può essere “sufficiente” ad assicurare ad una famiglia “un’esistenza libera e dignitosa” se guadagni in media 2,5 (due e mezzo!) euro per ogni consegna? Per poter guadagnare abbastanza (quantità) da garantire un’esistenza, il fattorino dovrà accaparrarsi e svolgere alla maggiore velocità possibile, il maggior numero di consegne possibili, correndo rischi enormi per la propria salute ed incolumità.
Ma come può essere libera e dignitosa questa esistenza se deve essere assicurata da un lavoro di questo tipo? E’ una loro libera scelta quella di lavorare 10 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza ferie?
E, soprattutto, di nuovo l’articolo 36 della Costituzione ha anche un terzo comma: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
E come la mettiamo con la qualità del lavoro? Domande retoriche, ovviamente.
Ma servono a far capire che un altro aspetto importante di questa vicenda è che il pm ha valutato la condizione concreta dello svolgimento del lavoro e l’ha connessa direttamente con le norme di rango costituzionale, come a dire che la Costituzione non è una mera raccolta di principi alti e valori elevati, ma concreto diritto positivo che deve essere principio ordinatore di reali pratiche di vita, oltre che di leggi e norme. E’ proprio per questo che, quando qualche anno fa, con altri governi da quello della Destra, quando si discuteva di approvare una legge sul “salario minimo”, tentativo poi fallito senza neppure andare alla prova del voto parlamentare (non si sa se per grigio pragmatismo o codardia politica), un gruppo nutrito di organizzazioni della società civile aveva proposto di lavorare su un “salario dignitoso” o di “dignità”.
Il collegamento esplicito al dettato costituzionale ci portò allora anche ad individuare parametri per un calcolo che andava ben oltre i 9 euro l’ora di quello “minimo”, piuttosto verso i 12-13 euro l’ora di quello “dignitoso”. Perché oggi, nelle città dove lavorano le persone di Glovo o Deliveroo, con 9 euro l’ora ho forti dubbi che si possa uscire da quello “stato di bisogno” che consente all’impresa di “sfruttare” i ciclofattorini.
Dunque, non un salario minimo, bensì un salario costituzionalmente dignitoso può liberare e restituire dignità di lavoratori a queste persone. Il lavoro a cottimo non è stato infatti abolito o superato dalle norme nell’ordinamento italiano, ma è una forma di retribuzione ancora legale e regolamentata (art. 2099 e 2100 del Codice Civile) e, seppure in una forma tecnologicamente avanzata, oggi è più vivo che mai.
E il caporalato non è stato abolito, sebbene sia teoricamente vietato e perseguito penalmente. La Legge 199/2016 punisce sia i caporali (intermediari illeciti) che gli imprenditori che utilizzano manodopera sfruttata (lavoro nero, paghe misere, condizioni degradanti, orari massacranti), ma non è stato abolito.
Queste forme di sfruttamento delle persone che possono disporre e vendere soltanto la propria forza-lavoro, su un mercato che però non è libero perché condizionato dallo “stato di bisogno” che ovviamente legittima una domanda particolarmente degradata, si sono solo “evolute” e si presentano in forme più “raffinate” e tecnologicamente supportate. Per cui i fattorini di Glove, Deliveroo e immaginiamo di altre aziende del food delivery vengono ingaggiati non dal caporale arcigno e forzuto, bensì dalla App fighetta o dall’Algoritmo evoluto, ma alla fine sempre una gara al ribasso e senza esclusione di colpi fra poveri si determina per accaparrarsi il maggior numero possibile di consegne.
E poi, via come il vento per il traffico pericoloso delle città, sperando di trovare clienti affabili e non troppo razzisti (pur sempre di “immigrati” e “stranieri” stiamo parlando nella grande maggioranza dei casi) e magari disposti a qualche spicciolo di mancia. E se per guadagnarti da campare (concetto assai lontano dall’esistenza libera e dignitosa della Costituzione) devi accumulare il maggior numero di consegne possibili, non è forse questa una forma moderna di lavoro a cottimo?
Fatto è che stiamo giungendo al culmine della creatività del precariato, che da un lato livella tutto eliminando il concetto stesso di carriera (sei rider e basta, fino a quando resti in azienda!), portando al ribasso massimo il salario per massimizzare, dall’altro lato, i profitti, riducendo contemporaneamente gli strumenti di tutela di quei pochi diritti rimasti. Tutto ciò rende sempre più precario e meno stabile il lavoro e più fragili i lavoratori, realizzato anche con leggi di governi formalmente progressisti, come per il Jobs Act di Renzi e, prima ancora, con una interpretazione riduttiva e parziale della stessa “legge Biagi”.
Allora, mentre ci inchiniamo al lavoro di verità e di aderenza ai principi e alle norme costituzionali dimostrata dai pm milanesi, non possiamo non domandarci quanto ancora i lavoratori potranno sopportare questo livellamento al ribasso delle loro legittime e costituzionali aspettative di vita dignitosa e libera assicurate dal lavoro in una Repubblica che sarebbe pur sempre fondata sul lavoro. L'articolo L’emergenza sfruttamento dopo il caso Glovo-Deliveroo: è l’ora del salario di dignità proviene da Strisciarossa.